Una prospettiva schumpeteriana per ripensare la crescita

12 maggio 2017
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Dalla lenta ripresa dell’Eurozona alla stagnazione secolare, passando per l’andamento della diseguaglianza nel mondo. Di tutto questo ha parlato Philippe Aghion, economista francese del Collège de France, intervenendo mercoledì scorso alla LUISS nell’ambito del ciclo di seminari “The challenges for Europe: dialogues with Jean-Paul Fitoussi” organizzato dalla LUISS School of European Political Economy (qui il prossimo incontro in calendario).

Le intuizioni di Schumpeter

Aghion ha ricordato come all’origine dei suoi studi sulla crescita – condotti all’inizio con il collega Peter Howitt – ci sia stata un’insoddisfazione di fondo per il classico modello di Solow in voga tra gli economisti: “Un modello elegante, che però non ci diceva da dove sarebbe arrivato il progresso tecnologico”. Da qui l’idea di ricorrere ad alcune intuizioni di Joseph Schumpeter (1883-1950): per esempio la convinzione che la crescita nel lungo termine sia guidata dalle innovazioni, o che le innovazioni dipendano in larga parte dall’operato degli imprenditori, e infine il meccanismo della “distruzione creatrice” in base al quale le nuove innovazioni rimpiazzano continuamente le vecchie. Intuizioni che Aghion ha avuto il merito di trasformare in un modello economico empiricamente verificabile (qui potete leggere uno dei suoi paper considerati “storici”).

L’approccio empirico ha portato tra l’altro Aghion a correggere alcune conclusioni paradossali verso le quali lo avrebbe spinto la sola teoria. Se per un’impresa crescere vuol dire puntare alla conquista di un monopolio in un determinato settore – ha spiegato per esempio l’economista – ne potrebbe discendere che “la concorrenza danneggia la crescita perché riduce la possibilità di ottenere un monopolio, eliminando un incentivo per le imprese”; tuttavia “la vita reale e studi empirici come quelli dell’economista Richard Blundell si differenziano dalla teoria, perché dimostrano che l’innovazione di fatto è condotta dalle sole aziende di frontiera (cioè quelle più avanzate dal punto di vista tecnologico, ndr). Su queste aziende di frontiera la concorrenza continua ad avere un effetto positivo, mentre effettivamente le aziende più tradizionali possono essere scoraggiate dall’allontanarsi della prospettiva di conquistare una qualche forma di monopolio”.

La ripresa lenta dell’Eurozona

La divisione tra operatori collocati alla frontiera tecnologica e operatori più distanti dalla stessa frontiera torna utile, negli studi di Aghion, anche per ragionare sulla crescita economica degli Stati. L’economista ieri ha citato il caso della “middle income trap” in cui è caduta l’Argentina negli anni 30, visto che il paese sudamericano da quel momento ha smesso di crescere alla stessa rapidità degli Stati Uniti, e lo ha accostato alla brusca frenata della crescita francese dopo i “Trenta gloriosi”. “Più un Paese è indietro nello sviluppo, più tenterà di crescere attraverso meccanismi imitativi dei Paesi avanzati – ha detto Aghion – Ma l’assetto di un Paese adatto a un processo di imitazione non è detto che sia adatto anche per la competizione”. La Francia, per intenderci, fa fatica a riformare se stessa, passando da un tipo di istituzioni che andavano bene nella fase dello sviluppo imitativo a un tipo di istituzioni che rendano possibile uno sviluppo autopropulsivo, cioè proprio di un Paese alla frontiera dell’innovazione. Questa difficoltà, ha notato Aghion, si deve anche al fatto che nei periodi storici di crescita di tipo imitativo, alcuni interessi costituiti si appropriano di rendite di posizione che poi difendono per decenni con le unghie e con i denti. Dunque, in quale direzione si dovrebbero muovere oggi i Paesi avanzati per far crescere la propria produttività? Liberalizzando il mercato dei prodotti, investendo massicciamente sull’educazione e sulla ricerca, liberalizzando il mercato del lavoro. Sono tesi, quelle di Aghion, citate proprio in queste ore da istituzioni come la Banca centrale europea nel suo Bollettino economico (vedi citazione a pagina 68).

Stagnazione secolare? Troppo pessimismo

Aghion è meno pessimista di altri economisti di fronte all’ipotesi che i Paesi avanzati siano finiti in una cosiddetta “stagnazione secolare”. Innanzitutto perché – ha osservato l’economista citando gli studi del collega Dale Jorgenson  – “la rivoluzione dell’informazione non modifica soltanto le tecnologie che servono a fabbricare i prodotti, ma anche le tecnologie con cui fabbrichiamo idee”. Il potenziamento delle modalità con cui interagire e scambiare idee, insomma, aumenta le potenzialità di crescita in maniera difficilmente prevedibile.
In secondo luogo, secondo Aghion, il ritmo dell’innovazione tecnologica genera un problema di misurazione della crescita – dovuto proprio allo schumpeteriano processo di “distruzione creatrice” – che porta le nostre statistiche a sottostimare in maniera crescente il pil.

In terzo luogo, possiamo davvero parlare di “stagnazione secolare” per un continente come l’Europa che è ancora “così lontano dalla sua frontiera dell’efficienza”? La risposta, per Aghion, è “no”. Anche perché – come dimostra il forte incremento della produttività totale dei fattori in Paesi europei che hanno avviato riforme profonde, per esempio la Svezia – il fatto che da tempo il Vecchio continente cresca così lentamente vuol dire che “possiamo fare molto meglio”.

Diseguaglianza? Tenerla d’occhio, senza ossessioni

Infine l’economista del Collège de France ha accennato alle sue ricerche sulla distribuzione della ricchezza. Notando, per esempio, che la diseguaglianza di reddito è aumentata negli ultimi anni, ma ciò è dovuto soprattutto all’ingresso nell’ormai noto “top 1%” di coloro che hanno capitalizzato sull’innovazione, mentre la distribuzione nel 99% rimanente della società è essenzialmente inalterata. “Non sono ossessionato da quanto guadagni questo 1% – da detto Aghion – Mi preoccuperei piuttosto del fatto che questo 1% possa battersi per impedire ulteriore concorrenza”. Avvertendo però di non essere d’accordo con quei colleghi – à la Thomas Piketty – che inseriscono nello stesso calderone un ricco come Carlos Slim, tycoon messicano che si è arricchito approfittando delle privatizzazioni di asset del suo Paese, e un ricco come Steve Jobs (che si è arricchito creando Apple, cioè un nuovo set di prodotti e bisogni che prima di lui nemmeno esistevano). Tassare allo stesso modo e con intento punitivo le due forme di ricchezza sarebbe ingiusto, oltre che controproducente perché andrebbe a “uccidere l’innovazione che invece ha svariate conseguenze positive, tra cui per esempio il fatto di essere correlata positivamente con la mobilità sociale”.

L'autore

Redazione

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