3 luglio 2017

La difficile arte del potere: i primi mesi di Donald Trump alla Casa Bianca

Con gli occhi di chi in una lunga carriera diplomatica ha vissuto all’interno delle stanze della politica internazionale, Antonio Badini traccia un bilancio dei primi mesi della Presidenza di Donald Trump

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È ampiamente riconosciuto che l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca sia stata la scelta più controversa mai fatta dagli americani sul proprio Presidente. Molti osservatori, tuttavia, concordano che l’inattesa vittoria di Trump non sia stata solo un incidente della storia: al contrario, molti hanno preannunciato l’imminente rottura con il passato da parte di Trump al grido di “America First”.

A pochi mesi dall’insediamento, tuttavia, i segnali mandati dai processi decisionali di Trump sono contraddittori. In effetti, l’ordine mondiale si sta oggi tramutando in un notevole disordine, dove manca una strategia ben strutturata. Il “grande progetto” annunciato dal Presidente è stato finora solo uno slogan privo di contenuto. Né l’opinione pubblica, né la comunità internazionale sono in grado di capire quali siano gli obiettivi coerentemente perseguiti dalla nuova presidenza né, fatto ancor più grave, cosa rappresentino oggi gli Stati Uniti.

Sebbene l’Occidente rappresenti ancora il blocco più importante dal punto di vista economico, tecnologico e militare, è sempre maggiore  il numero di osservatori convinti che il mondo stia entrando in una fase di “post-occidentalismo”. Molti, peraltro, sottolineano i temi controversi che Trump, a cuor leggero, ha risvegliato nel mondo occidentale. La convinzione della superiorità dei propri valori sembra ora in fase calante. Com’è successo? Le ragioni possono essere più d’una, ma tra di esse ci sono certamente le nuove linee politiche intraprese dalla nuova amministrazione americana, che preoccupano gli alleati degli Stati Uniti.

Nel primo piano di bilancio federale, che gli esperti giudicano irrealistico nella presunzione di un’accelerazione dell’attuale crescita fino a un tasso annuo del 3%, un obiettivo fondamentale è quello di tagliare  le tasse sui profitti delle imprese, controbilanciando il tutto con una riduzione delle spese per i poveri, in particolare Medicare e i sussidi, il tutto scontentando soprattutto coloro i quali lo hanno votato in massa. Un altro piano controverso è quello che prevede un forte incremento delle spese per la difesa a scapito del Dipartimento di Stato e dei fondi per lo sviluppo internazionale. Si tratta di una decisione che implica un ruolo dominante caratterizzato dalle “maniere forti”.

Dal momento che la minaccia più grave è stata spesso identificata nel terrorismo islamista, che incarna i conflitti asimmetrici, sarebbe stato più efficace replicare bilanciando meglio tra potere “duro” e “morbido”: diplomazia preventiva, intelligence, saggezza politica, educazione sociale e assistenza economica sono solo alcuni degli strumenti con cui rimuovere le annose cause delle turbolenze in Medio Oriente, un’area trasformatasi in un pantano e nel più pericoloso focolaio di instabilità al mondo. In una situazione del genere, la forza della coercizione non dovrebbe essere usata al posto dell’attrazione che gli Stati Uniti e i loro alleati sono in grado di esercitare, molto probabilmente con possibilità di successo molto maggiori.

Non rimane molto tempo a Trump per dare forma e sostanza al “grande progetto”: per riuscire al tempo stesso a contrastare il declino della globalizzazione e le minacce geopolitiche, il presidente americano ha bisogno di soddisfare in qualche modo le aspettative di Cina, Russia e Unione Europea, Gran Bretagna inclusa. Se non dovesse essere così, sostengono gli analisti, una porzione troppo grande della cornice di potere necessaria dovrebbe provenire da chi paga le tasse in America, senza alcuna garanzia che la lotta possa avere successo. Il problema potrebbe essere la testardaggine del Presidente: se infatti egli opterà per assumere una linea politica spericolata, il ricorso da parte sua a un alto grado di assolutismo sarebbe inevitabile, così come ciò lo porterebbe inevitabilmente a mostrare sprezzo per la legge.

Il caso vuole che, proprio in questi giorni, un noto editorialista americano, Roger Cohen, ha ricordato gli anni di presidenza di Richard Nixon, che una volta disse: “Se lo fa il Presidente, non è illegale”. Una citazione letta da alcuni esperti come un segnale d’allarme. Gli abusi e gli errori portarono Nixon all’impeachment, possono essere un presagio per Donald Trump?

L’autore

Antonio Badini

Antonio Badini insegna nel Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS. È Direttore Generale dell’International Development and Law Organization ed è stato Ambasciatore d’Italia in Algeria, Egitto e Norvegia


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