Cambiamento climatico e negazionismo. Come un 3% diventa mainstream

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Il brano proposto è tratto dal libro Cambiamento climatico. Una piccola introduzione, di Marcello Di Paola, pubblicato da LUISS University Press.

«Più del 97% delle pubblicazioni scientifiche sul tema del cambiamento climatico converge affermativamente sulla sua realtà e origine antropica. C’è effettivamente meno accordo sui gradi di malignità prevista, ma non c’è disaccordo alcuno sul fatto che malignità sarà. Il 97% delle analisi scientifiche parla in effetti perlopiù di rischi più o meno probabili in diversi scenari — e solo in alcuni casi di incertezze nel senso di cose che potrebbero anche non verificarsi affatto o di cui non sappiamo cosa pensare.

Esiste un 3% di produzione scientifica in disaccordo, che nega tutto. C’è lo stesso livello di disaccordo nella comunità umanistica riguardo il fatto che Shakespeare sia effettivamente esistito e che sia lui l’autore delle opere attribuitegli. Ma se questi sono i numeri è del tutto accurato affermare che riguardo sia il caso Shakespeare che il caso cambiamento climatico ci sia enorme consenso scientifico. Eppure riguardo il cambiamento climatico quel 3% ha fatto miracoli nel disorientare l’opinione pubblica.

L’epicentro del negazionismo del clima furono gli Stati Uniti. Nel 1989 la Global Climate Coalition, formata da compagnie petrolifere, dalla Camera di commercio e dall’Associazione nazionale delle industrie manifatturiere statunitensi, produsse Rinverdire la Terra, un film in cui si auspicava un raddoppio dell’anidride carbonica nell’atmosfera così che il pianeta divenisse lussureggiante di vegetazione. Nel 1995, anno del secondo rapporto dell’IPCC , la Global Climate Coalition attaccò in modo più diretto, gettando fango sull’IPCC stesso, il suo lavoro, le sue motivazioni e la credibilità dei suoi membri. L’obiettivo principale era quello di minare la fiducia nella scienza del clima e far passare il messaggio che sul tema non ci fosse consenso tra gli scienziati. Negli Stati Uniti funzionò. L’attività della coalizione continuò negli anni, con una leggera flessione solo nel 1997 a seguito della stesura del Protocollo di Kyoto — primo accordo internazionale vincolante sulle riduzioni di emissioni — poiché molte aziende, convinte che la de-carbonizzazione fosse ormai inevitabile, lasciarono il gruppo.

Sarebbero però state ampiamente rincuorate dal 2000 in poi, durante l’amministrazione di George W. Bush. Non si devono confondere i negazionisti del cambiamento climatico con coloro che, pur riconoscendone la realtà, sostengono comunque che nulla vada fatto per contrastarlo, adducendo la ragione che di qualsiasi politica di contrasto ne beneficerebbe il futuro, generando costi-opportunità per i poveri di oggi. Questo è vero ed è un serio tema politico e morale che necessita di una discussione a parte. Non è però il campo di argomentazione favorito dai negazionisti, che appartengono a gruppi che hanno poco a cuore sia le generazioni future che i poveri di oggi. Non si devono neanche considerare i negazionisti come portatori di un sano e critico scetticismo, giustamente sensibile al fallibilismo della scienza. I negazionisti non sono scettici ma dogmatici: portano avanti una loro verità a prescindere dalla quantità di evidenza scientifica che la contraddica, liquidando tale evidenza come parte di una cospirazione o una truffa (dal 2010 in poi, sono stati pubblicati ogni anno tra gli 8.000 e i 10.000 articoli scientifici a supporto dell’esistenza, della natura antropogenica e della malignità del cambiamento climatico). Ciò che i negazionisti hanno fatto e continuano a fare è semplicemente occupare i mass media formulando attacchi ad hominem con grande insistenza, prendendo di mira scienziati, politici, intellettuali e attivisti senza differenziarli granché l’uno dall’altro e dando così l’impressione che esista un “fronte clima” piuttosto che una questione climatica.

Il perno della retorica negazionista è l’incertezza scientifica di cui sopra. Ho già detto che la climatologia è una scienza probabilistica: dati diversi possibili scenari di innalzamento delle temperature, essa assegna probabilità più o meno alte al verificarsi di diversi tipi di eventi e fenomeni. La climatologia non è però incerta nel senso che vi siano dubbi sulla realtà del cambiamento climatico, la sua origine antropogenica e la malignità dei rischi che esso genera o aggrava. Quando i climatologi parlano di incertezza lo fanno con criteri molto stringenti, ovvero scientifici: ciò che non è certo al 100% è, per definizione, incerto. Ma ciò non significa che quel qualcosa non sia reale e (nel caso del cambiamento climatico) non ponga rischi, né che sia del tutto impossibile assegnare probabilità a tali rischi, né, ovviamente, che tali probabilità non possano essere anche molto alte.

La politica, quando si tratta di prendere decisioni, normalmente non applica criteri di certezza scientifica ma piuttosto di costi/benefici e, appunto, di rischio. Che un attacco terroristico non sia certo al 100% non significa che, oltre una certa soglia di rischio e dati i costi potenziali del subirlo, non si agirà per prevenirlo. Gli Stati spendono milioni di miliardi per la difesa e la sicurezza sulla base di considerazioni di costi/benefici e di rischio: questo perché ruolo fondante della politica di governo è, nei sistemi democratici quantomeno, quello di proteggere e promuovere il benessere dei governati. Per far ciò non c’è bisogno di certezza scientifica — anzi, l’attendere quest’ultima prima di prendere decisioni nel pubblico interesse sarebbe in moltissimi casi aspramente criticato dai governati stessi. L’obiettivo principale del negazionismo è quello di oscurare tutto ciò e guadagnare tempo. Nelle parole che il consulente politico repubblicano Frank Luntz rivolse ai suoi datori di lavoro nel 2002 (e che furono intercettate dalla stampa):

“Se l’opinione pubblica dovesse convincersi che le questioni scientifiche sono risolte, il suo punto di vista sul riscaldamento globale cambierebbe di conseguenza. Bisogna allora continuare a mettere l’incertezza scientifica in primo piano in ogni dibattito […] Il dibattito scientifico si sta risolvendo (a nostro svantaggio) ma non si è ancora del tutto risolto. C’è ancora margine per
contestare la scienza […] Dovete aumentare ulteriormente gli sforzi di reclutamento di esperti simpatetici alla nostra prospettiva.”

Con alti gradi di probabilità, quel 3% di disaccordo scientifico di cui si è detto viene da qui».

"Cambiamento climatico. Una piccola introduzione"

L’autore

Marcello Di Paola

Marcello Di Paola insegna Filosofia politica e Sviluppo sostenibile alla LUISS


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