La domanda di giustizia: differenziata, largamente sconosciuta

5 luglio 2017
Libri Open Society
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Il brano seguente è tratto dal libro di Daniela Piana Governare la giustizia. Professionalità al servizio del giusto processo, pubblicato da LUISS University Press.

«Se volessimo ragionare in termini semplici senza nulla togliere alla solennità e alla sacralità della funzione giudiziaria potremmo pensare che il sistema dei tribunali e delle procure, delle corti di appello delle procure generali e della corte di cassazione costituisce il destinatario di una complessa domanda che nasce innanzitutto da forze di carattere sociale ed economico.

Dei molti procedimenti di contenzioso giuslavoristico che sono aperti davanti ai tribunali italiani la larga parte trova la propria ragione di essere nel mercato del lavoro e quindi sono in grande misura indipendenti dalle razionalità decisionali dei giudici italiani. Diciamo “in grande misura” perché in realtà anche questa affermazione andrebbe completata con una cautela ossia della affermazione che rileva come una parte dei procedimenti di primo grado siano il risultato di una revisione in appello ovvero in cassazione. In ogni modo, se dovessimo spiegare la domanda di giustizia che viene rivolta alle sezioni lavoro dei tribunali italiani dovremmo osservare l’andamento del mercato del lavoro, i meccanismi di regolazione delle cosiddette “relazioni di lavoro”, la contrattualistica in essere, le ricadute delle revisioni normative (ad esempio quelle che sono scaturite dalla adozione del cosiddetto Jobs Act), la tradizione di negoziazione e contrattazione che caratterizza ancora oggi alcune grandi imprese italiane, le modalità di gestione delle risorse umane delle piccole e medie imprese, le tradizioni di carattere sindacale dei distretti industriali, ecc. In sintesi per spiegare la domanda di giustizia dovremmo guardare a qualcosa di diverso dalla giustizia. Dovremmo guardare al paese reale. Alla economia. Alla società. Alla vita dei cittadini.

Lo stesso può dirsi del contenzioso che riguarda il diritto fallimentare e le procedure concorsuali. Sarà la vita delle imprese, la tenuta del sistema bancario, la capacità di offerta creditizia, la articolazione delle catene di creditori e fornitori, che devono essere capite e conosciute per spiegare la sostanza e la qualità della domanda di risoluzione di casi che riguardano il fallimento delle attività imprenditoriali.

Anche il contenzioso di cognizione ordinaria trova le sue radici nel funzionamento della società italiana. Riprendendo un recente lavoro di ricerca svolto sulla base dei dati della DG Stat, si rileva come la distribuzione del tasso di litigiosità in Italia è assai disomogenea. Nella figura 1 si nota che le aree in chiaro – ossia quelle con basso tasso di litigiosità – sono prevalentemente concentrate al Nord e al centro del paese ma non senza eccezioni. In Sicilia ci sono aree – che corrispondono alla estensione territoriale delle province – in cui la litigiosità è bassa cosi come notiamo che al Nord e al centro vi sono aree dove la litigiosità è molto più elevata della media nazionale. Il tasso di litigiosità che rileva il numero dei procedimenti che sopravvengono in un tribunale di primo grado si spiega con la combinazione di diverse variabili concomitanti, fra cui le condizioni economiche e sociali e la solidità della regolazione sociale.

La conoscenza della società e della economia italiane non è condizione necessaria soltanto per spiegare cosa “pende” sul tavolo del giudice (sul ruolo). Si tratta di una conoscenza necessaria anche per capire quali capacità e quali risorse il cittadino è in grado di utilizzare per chiedere giustizia. Non si tratta soltanto di sapere la distribuzione del reddito pro capite, una variabile di cui certamente tenere conto. Si tratta anche di sapere il grado di istruzione, la esistenza di una rete familiare o amicale, la concomitanza di altre difficoltà o condizioni disagevoli che possono avere a che fare con le condizioni di salute personali o dei propri familiari, con le condizioni di disabilità, con la concentrazione all’interno di un percorso di vita o di un percorso di vita familiare di esperienze giudiziarie. La figura 2 ci offre un dato empirico sufficiente per sostenere che le capacità di “fare azione collettiva” o di ragionare ed agire in una ottica che tiene conto del contesto sociale e civico nel quale si vive (l’interesse bene inteso di Tocqueville potrebbe essere qui richiamato a titolo euristico) sono distribuite in modo difforme nel paese. Gli studiosi chiamano questo capitale sociale. Qui è misurato facendo la sintesi del tasso di partecipazione ad associazioni civiche e sociali, del tasso di partecipazione ad una attività intrinsecamente orientata al bene di un altro anonimo, come la donazione del sangue, del tasso di distribuzione della vendita di quotidiani e di partecipazione sociale in genere.

Si noti che l’argomento che si intende accettare non è quello che mette in relazione il capitale sociale con l’efficienza della giustizia. Già questa analisi è stata compiuta. Il punto è diverso. Si tratta di individuare quelle condizioni di contesto – territoriali nel senso sociologico del termine – che aumentano o ostacolano la capacità di un cittadino di vedere tutelata la propria uguaglianza dinanzi alla legge. Non è detto che questa tutela debba necessariamente scaturire dalla attivazione dello strumento giudiziario, né si può trascurare che per orientare la domanda del cittadino il tessuto dei corpi intermedi e l’esistenza di una società civile organizzata sono fattori fortemente facilitanti. Riprendendo l’impostazione di un vasto programma di ricerca e formazione avviato di recente in Canada il tema dell’accesso alla giustizia è anche il tema dell’accesso al diritto, alla sua comprensione e alla sua fruizione. Il diritto in azione, ossia quello che si attiva nelle aule dei tribunali cosi come negli strumenti di mediazione, negoziazione, risoluzione extra-giudiziale delle controversie, è il diritto rispetto al quale valutare le capacità di fruizione distribuite sul territorio. Sarebbe illusorio immaginare che l’uguaglianza delle capacità di accesso sia un dato di natura».

"La giustizia e i suoi saperi. Professionalità al servizio del giusto processo"

L'autore

Daniela Piana è un membro del managing board dell’International Center on Democracy and Democratization (ICEDD) della LUISS. Insegna Scienze politiche all’Università di Bologna


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