Commercio, crescita e protezionismo. Suggerimenti all’Europa per non scontrarsi con Trump

21 giugno 2017
Editoriale Europe
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Alla vigilia del Consiglio europeo dei capi di governo dell’Ue che si tiene domani e venerdì (22-23 giugno) a Bruxelles (qui l’agenda completa), alcuni spunti di riflessione del professore Carlo Bastasin (della School of European Political Economy) intervenuto lo scorso fine settimana all’appuntamento annuale del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti. Ecco di seguito – per gentile concessione dell’autore a LUISS Open – quattro spunti di riflessione che Bastasin ha proposto alla platea e agli oratori del panel da lui moderato.

 

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Come dimostrano le statistiche e le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, il deficit nella bilancia commerciale degli Stati Uniti (di colore blu nel grafico qui sopra) continuerà a esistere nei prossimi anni e anzi si amplierà un po’, dunque i problemi e le polemiche che riguardano il commercio internazionale non spariranno, specialmente agli occhi dell’attuale Amministrazione americana guidata da Donald Trump.

Quel che sta cambiando, e che continuerà a cambiare ancora nei prossimi anni, è piuttosto il ruolo della Cina in questi squilibri commerciali: infatti il surplus commerciale di Pechino – di colore rosa nel grafico qui sopra – tenderà a diminuire; rimarrà praticamente intatto, invece, il surplus commerciale europeo.

Stati Uniti ed Europa sono dunque destinati allo scontro diplomatico in materia di commercio?

 

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Il commercio ha avuto, e probabilmente continuerà ad avere nel breve termine, un forte impatto sul comportamento degli elettori negli Stati Uniti. La mappa a sinistra mostra che il commercio internazionale – tra il 1994 e il 2014 – ha generato effetti di spiazzamento più forti nel Midwest e nel Sud del paese nordamericano. Proprio in queste aree degli Stati Uniti, infatti, aumenta la percentuale di “TAA (Trade Adjustment Assistance) certified workers”, cioè di quei lavoratori o ex lavoratori destinatari di un programma di sostegno – sotto forma di formazione, aggiornamento dei propri skills o ricerca assistita di un nuovo posto – ideato dal governo federale per aiutare i settori più esposti alla concorrenza degli scambi internazionali.

Dall’istogramma a destra si evince inoltre che, nella corsa per la Casa Bianca, le comunità locali maggiormente toccate dagli effetti di spiazzamento del commercio hanno votato soprattutto per il candidato repubblicano Trump.

 

 

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I problemi economici e politici legati agli squilibri commerciali riguardano da vicino l’Italia. Infatti da una parte l’Unione europea (complessivamente intesa) è l’area geografica da cui origina la più imponente quantità di esportazioni, per un valore pari circa 2.500 miliardi di euro l’anno, e in cui il surplus commerciale è maggiore. Dall’altra parte proprio il nostro Paese – alle spalle di Germania e Irlanda – è uno dei principali responsabili del surplus commerciale dell’Eurozona nei confronti degli Stati Uniti. L’Italia potrebbe dunque entrare nel mirino polemico di Donald Trump?

 

 

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Non soltanto il surplus dell’Eurozona è una questione che riguarda in primo luogo Germania e Italia, ma in entrambi i paesi l’avanzo delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti vuol dire che tedeschi e italiani hanno una tendenza a risparmiare più di quanto non desiderino investire. In Germania, in particolare, si realizza un eccesso di risparmio precauzionale, causato dalla paura di shock e crisi che potrebbero materializzarsi da un momento all’altro. La paura della disgregazione dell’euro e dell’Unione europea è in cima ai pensieri dei tedeschi, per esempio.

Per evitare dunque squilibri eccessivi e futuribili guerre commerciali, tanto gli Stati Uniti quanto l’Unione europea hanno un interesse comune a lavorare per una stabilizzazione del Vecchio continente e del suo processo di integrazione.

L'autore

Carlo Bastasin è Senior Fellow della LUISS School of European Political Economy e del think tank Brookings Institution di Washington


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