Un nuovo governo per il Regno Unito: analisi e prospettive future

14 giugno 2017
Editoriale Europe
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1 – Gli errori di Theresa May

Al momento della richiesta di Theresa May di sciogliere la House of Commons e andare a elezioni, tutti i sondaggi indicavano una differenza di circa venti punti percentuali fra i Tories e il Labour di Corbyn. May riteneva che, con una campagna elettorale breve e “conservativa” (cioè in cui le sarebbe bastato esporsi il meno possibile ed evitare gaffes), le possibilità di mantenere quel vantaggio fossero molto alte. Non è stato così. Ogni campagna elettorale, lo sappiamo, è imprevedibile, e May non ha saputo giocare le sue carte al meglio. La scelta di non confrontarsi direttamente con gli altri aspiranti primo ministro, che in molti casi è usata da chi ha un grande vantaggio e spesso si è rivelata efficace, non ha portato i risultati sperati: Corbyn ha insistito molto sulla “paura del confronto” e del dibattito del primo ministro, e il suo messaggio è passato. Un altro punto di forza da cui May partiva era la promessa di stabilità e continuità. In un momento turbolento, con i negoziati per la Brexit pronti a partire, perché non affidarsi a chi aveva guidato il paese fino a ora? C’è stata però molta differenza fra la volontà di proiettare una leadership forte e stabile (“strong and stable”) e le ambiguità e le retromarce a cui May è stata costretta nella campagna elettorale. La sua scarsa empatia, anche nel rapporto con gli elettori comuni, ha fatto il resto.

2 – La rivincita di Jeremy Corbyn

Corbyn partiva da un consenso potenziale molto basso all’inizio di questa campagna elettorale. Ovviamente, così come sono principalmente suoi i meriti della grande rimonta effettuata, erano sue anche le responsabilità dell’apparente sbando in cui versava il Labour. Corbyn ha fatto una campagna molto incisiva, basata su alcuni semplici messaggi e centrata sulla necessità di riportare lo Stato al centro. In un’economia fortemente liberalizzata, dove molti servizi pubblici sono stati privatizzati o sono sottofinanziati (molto diversa in questo dal welfare state di gran parte dell’Europa continentale), questo messaggio è passato: è stato visto come un’alternativa realistica alla volontà dei Tories di proseguire sul sentiero fin qui seguito. Inoltre, la centralità del tema Brexit ha fatto sì che il Labour abbia beneficiato di un “voto utile” anti-Brexit (o almeno anti-hard Brexit): il Labour è stato visto come l’unico partito che avesse possibilità di fermare il treno di una separazione brusca e non consensuale dal resto dell’Europa, o quantomeno di ricondurlo a scenari meno drastici. Il Labour  ha fatto il pieno di voti non solo nelle aree più povere o colpite dalla globalizzazione, ma anche nei quartieri ricchi di Londra che avevano votato per il Remain. È stato cioè visto come un contrappeso necessario ai conservatori, nel momento in cui questi sembrano imbarcarsi in un’impresa che ha scarse possibilità di successo.

3 – Prospettive future

Il secondo governo May partirà. Ci sono state in questi giorni fibrillazioni per via dei negoziati con i nord-irlandesi del DUP, che garantiranno a un governo conservatore una sorta di “appoggio esterno”, ma l’approdo non sembra in dubbio. Diversi fattori però seminano dubbi sulla stabilità di questo governo. In primo luogo, il partner dei Tories è un partito con posizioni eccentriche su politiche importanti come i diritti dei LGBT e il cambiamento climatico, posizioni che imbarazzano soprattutto l’ala moderata del partito di May: tensioni potrebbero sorgere ben presto. In secondo luogo, si tratta di una maggioranza numericamente molto esile: basterà che manchino anche pochi voti perché l’approvazione del programma del governo sia a rischio. May ha una sorta di ultima possibilità da giocarsi: difficilmente potrebbe sopravvivere a un’ulteriore crisi della sua maggioranza. Resta in carica perché al momento non ci sono alternative. Se quest’esperienza di governo terminasse anzitempo o con gravi insuccessi, però, difficilmente il testimone potrebbe essere raccolto da chi, come Boris Johnson, si è legato fortemente alla strategia di Theresa May, entrando al governo come rappresentante dell’ala pro-Brexit. Se le cose andranno male per il secondo governo May sarà probabilmente per via della Brexit: a quel punto la palla potrebbe passare a chi aveva espresso maggiori riserve sulla scelta di uscire dall’Unione Europea.

L'autore

Mattia Guidi

Mattia Guidi è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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