La vittoria di Macron porta una nuova speranza in Europa su diversi fronti

9 maggio 2017
Editoriale Europe
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La vittoria di Emmanuel Macron, centrista e favorevole all’Europa, che diventerà il nuovo presidente francese, ha mostrato che il populismo può essere sconfitto; non tentando di compiacere gli elettori xenofobi, ma offrendo un’alternativa basata sull’apertura e sull’integrazione europea. Ciò è confermato anche dalle elezioni regionali in Germania, che hanno consegnato un’altra vittoria all’Unione cristiano-democratica, il partito di Angela Merkel, e un modesto risultato del 6% all’estrema destra tedesca, rappresentata dall’Alternativa per la Germania.

Con il populismo sotto scacco su entrambe le sponde del Reno, si può ora sperare che l’Unione Europea possa compiere qualche passo in avanti, sulla base di una rinnovata leadership franco-tedesca.

La riforma dell’eurozona sembrerebbe essere ovviamente la prima mossa a tale scopo – mossa che Macron stesso ha spesso evocato. Ma potrebbe rivelarsi più complesso di quanto previsto, anche se per ragioni diverse da un disaccordo di fondo tra Francia e Germania sull’approccio da adottare. Il forte team economico riunito da Macron pare aver accettato il presupposto che la Francia deve partire dal riformare se stessa per ricominciare a crescere. Inoltre, il programma del suo partito En Marche sottolinea la necessità di portare le finanze pubbliche sotto controllo. Il nuovo Presidente-eletto sembra dunque aver accettato i due principi chiave delle norme della politica tedesca. La profonda differenza tra le filosofie economiche dei politici in Francia e Germania non pare più insormontabile.

Certo, le differenze tra Francia e Germania vanno al di là delle filosofie economiche, per riguardare anche le prestazioni effettive. Ma anche quelle differenze potrebbero non porre un ostacolo alla cooperazione impossibile da oltrepassare.

Se molto è stato detto delle debolezze economiche della Francia, sotto molti punti di vista la Francia rappresenta la media dell’eurozona. Il suo tasso di crescita è stato di circa mezzo punto percentuale inferiore di quello della Germania negli ultimi anni. Ma questo ora sta cambiando e la potenziale crescita futura della Francia è circa mezzo punto percentuale più alta di quella della Germania, dove la popolazione si sta riducendo.

Inoltre, il tasso di disoccupazione in Francia sta diminuendo, sebbene resti molto più alto di quello della Germania. Allo stesso modo, se le finanze pubbliche della Francia costituiscono davvero un problema, il livello del debito è in ribasso e il programma di Macron riconosce la necessità di ridurre le spese, per permettere tagli delle tasse.

In questo contesto, un’iniziativa franco-tedesca di riforma dell’eurozona potrebbe essere effettivamente possibile. Se lo fosse, cosa dovrebbe essere fatto per dare sostegno all’unione monetaria?

Allo stato delle cose attuale, non c’è bisogno di un intervento di emergenza. Le tensioni nei mercati finanziari sono calate e l’economia si sta espandendo, con l’occupazione che sta tornando ai picchi precedenti la crisi. Pertanto, il focus della politica dovrebbe essere su riforme di lungo termine.

Questa agenda dovrebbe includere il completamento dell’unione bancaria, con il rafforzamento di un fondo comune di garanzia dei depositanti. La sfida in questo caso risiede nel fatto che un fondo comune di garanzia non è compatibile con la pratica attuale delle banche di avere grandi quote del debito dei loro stessi governi. Se un governo diventasse insolvente, colpendo le banche, i costi ricadrebbero sull’intera eurozona.

Il problema non è qui tra Germania e Francia, ma tra Germania e Italia. La Germania ritiene con fermezza che un fondo comune di garanzia non possa essere introdotto senza limiti alla quota di debito pubblico che le banche possono detenere. Ma l’Italia è contraria a tali limiti, temendo che i costi di finanziamento per il governo crescano esponenzialmente e forse anche che le proprie banche, che dipendono finanziariamente dai più alti guadagni sugli interessi delle loro quote di debito pubblico, possano riportare consistenti sofferenze.

L’Italia costituisce il punto critico per la Germania anche a riguardo della mutualizzazione del debito. I tedeschi credono sufficientemente nella stabilità economica della Francia sul lungo periodo per prendere in considerazione un piccolo budget di qualche sorta per l’eurozona. Ma nel caso dell’Italia – con la sua combinazione di debito pubblico elevato e crescita lenta – la Germania non ha la stessa fiducia. Questa riserva costituisce il più grande ostacolo a una maggiore integrazione fiscale nell’eurozona.

C’è un altro aspetto in cui il problema riguarda la Germania e l’Italia più di quanto non riguardi la Germania e la Francia: la gestione dei flussi di rifugiati e la distribuzione dei richiedenti asilo. Di certo, l’accordo dell’UE con la Turchia nel 2015 e la chiusura della rotta balcanica nella primavera del 2016 hanno ridotto il numero di rifugiati che arrivano in Europa dal Sud-est.

Ma in migliaia continuano ad arrivare dal Sud, attraversando il Mediterraneo. E con il conflitto in Libia che si accentua, c’è una concreta minaccia che questi flussi cresceranno. Al momento, chiunque venga soccorso nel Mediterraneo è portato al porto più vicino, che inevitabilmente si trova in Italia. Secondo le regole di Dublino, l’Italia è dunque responsabile di occuparsi di questi rifugiati, fornendogli supporto umanitario e procedendo con le loro richieste di asilo, i cui numeri si aggirano sulle centinaia di migliaia.

Per molti di questi richiedenti asilo, tuttavia, la Germania è il vero obiettivo. Il governo tedesco la sa e ammette di non potere semplicemente nascondersi dietro le regole di Dublino. Sia Italia che Germania hanno dunque un forte interesse a trovare una soluzione europea, che rafforzi la capacità dell’UE di controllare i suoi confini esterni, magari con una Guardia Costiera Europea, distribuendo al tempo stesso l’impegno di accettare i rifugiati in un modo più equamente ripartito nell’Unione.

La Francia non è stata attiva finora in questa discussione. Dopotutto, il suo problema principale non è l’immigrazione, ma piuttosto l’integrazione della seconda generazione di immigrati – e l’estremismo che un fallimento da questo punto di vista può fomentare.

Il nuovo Presidente francese sarà anche interessato a sviluppare il contributo dell’UE alla sicurezza esterna e alla difesa. Ciò rappresenta l’unico tema in cui gli interessi dei tre grandi paesi – Francia, Germania e Italia – coincidono. È anche il tema in cui la relativa forza economica della Germania conta meno, mentre un avanzamento è diventato urgente, data la combinazione di accresciuta instabilità sui fianchi occidentali e meridionali dell’UE, con l’avvento del Presidente Trump negli USA.

Il prossimo presidente francese dovrà dunque decidere con attenzione su quali temi spendere il suo prezioso capitale politico. Gli affari “tutto compreso” sono una specialità dell’UE e Macron non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sull’euro. Dovrebbe invece prendere in considerazione le priorità di Italia e Germania. Ciò significa mettere insieme un “pacchetto” che soddisfi le priorità della Germania – cioè che assicuri stabilità finanziaria e fissi dei limiti alle quote di debito pubblico detenute dalle banche – aiutando al contempo a ridurre il peso per l’Italia del controllo dei confini esterni dell’UE e rafforzando la capacità dell’Europa di occuparsi della sua stessa sicurezza in un momento in cui la protezione degli USA sta diventando più debole. Con un simile approccio, un accordo franco-tedesco-italiano che avanzi su tutti e tre i fronti potrebbe aprire una strada in avanti per l’UE.

"Macron’s victory brings new hope across Europe on several fronts"

L'autore

Daniel Gros è direttore del Centre for European Policy Studies (CEPS), Senior Fellow della LUISS School of European Political Economy e Member dell’Advisory Board del LUISS Center of Italian Mezzogiorno Studies


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