Quando lavorare non piace. Come i “canali informali” di reclutamento hanno rovinato il mercato del lavoro italiano

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L’Italia investe poco nell’educazione accademica e ha un numero basso di laureati rispetto alla media dei paesi industrializzati. Eppure, quasi un quinto degli italiani in possesso di un titolo universitario risulta essere troppo qualificato per il tipo di lavoro che svolge. A questa situazione paradossale si aggiunge un forte squilibrio tra il Nord e il Sud in termini di occupazione (con il Meridione che presenta tassi di disoccupazione più elevati) e di qualità dei lavori svolti. Inoltre, l’ingresso nel mondo del lavoro in Italia avviene, in più del 30% dei casi, attraverso “canali informali”, vale a dire relazioni e contatti personali, siano essi rapporti di parentela o di amicizia.

In uno studio dal titolo Informal networks, spatial mobility and overeducation in the Italian job market, Valentina Meliciani e Debora Radicchia dimostrano che questi dati sono collegati tra loro. Infatti, l’assunzione tramite “canali informali” può causare uno sbilanciamento tra il livello di educazione e il ruolo lavorativo, spingendo i lavoratori a intraprendere carriere in settori, professioni o compagnie dove le loro potenzialità non sono pienamente sfruttate. Inoltre, la mobilità risulta inevitabilmente ridotta, perché i rapporti sociali alla base dei “canali informali” sono in genere concentrati nelle stesse aree geografiche.

Sembrerebbe, a prima vista, che questo meccanismo possa essere contrastato favorendo la mobilità interregionale dei lavoratori, che metterebbe questi ultimi nelle condizioni di trovare un impiego adatto alle loro competenze. In realtà, i dati analizzati da Meliciani e Radicchia indicano che ciò non avviene sempre.

Nello specifico, la mobilità dal Sud verso il Nord non ha un impatto significativo sul disequilibrio tra titolo di studio e lavoro, perché questo tipo di mobilità ha caratteristiche simili alle migrazioni internazionali, che rispondono semplicemente alla necessità di ottenere un’occupazione – di fatto uno stipendio – e non al perseguimento di una carriera che corrisponda alle qualifiche e agli interessi personali. La mobilità risulta invece efficace in tal senso quando avviene all’interno del Settentrione (dal Nord-Ovest al Nord-Est e viceversa).

Un sistema di reclutamento più efficace per risolvere la disparità tra livello di educazione e lavoro passa attraverso le scuole e le università, i rapporti professionali, i quotidiani e altri sistemi di informazione, i concorsi pubblici e l’iniziativa individuale. Si è resa ormai necessaria una riforma che includa misure volte a promuovere questi canali (oltre a politiche che favoriscano modelli produttivi e attività maggiormente in linea con le vocazioni e il tipo di educazione del Paese), per ridurre la disoccupazione, incentivare gli investimenti nel capitale umano, introdurre maggiori competenze nel mercato del lavoro e aumentare la sia soddisfazione che la produttività dei lavoratori.

"Informal networks, spatial mobility and overeducation in the Italian job market"

L’autore

Valentina Meliciani

Valentina Meliciani è Professore ordinario di Economia Applicata alla LUISS


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