1 agosto 2017

Il silenzio di Putin: quando i fatti parlano da soli

Antonio Badini, che ha recentemente pubblicato il volume “Disordine mondiale” per la LUISS University Press, riflette sul ruolo della Russia in Medio Oriente. Il silenzio di Putin, come già successo in passato, prelude al suo riemergere come co-leader per una nuova configurazione della geo-politica mondiale

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Gli analisti sono concordi nel ritenere che la palude del Medio Oriente sia la prova empirica che permette di saggiare la capacità delle grandi potenze di rimettere il mondo nel giusto ordine, ben più di altri conflitti aperti o focolai di tensioni. L’Iran è il caso più significativo. Teheran ha il merito di aver prontamente reagito contro lo Stato islamico e ha inoltre firmato l’accordo nucleare con le principali potenze ma, nonostante questo, alcuni leader sostengono che costituisca ancora la minaccia più grande alla stabilità del Medio Oriente, avendo le milizie sciite esteso il loro controllo ben al di là dei confini iraniani. L’Iraq è ora visto quasi come uno Stato alle dipendenze del regime degli Ayatollah; Hezbollah gli è parimenti soggiogata, pur restando la forza principale in Libano; in Siria, l’Iran sostiene il regime di Bashar al-Assad; nello Yemen, i ribelli Huthi sono armati e addestrati dall’Iran. Gli stessi Bahrain e Arabia Saudita hanno una vasta popolazione sciita.

L’Iran ha di recente accresciuto la propria presenza in Siria lanciando una raffica di missili balistici su una città sotto il controllo dello Stato islamico nella parte orientale del Paese. Dietro a queste manifestazioni di forza è cominciata inosservata una corsa tra il rinvigorito regime siriano e le forze sostenute dagli Americani, principalmente appartenenti alle Forze democratiche siriane (FDS), per accaparrarsi la parte di territorio lungo il confine della Siria con l’Iran, ancora sotto il controllo di un sempre più traballante Stato islamico. Si tratta di una corsa che, secondo gli analisti, l’America e i suoi alleati rischiano di perdere. Le unità appoggiate dall’Iran si stanno spingendo verso Sud lungo il confine e attraverso il territorio dello Stato islamico, per ricongiungersi con i loro alleati in Siria, e conquistare un collegamento di terra permetterà all’Iran di accrescere i suoi invii – già consistenti – di armi a Hezbollah. In questa fase, ammettono gli osservatori, l’unica strategia per contenere l’Iran richiederebbe l’aiuto da parte della Russia, secondo un piano che vedrebbe la creazione di una zona tampone libera da forze sostenute dall’Iran, nella Siria meridionale lungo il confine con Israele e Giordania.

Una situazione simile sta prendendo forma nella Siria settentrionale, dove squadroni da combattimento turchi hanno creato delle roccaforti, a prima vista per contrastare le milizie dello Stato islamico, ma in realtà per impedire che le unità curde siriane vicine al PKK vi installino basi militari, naturalmente con il fondamentale aiuto della Russia. Le mosse di Putin sono dirette ad acquisire influenza in vista di strategie future che, sebbene formalmente aventi l’obiettivo di placare il conflitto siriano e di scacciare lo Stato islamico, sono di fatto destinate a rendere la Russia una potenza con cui dover fare i conti per la nuova situazione geopolitica della regione.

A differenza dello schieramento costruito dalla Russia, gli alleati dell’America sono in disaccordo prima della battaglia finale per Raqqa, la capitale dello Stato islamico, la cui caduta appare certa. Ciò che accadrà in questa parte del mondo, prima di non molto, è qualcosa che potrebbe convincere Donald Trump a portare avanti il “Grande disegno” a cui aveva inizialmente accennato, ma che non è stato mai davvero attuato.

Sarebbe un errore ritenere che ciò che avviene in questa regione sia un evento effimero, destinato ad essere riassorbito da dottrine “alternative”. Le implicazioni nascoste che caratterizzano le operazioni in atto sul campo hanno invece una portata significativa per le future sfere di influenza nel mondo, sulle quali le grandi potenze dovranno verosimilmente mettersi d’accordo. Più nello specifico, possiamo vedere Iran, Iraq, Turchia, Siria e parte degli stati del Golfo, uniti in uno dei futuri fronti. Questi Paesi hanno ancora visioni differenti per i propri progetti futuri, ma sono consapevoli della necessità di indirizzare i loro sforzi verso una soluzione comune. L’altro fronte potrebbe raccogliere l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e le milizie curde che, con ogni probabilità, introdurranno aspirazioni tali da causare divisioni.

In questa situazione, due sono gli aspetti notevoli che, tra le altre cose, potrebbero spingere Egitto e Libia a decidere da quale parte schierarsi. Il primo riguarda la scelta degli Americani, da molti messa in discussione, di scommettere sulle FDS controllate dai curdi per la liberazione di una città a maggioranza araba: gli abitanti di Raqqa vogliono sicuramente essere liberati dallo Stato islamico, ma sono anche preoccupati da chi verrà a farlo. Inoltre, è risaputo che il sostegno americano alle FDS ha fatto infuriare il Governo turco, la cui inimicizia per i Curdi ha minacciato di far deragliare la campagna contro lo Stato islamico. Le FDS sono infatti guidate dallo YPG, l’ala militare del PYD, un partito curdo siriano che è riuscito a tracciare un proto-Stato lungo il confine turco-siriano. Il PYD ha legami stretti con il PKK, un partito curdo che il Governo turco ha combattuto per anni. Secondo Kyle W. Orton, un analista americano, rifornendo lo YPG di armi pesanti e by-passando le FDS, pur essendo stati forzati in questo dagli eventi, gli USA hanno compiuto di fatto un passo verso il riconoscimento della legittimità del PKK. L’opinione degli esperti è che aver armato i Curdi siriani potrebbe avere un costo elevato per l’America in termini di influenza globale nella regione. E ciò anche se esiste ancora la possibilità per gli Stati Uniti di devolvere aiuti futuri a forze curde rivali, più vicine alla Turchia.

Il secondo aspetto è che sembra che la vera ragione per cui l’Arabia Saudita e i suoi due alleati hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il Qatar non sia tanto l’aiuto finanziario di Doha all’estremismo islamico, ma questioni ben più problematiche. Gli osservatori tendono ad attribuire l’ostracismo saudita nei confronti del Qatar al fatto che quest’ultimo non si sottomette più alla loro visione del Medio Oriente (che implica il considerare Teheran come luogo di provenienza del terrorismo); una visione che Riyad ora condivide con Abu Dhabi e con il Bahrein, che soddisfa Israele ed è anche appoggiata da un’opinione diffusa a Washington, Donald Trump compreso.

Sembra che la pressione nei confronti dello Sceicco Al Thani sia stata decisa dal nuovo Principe della Corona Mohamed bin Sultan con l’obiettivo specifico di punire Doha per i suoi rapporti con l’Iran. Si è reso infatti sempre più evidente che Al Thani, per usare le parole di Raymon Barret, “abbia preso spunto” dalla dottrina di Barack Obama del coinvolgimento dell’Iran, che ha portato alla firma del trattato nucleare con Teheran nel 2015. È risaputo che l’impulsivo Principe della Corona abbia deciso per mere ragioni politiche, ma alcuni ritengono che altre considerazioni strategiche abbiano avuto un ruolo: è un dato di fatto che la Russia abbia, per un certo periodo di tempo, accarezzato l’idea di incoraggiare nascostamente il Qatar e l’Iran a rinverdire una vecchia idea e un progetto di sfruttare insieme le grandi riserve di gas naturale con basse emissioni di CO2. L’area da esplorare ed eventualmente da sfruttare coordinatamente, qualora si raggiungesse un accordo, è costituita da due parti a cavallo delle acque territoriali tra i Paesi, una in Qatar, chiamata North Dome, a l’altra in Iran, chiamata South Pars.

Indipendentemente da se e quando l’idea/progetto si realizzerà, interamente o in parte, il ruolo che la Russia potrà giocarvi sarà comunque un occasione per accrescere il proprio prestigio nell’area e affermare il proprio, legittimo, diritto di essere leader negli sforzi per rendere la regione più stabile, in un mondo più stabile.

 

Per un ulteriore approfondimento su questi temi, è di recente pubblicazione per la LUISS University Press il nuovo volume di Antonio Badini, Disordine Mondiale. Putin, Trump e i nuovi equilibri di potere

L’autore

Antonio Badini

Antonio Badini insegna nel Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS. È Direttore Generale dell’International Development and Law Organization ed è stato Ambasciatore d’Italia in Algeria, Egitto e Norvegia


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