Il valore di unirsi. L’editoriale di Gianni Toniolo

20 marzo 2017
Editoriale Europe
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Questo brano è tratto dal libro Europa sfida per l’Italia, pubblicato da LUISS University Press.

“Se l’Unione europea non cambia, è meglio uscirne”. Non sono in pochi oggi a pensare in questo modo. E non c’è dubbio che l’UE giunga ai suoi sessant’anni piuttosto acciaccata, non nella forma migliore. Una larga minoranza (il 23 per cento) dei cittadini dell’Unione ne ha un’immagine negativa. Anche coloro che la valutano positivamente o in modo neutrale (37 e 38 per cento) ritengono urgenti riforme piuttosto radicali (salvo poi dissentire su quali siano quelle da fare). I sentimenti degli italiani sono molto simili a quelli della media europea, con una lieve maggioranza di valutazioni neutrali. È forse a questi che bisogna rivolgersi dicendo che, certo, le riforme sono fondamentali ma dissipando anche l’idea che, qualora nulla cambiasse, l’Italia sarebbe più prospera, civile e sicura liberandosi dai “vincoli” dell’appartenenza all’Unione, l’idea, insomma, che o si cambia – come vogliamo noi – o Itexit.

Anche l’unificazione italiana ebbe enormi pecche. Nonostante le unanimità plebiscitarie, molti erano gli scontenti, moltissimi gli indifferenti. Nel Mezzogiorno, accanto agli irreducibili nostalgici dei Borbone, vi era chi diceva: “Viva l’Italia, ma non questa Italia, da questa Italia è meglio uscire”. Pensavano in molti che, riconquistando la libertà di scegliere autonomamente la propria politica economica, i vecchi stati regionali avrebbero potuto meglio prosperare nel tumultuoso mondo della globalizzazione che si avviava a realizzare la seconda rivoluzione industriale. Era una pericolosa illusione. Nel 1860, il peso del maggiore tra gli stati italiani pre-unitari, il Regno delle Due Sicilie, non superava l’1 per cento dell’economia mondiale. Era inferiore a quello del Belgio. La seconda economia della Penisola, il Regno di Sardegna, aveva una dimensione economica di poco superiore al Portogallo. Che strategia di crescita avrebbero potuto seguire questi piccoli stati se i franco-piemontesi fossero stati battuti a Solferino e San Martino o se Garibaldi non fosse partito da Quarto? La scelta obbligata sarebbe stata quella di organizzarsi come piccole economie aperte capaci di sfruttare efficientemente i propri vantaggi comparati. Le politiche monetarie, fiscali, tariffarie avrebbero dovuto comunque adeguarsi a quelle dei grandi paesi vicini. Così fecero il Belgio con la Francia e il Portogallo con l’Inghilterra, per legarsi alla quale Lisbona adottò per prima in Europa continentale il gold standard (una specie di euro del tempo). Anche i piccoli stati regionali italiani avrebbero avuto pochi spazi autonomi di politica economica, dovendo adattarsi a quella dei maggiori vicini, senza peraltro potere influire su di essa. Invece, una volta unita, la penisola italiana, soprattutto ma non solo per la sua forza demografica, ebbe una dimensione economica vicina al 4 per cento PIL mondiale e all’11 per cento di quella dell’Europa occidentale; entrò subito nel G-10 dell’epoca. Ebbe così modo di sfruttare più efficacemente i vantaggi comparati delle sue varie regioni, in un mercato interno sufficientemente ampio anche per generare e sfruttare le econome di scala indispensabili ai grandi investimenti della seconda rivoluzione industriale. Con tutti i suoi difetti, l’Italia unita acquistò gradi di libertà nella politica doganale, negati alle piccole economie aperte, e nella gestione della politica monetaria e del cambio. Non sempre sfruttò bene i vantaggi ottenuti con l’unificazione. In particolare, nell’Ottocento e per tutto il secolo seguente, non riuscì stimolare nel Mezzogiorno una crescita superiore alla media nazionale, tale da produrre l’attesa convergenza regionale dei redditi per abitante. Di qui lo scontento, in parte legittimo. Di qui le pulsioni indipendentistiche che subito si manifestarono. Ma, nell’Italia unita, il Meridione realizzò comunque una buona crescita economica, anche se inferiore a quella sperata e, forse, possibile. L’avrebbe ottenuta ugualmente, nelle condizioni economiche dell’Ottocento, come economia aperta periferica, specializzata nell’esportazione di ortaggi, frutta e zolfo? Alcuni ritengono di sì, ma c’è da dubitarne; l’esempio del Portogallo indica il contrario. In ogni caso, un Mezzogiorno indipendente avrebbe potuto crescere solo accettando i vincoli di politica economica derivanti dalla sua piccola dimensione, nella tumultuosa “prima globalizzazione” che vide molti più “vinti” che “vincitori”. Stando così le cose, qualora l’improbabile insieme di circostanze che produsse l’unificazione politica della nostra penisola non si fosse realizzato, gli stati italiani sarebbero stati presto indotti dalle esigenze dello sviluppo e della difesa a formare un’unione doganale e a unificare i mercati del lavoro e del capitale. Il modello tedesco avrebbe poi forse indicato la via della creazione di uno stato federale.

Se poi si guarda all’insieme dell’ottocentesca Europa occidentale, molti studiosi attribuiscono la sua più lenta crescita rispetto a quella degli Stati Uniti alla difficoltà che la frammentazione in molti stati autonomi creava allo sfruttamento, a beneficio di tutti i paesi, dei vantaggi comparati delle singole regioni a causa delle tariffe doganali, delle inefficienze di reti ferroviarie disegnate più per le esigenze della difesa che per quelle del commercio, delle diffidenze che alimentavano le tensioni internazionali. Già allora un’unione doganale europea avrebbe permesso una crescita più rapida di tutti i paesi. A “riprova”, se la storia consentisse l’uso questa parola, si potrebbero citare l’impatto economico negativo che ebbe, dopo il 1919, la dissoluzione di quella vasta unione doganale e monetaria che era stato l’Impero austro-ungarico. La sua fine non giovò alla crescita delle piccole economie che ne risultarono. La cacofonia monetaria e tariffaria degli anni Venti, l’inefficiente uso delle risorse, i volubili flussi di capitali, indotti anche da politiche fiscali scoordinate sono tutti indicati tra le cause della Grande Crisi degli anni Trenta. La lucida nostalgia di Steven Zweig per il “mondo di ieri” aveva più di un buon fondamento. E il fatto che quel mondo si fosse suicidato non rende meno drammatiche le tragedie seguite alla sua fine.

La storia va maneggiata con cura perché mai si ripete meccanicamente. Serve però spesso a porre qualche domanda sul futuro, tenendo ben conto di quanto siano cambiate le circostanze. Nel secolo e mezzo trascorso dall’unificazione italiana, l’economia mondiale è cresciuta all’incirca di quaranta volte (la popolazione di 7 volte, il reddito per abitante di 6). L’Italia, che pure ha compiuto progressi che Cavour e Giolitti non avrebbero nemmeno lontanamente sognato, con un reddito per abitante cresciuto da allora di otto volte, ha oggi un peso economico relativo assai inferiore a quello che aveva nel 1870 (il suo PIL costituisce il 2,5 % di quello mondiale, se misurato ai tassi di cambio nominali, e l’1,8 per cento a parità di potere d’acquisto, comparabile con il 3,8 per cento del 1870). Nel frattempo, è finita la “grande divergenza” nei redditi per abitante tra l’Europa, con le sue proiezioni oltremare, da una parte e il resto del mondo dall’altra. Due grandi paesi, Cina e Stati Uniti, occupano la scena economica e commerciale: insieme, secondo il Fondo Monetario Internazionale, produrranno nel 2017 il 32 per cento del reddito mondiale. La dimensione economica dell’Italia, limata dalla bassa crescita dell’ultimo ventennio, non è tale da consentirle autonome politiche, non solo economiche, di successo al di fuori dall’Unione europea, tanto meno oggi con il suo enorme debito pubblico in un mondo caratterizzato da mobilità dei capitali ancora più elevata che a fine Ottocento.

C’è, dunque, qualche analogia non troppo marginale tra la posizione di un piccolo stato nella Penisola italiana di metà Ottocento e quella dell’Italia nell’Europa odierna. Certo, oggi come allora, è possibile per un piccolo paese prosperare nella dinamica poco prevedibile e instabile dell’attuale fase della “seconda globalizzazione”. Ci riescono Svizzera e Singapore. Ci riuscirà, nonostante tutto, il Regno Unito. È lecito però dubitare, che svincolata dall’Europa, anche dall’imperfettissima Europa attuale, l’Italia possa produrre maggiore benessere per i propri cittadini. Le più dinamiche tra le sue imprese manifatturiere e agricole traggono abilmente vantaggio dall’appartenenza a un grande mercato unico. I lavoratori insoddisfatti delle condizioni domestiche ne possono facilmente cercarne migliori oltre il vecchio confine, senza forti vincoli e aggravi. La dimensione dell’Europa le consente di negoziare trattatiti commerciali con un peso politico impensabile ai singoli stati e di tutelare la concorrenza dai grandi monopoli internazionali assai meglio di quanto potrebbe fare un paese indipendente di piccole o medie dimensioni. Se queste sono le ragioni strutturali di lungo periodo perché l’Italia prosegua senza esitazioni la propria strada in Europa, le ragioni contingenti sono se possibile ancora più forti. Esse derivano dai rischi immediati che sta correndo il paese per una crisi bancaria contenuta ma non risolta e per un debito pubblico mai tanto elevato in rapporto al PIL (tranne che nel 1920-21 causa dei prestiti alleati, di guerra poi risolti diplomaticamente). L’opinione pubblica dovrebbe essere resa più consapevole che oggi l’Italia è finanziariamente fragile, a rischio di disaffezione di chi ancora investe nei suoi titoli di stato. L’Unione europea, nonostante le lentezze che non agevolano soluzioni cooperative, e la moneta unica sono oggi per l’Italia l’ancora che la trattiene dalla deriva verso acque tempestose e sconosciute.

Nessuno si illude che queste considerazioni possano fare cambiare idea a chi ha già deciso, emotivamente o per calcoli di parte e di breve respiro, che questa Europa non merita la presenza dell’Italia, che potrebbe assai meglio prosperare da sola, senza vincoli, senza regole, senza dovere pazientemente co-determinare con altri il proprio destino. Sono, d’altra parte, argomenti che gli eventuali lettori di queste righe conoscono molto bene. Perché, dunque, ricordarli? Perché predicare al coro dei già convertiti? Perché il coro, tuttora maggioritario, di chi crede che, nonostante tutto, da questa Europa l’Italia tragga benefici molto maggiori dei costi che sopporta sta diventando afono.

Negi primi anni Cinquanta, le opposizioni alla creazione della Comunità europea erano formidabili. Vent’anni di autarchia avevano cementato enormi interessi politici ed economici che avevano tutto da perdere dal nuovo corso. Ma chi raccolse l’eredità di élites delegittimate dalla Grande Crisi e dalla Guerra sapeva che, senza promettere credibilmente sicurezza e sviluppo economico, non avrebbe conquistato legittimazione democratica alla propria leadership. Per rifondare il regime democratico, le élites di allora rischiarono il proprio capitale politico rinunciando a una parte di sovranità per sperare di avere in cambio benessere e pace. Oggi la fiducia nelle élites è nuovamente scossa dall’incertezza economica ereditata dalla crisi e dalla minaccia alla sicurezza rappresentata dall’immigrazione. Questa situazione richiederebbe una reazione pari a quella degli anni Cinquanta. Ma le élites politiche odierne sono frastornate; non trovano, per reagire, la forza che ebbero i loro nonni sessant’anni fa. Oggi l’Unione europea ottiene maggiori consensi di quelli di cui godeva nei primi anni Cinquanta il progetto sfociato nel Trattato di Roma, eppure fatica a entrare in modo positivo nel discorso politico. Chi vede l’Europa – anche quella insoddisfacente di oggi- come indispensabile al futuro dell’Italia resta ipnotizzato da una minoranza assertiva che occupa la piazza mediatica. Anche i leader più europeisti nutrono i propri discorsi di qualificazioni e distinzioni, non resistono alla tentazione di addossare alle istituzioni europee colpe e responsabilità che sono principalmente italiane. Si crea così una “narrazione” della nostra strada in Europa, culturalmente miope e politicamente sterile, perché incapace da un lato di raccontare i vantaggi non solo economici che abbiamo tratto dall’appartenenza alla Comunità e poi all’Unione, d’altro lato di capire le ragioni degli altri, la complessità intrinseca alla politica europea.

Per uscire da un’impasse che diviene ogni giorno più pericolosa servono leader capaci di impiegare capitale politico nel convincere gli italiani non solo che la strada del loro futuro passa solo per un’Europa più solida, unita e solidale ma anche che questa strada comincia in Italia. Il nostro paese è percepito dai partner come un rischio crescente, l’indispensabile solidarietà è limitata dalla sfiducia reciproca. L’impasse politica va rotta e il primo passo può farlo solo l’Italia, non fosse altro perché in questo momento è il paese che ha più bisogno del supporto degli altri. Un programma credibile di piccole ma costanti riduzioni del debito sarebbe un passo importante per ridurre la diffidenza degli altri. È comunque necessario per incoraggiare chi investe nei titoli di stato italiani ma, se fosse presentato all’Europa come riconoscimento che la solidarietà, sempre invocata, si fonda su obblighi reciproci, indurrebbe risposte cooperative che potrebbero innescare un circolo virtuoso: l’Unione stessa si sentirebbe più sicura, meno minacciata dal rischio Italia, e dunque più disposta a sostenerla nella sua attuale debolezza. Serve però qualcuno che investa capitale politico in questo primo passo verso la ripresa della via dell’Italia in Europa.

Tag FMI

"Europa sfida per l'Italia"

L'autore

Gianni Toniolo

Gianni Toniolo è professore di Storia economica alla LUISS. È Research Professor of Economics and History alla Duke University e Research Fellow del Centre for Economic Policy Research di Londra


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