29 giugno 2017

Morte di un assassino: Stato, giustizia reale e giustizia simbolica

La sentenza della Corte di Cassazione sulla compatibilità della salute di Totò Riina con la detenzione ha suscitato un acceso dibattito. Gianfranco Pellegrino espone alcune riflessioni sul senso della giustizia in un mondo imperfetto

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C’è un diritto alla morte dignitosa, come c’è un diritto alla vita dignitosa? E morire in carcere è una pena giusta, quando la si infligge al capo – ancora riconosciuto come tale, e lontano da ogni ravvedimento – di un’organizzazione criminale come la mafia? Lo Stato democratico deve rispondere ai suoi nemici ripagandoli della stessa moneta, o ha doveri che vanno oltre la mera retribuzione, oltre la lex talionis, nonostante i rischi che questi doveri potrebbero comportare? Non è facile decidere su questioni del genere – e poco c’entrano le reali condizioni di salute di Totò Riina (mentre sono ovviamente rilevanti le sue capacità di esercitare ancora un ruolo criminale): se non è dignitoso morire in carcere, non importa che si muoia di morte naturale o di malattia. La discussione riguarda piuttosto l’ammissibilità morale dell’ergastolo. Ma la questione sono anche i simboli: il funerale di Riina, ritornato libero, magari nella sua Corleone, avrebbe sicuramente una forza simbolica che i mafiosi non mancherebbero di utilizzare. Il problema è, allora: fa parte della giustizia anche lottare contro quest’uso perverso dei simboli? Contrapporre simbolo a simbolo?

Immaginate un mondo ideale – non necessariamente un’età dell’oro dove nei fiumi scorra latte e miele, dagli alberi pendano frutti abbondantissimi e facili da cogliere, e dove tutto sia abbondante e a disposizione di ognuno; non necessariamente un mondo senza paradiso o inferno, ma con un paradiso in terra, senza confini e senza ragioni per uccidere, senza guerra. Basta un mondo dove la scarsità di risorse non sia tale da rendere difficile per ognuno una vita decente e dove gli esseri umani abbiano la volontà e la forza di rispettare leggi morali elementari come la reciprocità e la benevolenza.

In un mondo del genere non servirebbe una virtù come la giustizia – almeno se la s’intende come un rimedio per i torti e le ingiustizie frequenti in un mondo dove gli esseri umani, o la maggior parte di loro, non rispetta le leggi morali elementari. La giustizia serve per un mondo non ideale – per un mondo dove l’ingiustizia è una possibilità reale. La giustizia è un rimedio per l’ingiustizia. E mentre di mondo ideale ce n’è uno solo, di mondi non ideali ce ne possono essere molti – dal mondo di lievi ingiustizie dell’Occidente più avanzato al mondo di grandi ingiustizie del Sud del mondo, giù giù per molti livelli di ingiustizia e sfortuna.

Le leggi sono uno strumento di giustizia, e come la virtù della giustizia servono a rettificare le ingiustizie di un mondo non ideale. E per questo dipendono dai livelli di ingiustizia del mondo in cui si applicano. Principi come l’eguaglianza di fronte alla legge possono avere eccezioni – ci sono leggi speciali, come ad esempio le leggi contro il terrorismo interno o internazionale. Ci sono casi speciali, in cui pure le leggi più importanti si possono trasgredire. La violenza non viene giudicata allo stesso modo se commessa durante la Resistenza a un regime ingiusto o durante l’ordinaria vita civile, e c’è differenza se la violenza viene perpetrata da un privato cittadino o da un funzionario dello Stato – per esempio, se un funzionario dello Stato infligge violenza gratuita, in un regime democratico, a un cittadino trattenuto nei locali di pubblica sicurezza, si tratta di tortura; se lo fa un privato cittadino, in locali privati, si tratta di lesioni private, e forse la prima violenza è più grave della seconda; ma la violenza che consiste nel rinchiudere i corpi all’interno di mura è talvolta giustificata, quando viene esercitata dalle forze di polizia di uno Stato democratico, in nome della legge.

Tutte le leggi speciali  (ma forse tutte le leggi penali) sono risposte a una situazione di emergenza. Capire se si tratta delle risposte giuste è esercizio difficile, che dipende da fattori empirici. Ma dovrebbe valere un criterio di proporzionalità morale: più è la distanza fra il mondo in cui viviamo e quello ideale, più sono giustificate leggi speciali, deroghe ai principi di benevolenza e di umanità. Ma non appena quella distanza si fa minore, anche di poco, si deve prontamente rinunciare a severità speciali, rientrando nell’orizzonte dell’umanità e del rispetto.

È solo la capacità di Riina di esercitare un ruolo positivo nelle vicende e nelle azioni della criminalità mafiosa che possono giustificare la sua detenzione in regime di 41 bis e per tutta la vita. (E, peraltro, il regime carcerario previsto dal 41bis è temporaneo: una cosa è l’ergastolo, un’altra il regime di carcere duro.) L’idea stessa di una detenzione umana e dignitosa è contraddittoria. È ovvio che privare qualcuno della sua libertà non sia un trattamento umano e dignitoso: poi ci possono essere valori che vanno oltre il singolo, per esempio la libertà degli altri e la sicurezza dello Stato. Ma, a meno di non avere una concezione che è inevitabilmente prossima alla legge del taglione, il carcere è sempre una misura speciale, emergenziale, una misura che – come ripetutamente affermato da Luigi Manconi e Stefano Anastasia, in molti libri – dovrebbe essere usata sempre di meno. E questo vale per tutti – anche per un criminale una volta pericolosissimo, e se, e solo se, egli non lo è più. La morte in carcere di Bernardo Provenzano, in stato di semi-incoscienza, è servita alla lotta alla mafia? Forse sì, in termini di simboli. Ma una democrazia deve utilizzare gli stessi simboli dei propri nemici?

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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