Islam e media: l’11 settembre, le soap opera e la primavera araba

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Proponiamo un estratto dal libro “Islam, religione e politica” (LUISS University Press) di Francesca Corrao. Alle origini della mediatizzazione dell’Islam, tra desideri di avvicinarsi all’occidente, nuove tecnologie e vere e proprie strategia di guerra mediatica.

Un male che sembrava estirpato con la fine del nazismo si ripresenta, come nella notte dei cristalli di non lontana memoria, e si manifesta con la distruzione dei Buddha di Bamyan parte dei talebani, e continua sino ai giorni nostri con le devastazioni dei siti archeologici in Iraq e in Siria per mano degli adepti dell’autoproclamatosi “stato islamico”.

I media hanno avuto un ruolo ambivalente nei rapporti tra i popoli che si affacciano sul Mediterraneo; a volte li hanno favoriti, ma più spesso hanno contributo al loro deteriorarsi. Al tempo della guerra contro Saddam la maggioranza del mondo arabo era schierata a fianco del Kuwait e in difesa del diritto internazionale, ma nel breve volgere di un decennio la guerra delle immagini, scatenata da al-Jazeera alienava progressivamente gran parte dell’opinione pubblica araba dall’occidente. Nella maggior parte dei paesi arabi l’arrivo di al-Jazeera è stato destabilizzante perché ha rotto il monopolio dei media di stato nella propaganda interna e nel mantenimento dell’ordine. L’introduzione delle nuove tecnologie ha prodotto poi una profonda trasformazione nella società arabo-islamica, come già era avvenuto al tempo di Nasser con la diffusione radiofonica del messaggio panarabo del leader egiziano, oggi i network hanno contribuito a facilitare la diffusione dei diversi discorsi politici. È infatti importante riflettere sul ruolo della cultura delle immagini e dell’informazione in un ambiente in cui la tradizionale comunicazione orale occupa un posto importante, anche per il tasso ancora alto di analfabetismo.

Al-Jazeera, l’emittente araba più nota in occidente, è lo strumento di diffusione della politica estera del Qatar per i paesi arabi e di propaganda di un islam conservatore nel mondo, ma non è la sola. la famiglia saudita controlla, nel suo vasto insieme (oltre 20.000 persone), i maggiori network multimediali panarabi, e non solo in vista degli introiti pubblicitari, dato che il mercato arabo è l’interfaccia di quello saudita, ma anche per diffondere la propria visione religiosa e politica della regione, e dei rapporti con il mondo. Nelle mani di capitali sauditi sono le maggiori catene di intrattenimento e i principali imperi mediatici, MBC (lanciata a Londra nel 1991), rotana, e la all-news 24 ore al-Arabiya, lanciata per contrastare le notizie diffuse da al-Jazeera (2002).

Nel mondo arabo oggi i luoghi e gli attori che partecipano alla formazione delle opinioni pubbliche nazionali e transnazionali sono molteplici. La scuola e le moschee erano e, solo in parte, rimangono monopolio di stato perché anche qui è penetrata l’influenza straniera a seguito dell’intervento di capitali internazionali sotto forma di aiuti per le moschee e sovvenzioni per l’istruzione privata. La pluralità del discorso formativo è un fenomeno che non poco ha contribuito all’esplosione delle “rivoluzioni” arabe; basta ricordare il ruolo importante svolto, e rivendicato, dai giovani studenti del corso in “Multimedia and Journalism” dell’università americana al Cairo.

Il numero delle università straniere è in crescita e non soltanto in Egitto e in Giordania, ma anche nei paesi del Golfo. Ad esempio in Qatar sono attive numerose università straniere di cui il 70% sono statunitensi, il 20% britanniche e il 5% francesi; inoltre la Qatar Foundation provvede un gran numero di borse di studio agli studenti locali per facilitare l’accesso all’istruzione superiore ed evitare che gli studenti debbano andare a studiare all’estero (www.qf.org.qa). In meno di venti anni la scuola e i media hanno contribuito a cambiare la cultura nei paesi arabi e soprattutto hanno cercato di favorire il dialogo tra le diverse, e non spesso concilianti posizioni politiche e culturali. In Siria, ad esempio, il presidente Bashar al-Assad (eletto nel 2000) promuoveva la realizzazione di telenovelas adeguate nell’intento di colmare il gap culturale che divide la popolazione delle campagne, tradizionalmente più conservatrice, dalla moderna mentalità della borghesia cittadina.
A tal fine il governo costruiva un’alleanza strumentale con intellettuali e scrittori, scelti anche tra le fila dell’opposizione, pur di fare crescere culturalmente il paese.

Tra i programmi di maggiore successo, “Sotto i riflettori” usciva nell’anno in cui il presidente formulava l’impegno a promuovere le riforme di apertura democratica (2001). Una telenovela satirica che affrontava temi difficili come la corruzione, la presenza pervasiva dei servizi segreti e i mali di una società ancora fortemente ancorata ai valori del patriarcato. Le trasmissioni andavano in onda, nonostante il moltiplicarsi dei disordini, sino alla primavera del 2011, quando le notizie di cronaca già parlavano di manifestazioni, crisi, e Damasco veniva tappezzata da cartelloni che mettevano in guardia contro il “settarismo” e la “divisione”. Le ultime puntate riprendevano anche le prime proteste dei giovani che chiedevano la libertà, ma conclusa la fiction si tornava alla realtà e l’esperienza del riformismo illuminato si scontrava con il dramma di un potere che nega i diritti e difende manu militari i privilegi della classe dirigente.

Paura e diffidenza si diffondevano contestualmente in occidente dove i media avevano sostituito la memoria esotica dell’oriente delle ‘Mille e una notte’ con una visione univoca dell’Islam terrorista. Tale radicalizzazione dell’informazione ha avuto un ruolo cruciale nel fomentare l’ostilità, sino ad arrivare ad un momento topico, alla svolta del millennio: la distruzione delle torri gemelle a New York l’11 settembre del 2001; cosi la guerra del terrore toccava l’apice portando il fronte della guerra al centro dei media, in un tragico crescendo di azioni “spettacolari”. La guerra al terrorismo dichiarata dal presidente degli Stati Uniti Bush rafforzava di fatto la linea politica dei regimi di Ben Ali e Mubarak che si sentirono cosi autorizzati a consolidare il loro potere modificando la costituzione per prorogare il mandato presidenziale e preparare la successione per i loro familiari.

L’esplosione delle rivoluzioni arabe del 2011 dava alla popolazione la sensazione di aver maturato la consapevolezza e il senso di responsabilità necessarie per una svolta democratica. Come sommersi da un’ondata, numerosi regimi finirono travolti dalle manifestazioni di massa e i rais, che sembravano inamovibili, sono stati costretti alla fuga e ai processi. In Egitto e in Tunisia le prime elezioni libere davano la maggioranza alla compagine politica meglio strutturata, ossia i partiti espressione della fratellanza islamica, ma la transizione, come è noto, non è stata facile.
Gli effetti della rinascita culturale sono stati raccolti dal più compatto movimento della fratellanza, ma non tutte le società hanno ancora maturato la capacita di avviare un dialogo non conflittuale con le poche ma importanti eccezioni della Tunisia, del Marocco e della Giordania. Nella regione tutto è ancora in movimento e quella che, per alcuni, è stata considerata la preoccupante ascesa del fondamentalismo della fratellanza, è ora oscurata dalla brutalità  dell’autoproclamato “califfato islamico”.

Islam, religione e politica

L’autore

Francesca Corrao

Francesca Corrao è Professore ordinario di Lingua e cultura araba presso il Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS