Eurobasket. Tre schemi di gioco per la moneta unica secondo Marcello Messori

27 aprile 2017
Editoriale Europe
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Pubblichiamo un saggio tratto dal libro Europa sfida per l’Italia, pubblicato da LUISS University Press

«Per chi studia il funzionamento dell’Unione economica e monetaria europea (UEM) gli schemi della pallacanestro possono offrire metafore illuminanti. Lo ‘alley-oop’ sembra un improvvisato ‘gioco a due’, in cui un componente del quintetto fuori dall’area ‘pitturata’ (normalmente, il play maker o una ‘guardia’) effettua un morbido passaggio arcuato per il ‘taglio’ del suo pivot o della sua ‘ala forte’ che lo corregge ‘al volo’, schiacciando la palla nel canestro. In realtà, ogni ‘alley-oop’ poggia su un’accurata preparazione e su un complesso coordinamento fra tutti e cinque i giocatori in campo: chi effettua il passaggio sfrutta il movimento degli altri tre compagni, apparentemente non coinvolti nel ‘gioco a due’ ma – in realtà – decisivi per spostare la difesa avversaria verso una parte del perimetro e dare spazio alla linea di passaggio e al ‘taglio’ verso canestro del quinto giocatore. Se ha successo, l’azione apporta due punti come ogni canestro effettuato con un tiro entro la distanza dei 6,75 metri; rispetto all’inerzia della partita, essa tende però ad avere un peso assai più rilevante specie se effettuata dalla squadra in svantaggio. La ‘schiacciata’ finale corona un’azione che è spettacolare e di difficile esecuzione, perché richiede la scelta dell’appropriato istante temporale e una perfetta sinergia. In questo senso, essa infonde fiducia alla squadra in difficoltà e all’insieme dei suoi sostenitori e toglie certezze agli avversari rispetto a un risultato finale magari già dato per scontato.

L’attuale posizione dell’Italia nella UEM e, più in generale, nell’Unione europea (UE) impone di mettere a segno un certo numero di ‘alley-oop’ nei campi di gioco della politica economica e degli assetti politico-istituzionali al fine di uscire dalle difficoltà.

Nell’ultimo ventennio il nostro paese ha fatto registrare, rispetto agli altri paesi della UEM e della UE, uno dei più bassi tassi di crescita a fronte di uno dei più elevati livelli di debito pubblico. Tale situazione, definibile di ‘stagnazione insostenibile’, è addirittura peggiorata – in termini relativi – nell’ultimo quadriennio. In aprile 2013, il complesso dell’euro-area è uscito da sei trimestri di recessione e ha progressivamente rafforzato il suo tasso di crescita fino a superare, nel corso del 2016, la pur positiva dinamica statunitense; l’Italia ha trasformato la propria recessione in stagnazione solo nel corso del 2014 e ha realizzato tassi di crescita inferiori allo 1% nel biennio 2015-’16. Inoltre, anche a causa di questo deludente andamento macroeconomico, l’Italia non ha sfruttato l’eccezionale caduta nei tassi di interesse, innescata – nell’autunno 2014 – dall’annunciata politica monetaria non convenzionale ed espansiva della Banca Centrale Europea (BCE), per aggiustare i suoi squilibri. La conseguente drastica caduta degli oneri finanziari sul nostro debito pubblico si è, infatti, accompagnata a un moderato ma persistente aumento del rapporto fra tale debito e il PIL che ha leso i vincoli posti dagli obiettivi europei di medio termine. Infine, non vi sono stati miglioramenti apprezzabili in due fattori cruciali per la crescita: a dispetto del processo di selezione verificatosi nel comparto industriale italiano, le diverse forme di produttività hanno continuato a registrare una dinamica media stagnante; il nostro settore bancario, che aveva palesato rilevanti debolezze già nelle verifiche concluse dalla nuova vigilanza europea nell’autunno 2014 (il Comprehensive Assessment), ha continuato a rappresentare un serio elemento d’instabilità nel mercato finanziario europeo.

Fino all’inizio di dicembre 2016, l’Italia poteva illudersi di avere almeno un vantaggio comparato in termini di stabilità politico-istituzionale: un governo capace di contrapporsi alle spinte sovraniste e xenofobe che minacciavano altri stati membri della UEM. Gli esiti del referendum costituzionale e la connessa crisi del partito di maggioranza relativa hanno rovesciato questo presunto vantaggio in un ulteriore elemento di fragilità: in controtendenza rispetto agli altri maggiori paesi dell’euro-area, vi è oggi un’elevata probabilità che le prossime elezioni politiche italiane portino al governo una coalizione ostile alla permanenza nell’unione monetaria.

Per superare le debolezze economiche e l’instabilità politico-istituzionale che rendono oggi l’Italia la principale minaccia al progresso dell’euro, si tratta di rompere l’inerzia mediante svariate azioni di ‘alley-oop’. Tali azioni presuppongono l’individuazione del problema e una preparazione degli strumenti da utilizzare, la presenza di leader autorevoli che sappiano cooperare per cogliere le finestre di opportunità e rovesciare l’inerzia sfavorevole, l’attuazione di un “gioco di squadra” che poggi sulla disponibilità a perseguire obiettivi comuni mediante scelte rischiose ma condivise. Si tratta di rilanciare la crescita macroeconomica e di perseguire la stabilità sociale e politico-istituzionale dell’Italia grazie alla ricostruzione delle condizioni necessarie per accrescere le varie forme di produttività, migliorare l’operatività del settore finanziario, rendere sostenibile la futura dinamica del debito pubblico, ridurre le diseguaglianze e ricostruire margini di governabilità. Per di più queste iniziative devono essere portate a un credibile stato di avanzamento entro la fine del 2017, ossia prima che la nuova ‘grande coalizione’ tedesca e il nuovo Presidente della Repubblica francese rilancino il cantiere della governance europea. Per rimanere alla metafora cestistica, se non realizzasse con successo molti ‘alley-oop’ durante la fase di qualificazione ai campionati della UEM di inizio 2018, la squadra italiana rischierebbe di non essere ammessa al torneo o – più probabilmente – di essere inserita in gironi eliminatori così ‘duri’ da rendere proibitivo l’accesso alle decisive fasi finali.

In quanto segue non ho l’obiettivo di fornire un elenco esaustivo delle molteplici iniziative che l’Italia dovrebbe avviare entro la fine del 2017 per avere un ruolo attivo nella ripresa istituzionale dell’euro-area. Mi limito a esaminare tre tipi di azioni che sono assimilabili ad ‘alley-oop’ in campo economico e che sono necessari per non assistere “dalla tribuna” alle partite giocate dagli altri paesi europei.

La prima tipologia di ‘alley-oop’ mira a varare un piano di investimenti pubblici e di incentivazione degli investimenti privati che sia compatibile con i vincoli del bilancio statale e che porti ad allocazioni efficienti delle risorse finanziarie e produttive. La dinamica stagnante delle varie forme di produttività, che pesa sull’economia italiana dall’inizio del nuovo millennio, è infatti imputabile ad almeno due cause: (i) gli eccessivi finanziamenti bancari e l’ampia ma inefficiente formazione di capitale fisso lordo che hanno contrassegnato il nostro paese dalla metà degli anni novanta allo scoppio della crisi finanziaria internazionale; (ii) la drastica caduta degli investimenti che si è registrata nel 2008-’09 e nel 2011-’13 a causa dell’accumularsi di pervasivi fattori di incertezza. Il governo italiano dovrebbe proporre alle istituzioni europee un “accordo contrattuale” basato su un finanziamento europeo iniziale di tale piano nazionale di investimenti in cambio di una delega dei controlli di efficienza alla Commissione europea e dell’attuazione concordata di un insieme di riforme. In questo modo, il ‘taglio’ per la schiacciata a canestro si tradurrebbe nell’avvio di processi di innovazione e – soprattutto – di diffusione delle innovazioni che sono una condizione necessaria per una crescita macroeconomica stabile e duratura.

La seconda tipologia di ‘alley-oop’ riguarda la necessità di alimentare e selezionare nel tempo tali processi, una volta venuto meno il finanziamento iniziale delle istituzioni europee (per esempio, tramite lo European Stability Mechanism – ESM). In proposito, risulta necessario superare non solo le attuali e gravi fragilità del settore bancario italiano, ma anche il peculiare banco-centrismo del nostro mercato finanziario. Gli obsoleti modelli organizzativi e proprietari e la bassa redditività, caratterizzanti oggi la maggioranza dei gruppi bancari italiani, indicano che – sebbene essenziale – la liquidazione dell’eccesso di crediti problematici rispetto alla media dell’euro-area non basta per realizzare allocazioni quantitativamente adeguate e qualitativamente efficienti delle risorse finanziarie. Per consolidare la diffusione degli investimenti innovativi in Italia, gli intermediari finanziari dovranno offrire forme di debito diverse dal tradizionale credito bancario, modificare i criteri di selezione dei mutuatari ancora prevalentemente basati su approcci puramente contabili o su legami relazionali, ampliare la gamma dei loro servizi finanziari, spingere le piccole imprese di successo al salto dimensionale e all’apertura della struttura di capitale. Ciò richiede mercati finanziari nazionali più articolati e integrati con quelli europei. Il governo italiano deve, quindi, appoggiare il processo europeo di Capital Markets Union e predisporre le condizioni istituzionali interne affinché le imprese non finanziarie abbiano convenienza a utilizzare i risultati di questo processo.

La terza tipologia di ‘alley-oop’ riguarda la gestione del bilancio pubblico e il connesso ridisegno del welfare. Anziché annunciare improbabili riduzioni della tassazione basate sul futuro contrasto dell’evasione fiscale, il governo italiano deve avviare una ricomposizione della spesa pubblica e delle entrate e disegnare nuove forme di emissione dei titoli pubblici in grado di soddisfare due obiettivi e due vincoli. Un primo obiettivo mira ad attuare politiche di supporto all’innovazione e alla sua diffusione, in modo da rafforzare la prima tipologia di ‘alley-oop’ e spingere l’apparato produttivo italiano al recupero dei ritardi di competitività nei confronti dei paesi ‘core’ della UEM; l’altro e correlato obiettivo consiste nel ridurre le attuali diseguaglianze e, soprattutto, nel varare politiche di inclusione attiva per quanti sono penalizzati dalla diffusione delle innovazioni o non hanno accesso a un mercato del lavoro in trasformazione. I due vincoli richiedono, invece, di: (a) allineare alle regole europee le dinamiche del deficit e del debito pubblico italiano rispetto al PIL; (b) soddisfare tale risultato anche in presenza di un innalzamento dei tassi di interesse, e dunque degli oneri finanziari sul debito pubblico, indotto dalla graduale ma prevedibile riduzione dell’espansione monetaria non convenzionale oggi attuata dalla BCE.

Oltre a richiedere una profonda ricomposizione dei flussi di spesa pubblica, i due obiettivi appena citati diventano compatibili con i due vincoli (a) e (b) solo se si attua una riorganizzazione profonda della pubblica amministrazione e si prosciugano le posizioni protette di rendita che sono presenti da tempo nell’economia e nella società italiana ma che diventano sempre più pervasive. Ciò impone, tra l’altro, di rendere più cogenti le regole che fissano i trasferimenti statali alle imprese pubbliche e private, di modificare gli assetti istituzionali del governo territoriale e il correlato sistema delle imprese locali, di ripristinare condizioni di legalità sociale e fiscale, di rimodulare la gestione dei fondi strutturali europei e di altre risorse per il Mezzogiorno, di gestire in modi efficienti il patrimonio pubblico (statale e non statale), di affrontare le dinamiche demografiche e il correlato invecchiamento della popolazione, di separare spesa assistenziale e spesa previdenziale.

Come accade a una squadra di pallacanestro, per massimizzare le probabilità di successo, la realizzazione di queste tre tipologie di ‘alley-oop’ in materia di politica economica e sociale non può essere improvvisata, ma richiede preparazione e accurata scelta dei tempi. Essa dovrebbe, quindi, poggiare su almeno quattro punti fermi. Innanzitutto, l’Italia dovrebbe disporre di ceti dirigenti, economici e politici, che perseguano progetti strategici condivisi o, almeno, compatibili e che lavorino con un’ottica di medio-lungo periodo per trasformare tali progetti in un insieme coerente di possibili azioni. In secondo luogo, la collettività nazionale dovrebbe convincersi che gli ‘alley-oop’ sono strumenti necessari perché l’Italia prosperi nell’euro-area; si dovrebbe quindi coinvolgere una significativa parte della collettività per fare sì che l’esito positivo degli ‘alley-oop’ diventi un traguardo comune alla popolazione e alle élite. In terzo luogo, i responsabili italiani di politica economica dovrebbero selezionare i progetti e le azioni prioritarie, scegliere i tempi della loro attuazione ed effettuare le conseguenti azioni. Infine, la sintonia fra i diversi attori dovrebbe rendere evidente che l’auspicabile successo degli ‘alley-oop’ sarebbe vantaggioso per tutti.

È forse superfluo sottolineare che, in Italia come – del resto – in quasi tutti gli altri paesi dell’UEM, questi quattro punti non sono soddisfatti. Lo scollamento fra popolazione ed élite e la carenza di obiettivi generali condivisi, la conseguente mancanza di cooperazione fra componenti sociali diverse, la scarsa fiducia nei partiti politici e nei governi, il prevalere di interessi particolaristici e di un’ottica di breve termine sono tratti comuni che ostacolano il successo degli ‘alley-oop’. Eppure l’evidente difficoltà, che caratterizza l’attuale posizione dell’Italia nell’UEM, non offre alternative. Da qui alla fine del 2017 ogni squadra di giocatori, che si trovi a operare in uno dei campi sopra esaminati, deve assumersi la responsabilità di intraprendere azioni rischiose che muovano da un morbido passaggio arcuato per rendere possibile un ‘taglio’ verso il canestro e una ‘schiacciata’. Se di successo, ognuna di tali azioni avvicinerà l’Italia all’appuntamento con la riapertura del cantiere europeo dopo le elezioni tedesche».

L'autore

Marcello Messori

Marcello Messori è professore di Economia, Direttore della LUISS School of European Political Economy e Presidente del Comitato scientifico del Centro Europa Ricerche (CER). Ha pubblicato più di centocinquanta lavori in italiano, inglese, francese e tedesco


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