In Europa non pagano le posizioni solitarie

30 agosto 2016
Editoriale Europe
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In Europa, durante la campagna per il referendum costituzionale, ha colpito come il governo abbia alzato il livello conflittuale con l’Unione europea. Tanti osservatori hanno pensato che ricercasse quel consenso che, da qualche anno, sembra premiare chi assume queste posizioni. Comunque sia, adesso, ci si aspetta che l’Italia chiarisca presto i suoi reali intenti e gli obiettivi politici. Non è un’attesa inusuale, perché i partner Ue desiderano sempre capire cosa intendano davvero fare gli altri.

Criticare e opporsi è lecito, a volte doveroso e i meccanismi europei lo permettono in vari modi, alcuni efficaci, altri meno. L’importante è che chi ha la responsabilità di governare, sia cosciente delle opportunità e dei rischi. Il caso britannico insegna che seminando il vento euroscettico fra i concittadini, si finisce per raccogliere la tempesta del Brexit: un’esperienza che può essere fonte di monito ovvero d’ispirazione, a seconda della meta che ci si prefigge.

Ora, fra i vari interrogativi che ci riguardano, quelli più urgenti si ricollegano all’articolata discussione sulla conformità con i parametri Ue relativi ai conti pubblici statali, della «legge di stabilità» che il Parlamento ha appena approvato, nelle more delle dimissioni del governo.

In buona sostanza, questa legge aumenta il deficit annuale: soprattutto, per destinare risorse pubbliche a stimolare l’economia e a sostenere spese eccezionali (terremoti e migranti). L’Unione ammette quest’ultime, ma teme per la tenuta del nostro quadro generale, a causa della stentata crescita economica e dell’elevato debito pubblico; si fa notare che le riforme e gli investimenti, varati nell’ultimo biennio, incidono poco e che va riequilibrata la spesa pubblica, perché esposta all’incerta situazione di alcuni istituti di credito e all’aumento degli interessi sul debito, per ora arginati dalla Banca centrale europea.

Il governo, oltre a respingere le obiezioni, ha anche dichiarato di non volere che le norme Ue del Fiscal Compact, siano inserite nei trattati. Poi, ha deciso di assumere una solitaria posizione ostativa sul bilancio Ue, astenendosi nella delibera a maggioranza su quello “annuale” e riservandosi di non approvare alcuni minimali ritocchi a quello “pluriennale”, che si vota all’unanimità; da notare che tale riserva potrebbe tradursi in uno — sproporzionato — “veto” (ma il governo, sebbene dimissionario, dovrebbe prima riferire al Parlamento), proprio al Consiglio europeo della settimana prossima. Una siffatta linea, di così eterogenea portata, condotta con toni forti, viene reputata da molti strumentale allo scopo di evitare impegni a correggere in futuro la «legge di stabilità». Quest’ultimo risultato, tuttavia, rischia di rivelarsi un effimero rinvio del problema e intanto, l’Italia si trova isolata, su altre questioni che, così come sono impostate, non ci portano veri vantaggi o pregiudizi, quale che sia la loro conclusione.

Si potrebbe considerare la seguente alternativa, più ambiziosa, qui esposta in estrema sintesi. Gli snodi cruciali sono due: l’inserimento del Fiscal Compact nel Trattato sul funzionamento dell’Unione e la revisione del bilancio Ue e del sistema delle sue entrate (“risorse proprie”). Dovremmo sollecitare subito i lavori sul primo punto e in tale sede, proporre di inserire una nuova, esplicita norma di deroga: gli investimenti volti a produrre crescita economica non vanno conteggiati ai fini dell’obiettivo d’equilibrio dei bilanci nazionali. La verifica di tali investimenti avverrebbe in sede Ue. Per semplificarla, si può stabilire che debbano essere investimenti cofinanziati dai fondi del bilancio Ue i quali, proprio in quanto istituiti dalla stessa Unione, non possono che essere ritenuti “produttivi”.

Ogni fase (programmazione, gare pubbliche, spesa, risultati) dev’essere controllata dalle istituzioni comuni, a garanzia reciproca fra i Paesi. Inoltre, allo scopo di incentivare maggiormente la crescita, i finanziamenti europei vanno aumentati: lo si può fare nell’ambito di una più corposa revisione del bilancio Ue, che l’Italia dovrebbe chiedere. Due possono essere le modalità attuative, entrambe senza costi aggiuntivi per i contribuenti: stabilire che gli Stati versino ai pertinenti fondi dell’Unione, quanto sinora hanno destinato, in sussidi e agevolazioni, alle imprese nazionali; irrobustire le risorse del bilancio Ue, consentendo la raccolta di capitali sui mercati, attraverso limitate emissioni di titoli pubblici europei (per avere un’idea, un minimo debito pari al 6% del prodotto interno lordo Ue, darebbe una disponibilità di una somma all’incirca eguale a quella che il bilancio federale Usa ha investito per rilanciare l’economia americana).

Indubbiamente, la seconda modalità richiede una decisione politica difficile, ma ben diversa dalla più ostica ipotesi di emettere titoli eurobond per garantire («mutualizzare») i diversi debiti pubblici nazionali. La prima modalità, invece, è già del tutto coerente con le regole europee da sempre in vigore, che proibiscono agli Stati di aiutare, in competizione fra loro, le imprese operanti nei rispettivi territori. Un simile pacchetto di proposte susciterebbe un dibattito reale e potenzialmente costruttivo nell’Unione, in grado di condurre a significativi cambiamenti sistemici di grande interesse e beneficio.

"In Europa non pagano le posizioni solitarie"

L'autore

Enzo Moavero Milanesi è professore di Diritto dell’Unione Europea, direttore della LUISS School of Law, professore al Collège d’Europe, Consigliere speciale del primo vice-presidente della Commissione Europea Frans Timmermans. È stato ministro per gli Affari europei nei governi Monti e Letta.


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