24 luglio 2017

Filo spinato, carrarmati, albicocche e i confini del nostro giardino

Nel secondo numero della sua rubrica Gianfranco Pellegrino riflette sulla natura dei confini. Elementi naturali o convenzionali? Idea del pensiero o sogno ideologico?

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Che cos’è un confine? Elemento naturale, architettonico, convenzionale? Idea del pensiero, baluardo del valore, sogno ideologico? Che cos’è la cosa che porta politici seri a scandire minacce poco serie, a rimangiarsele, e a imbastire campagne elettorali fuori dal mondo, e dalla decenza?

Un confine non è un elemento naturale, ovviamente – anche se gli elementi della natura spesso confinano, i mari sono difficili da attraversare, le montagne da valicare, e così via. Ma se la natura creasse confini, la Sicilia forse non sarebbe parte dell’Italia, e l’Appennino separerebbe due paesi. E se andate al confine fra due paesi, oltre ai militari, se ci sono, e alle transenne, spesso non vedrete elementi naturali significativi.

Un confine è piuttosto un elemento convenzionale, una funzione – una decisione a salvaguardia di qualcosa. Ma di cosa? Per Carl Schmitt, il confine è il cuore della politica – dato che esso serve a fissare i limiti di una comunità che si contrappone alle altre, e questa contrapposizione è l’essenza del politico. Per studiosi meno estremisti, il confine serve a garantire il buon funzionamento di uno Stato – a garantire la possibilità per lo Stato di esercitare il suo potere esclusivamente all’interno di un certo territorio, assicurando ai cittadini certi diritti e certi beni (protezione, stato sociale, sicurezza, e così via) – qui è dove i cittadini italiani possono curarsi (quasi) gratis, dove possono chiamare la polizia a loro difesa, dove debbono pagare le tasse per fare queste (e altre) cose. Questa teoria viene difesa da Anna Stilz, sulle orme delle teorie kantiane, e da Allen Buchanan.

In questo tipo di approcci, lo Stato ha diritti territoriali, cioè essenzialmente il diritto di esercitare la sua giurisdizione (il suo potere di far leggi) all’interno di un certo territorio. Per altri, invece, il confine segna i limiti di una cultura – qui è dove si parla italiano, dove le mamme si comportano in un certo modo, dove il tasso di carboidrati semplici nella dieta raggiunge proporzioni esorbitanti, dove la criminalità organizzata possiede intere regioni. Questa visione viene difesa da David Miller, secondo il quale proprio per tutelare la cultura nazionale gli Stati avrebbero il diritto di limitare l’accesso entro i propri confini, fatti salvi casi di violazioni gravi dei diritti umani (e quindi fatti salvi i diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati).

Per altri ancora il confine segna i limiti dell’indipendenza, dell’autonomia, dell’autodeterminazione di singoli e gruppi – qui è dove gli italiani prendono decisioni, votando e venendo eletti, e discutendo fra loro, e subiscono le conseguenze delle decisioni prese dalla maggioranza di loro. Questo modo di vedere viene difeso da Margaret Moore. Per molti, infine, i confini sono barriere, sono muri invisibili (talvolta visibili, ma pur sempre artificiali) che si frappongono fra loro e le loro speranze – talvolta fra loro e una vita un po’ migliore della brutta vita che vivono, talvolta fra la speranza di sopravvivere e la sicurezza di venire uccisi, feriti o perseguitati.

Forse i confini sono tutte queste cose insieme, o forse sono una sola di queste. Non è importante adesso stabilirlo. Nè importa stabilire se veramente i confini siano necessari a ottenere questi fini. Nè ha importanza, infine, decidere se tutte le cose apparentemente positive elencate sopra – se il valore dell’opera dello Stato a difesa dei diritti dei cittadini e del welfare, il valore di una cultura, il valore dell’autodeterminazione – siano realmente tali.

Quel che servirebbe, per portare alla luce i presupposti inconfessati della discussione di questi giorni, sarebbe un criterio, una giustificazione accettabile che spieghi perché – per molti politici e molti cittadini – questi valori abbiano maggior peso di altri. Perché i nostri diritti e il welfare, perché la nostra cultura, perché la nostra autodeterminazione siano più preziosi, più importanti, di eguali diritti, culture e libertà altrui. Perché di questo si tratta, in fondo. I confini confinano, appunto. Restringono, limitano, rendono particolari certi diritti e certi beni. I confini, forse, sono come le famiglie e i gruppi moralmente rilevanti: è ovvio che i miei bambini hanno diritti, è ovvio che i miei amici li preferisco quando c’è da andare a cena fuori, è ovvio che i miei concittadini hanno diritti e doveri derivanti da una relazione comune fra noi. Ma fino a che punto si può spingere questa priorità? Veramente i miei bambini hanno diritti che superano tutte le sofferenze degli altri bambini? Ma, in fondo, non pago le tasse perché anche i bambini degli altri abbiano certe cose, certe cure, certi diritti? Il confine della famiglia, in realtà, serve solo per delimitare l’affetto – certo non pago le tasse perché qualcuno dia affetto ai miei figli (eppure: se la catastrofe della malattia mentale, o del disagio sociale si abbatte su di me, i miei bambini potrebbero andare in affidamento, e quelle persone daranno loro affetto, aiutate da servizi sociali che prendono gli stipendi dalle mie tasse).

Ma allora perché i confini degli Stati dovrebbero servire per dire: tu sì, tu no? Tu guadagni abbastanza, tu no… Tu puoi decidere come vivere la tua vita, tu no…. Perché? Ma voi mettereste i carri armati e il filo spinato alla porta del giardino per impedire a chiunque di entrare a raccogliere le vostre albicocche? E lo fareste solo perché altri lo fanno, o perché altri non contribuiscono come voi a innaffiare quelle albicocche e a renderle disponibili alle frotte di affamati d’albicocche che nottetempo scavalcano la vostra staccionata? Io no, e molte persone decenti nemmeno.

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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