I flussi migratori, la manodopera e i rubinetti dell’immigrazione

16 agosto 2017
Libri Open Society
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Migranti e accoglienza. Il dibattito sul tema è più che mai di stretta attualità, ma i flussi migratori hanno sempre rappresentato una consuetudine per moltissime popolazioni nella storia del mondo. Approfondiamo il tema con un estratto dal libro Movimenti di popolazione (LUISS University Press) di Alfonso Giordano.

 

La storia dimostra che non esiste una, ma più “immigrazioni”. Per quanto possa essere semplicistico e pretenzioso classificare un fenomeno così complesso è, tuttavia, possibile sostenere che sussistano tre tipologie d’immigrazione:

– L’immigrazione di popolamento, propria dei nuovi paesi (America del Nord, Australia, Nuova Zelanda), a bassa densità di popolazione, nei quali il dinamismo economico è legato alle risorse dell’immigrazione. È bene rilevare, però, che tale categoria, proprio come le altre si descriveranno di seguito, non deve essere esclusivamente associata a grandi paesi con vastissimi territori e una bassa densità Caso esemplificativo è quello della Francia che per buona parte del XIX e XX Secolo ha fatto ricorso alla componente straniera anche per ragioni squisitamente de- mografiche. La cui importanza può essere facilmente percepita rievocando quello che per il generale Charles De Gaulle era un vero e proprio mantra: una Francia moderna avrebbe dovuto raggiungere, a suo avvi- so, lo storico traguardo dei cento milioni di abitanti;

– L’immigrazione economica, legata al reclutamento temporaneo di mano d’opera in base alle necessità economiche. In questo caso il diritto di soggiorno nello Stato ospitante è, almeno in teoria, strettamente legato alla durata del contratto di lavoro. Questa forma di immigrazione è stata utilizzata in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait ma anche, ad esempio, sul fronte europeo dalla Germania soprattutto a partire dagli anni Sessanta del Novecento quando conobbe molta fortuna la cosiddetta politica del gastarbeiter;

– L’immigrazione umanitaria, con la quale si fa riferimento da un lato alla possibilità, tutelata dal diritto internazionale sia pur sub-condicione, per l’immigrato residente in una nazione diversa da quella di origine di ottenere dalle autorità del paese ospitante un visto per il cosiddetto ricongiungimento familiare al fine di consentire l’ingresso dei propri cari. Dall’altro, ai richiedenti asilo, i cui diritti sono in primis tutelati e garantiti dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Vale la pena di rilevare che, sottolineati i limiti della suddetta classificazione, non bisogna mai cedere all’illusione di poter associare a ciascuna categoria uno o più gruppi di nazioni. Ciò in ragione del fatto che, complici le criticità intrinseche alla gestione dei flussi migratori, ogni singolo Stato ha adottato, a seconda dei periodi storici e del- le esigenze economiche e sociali interne, una o più categorie, persino contemporaneamente.

Dal punto di vista dei movimenti di popolazione, la storia dell’Europa a partire dal Secondo dopo Guerra è quanto mai emblematica. Negli anni successivi al 1945 in seno al Vecchio Continente si registrò un profondo cleavage economico e sociale tra gli Stati dell’Europa mediterranea e quelli mitteleuropei. Di fatto i primi si trasformarono in un serbatoio di manodopera dei secondi.

Un quadro che, però, cambia repentinamente e radicalmente dagli anni Settanta del Novecento. Gli anni Settanta, infatti, fecero segnare un improvviso modificarsi dei rapporti economici e politici tra l’Occidente e una considerevole parte delle nazioni del Terzo Mondo. In particolare, le due crisi petrolifere d’inizio e fine decennio ebbero effetti dirompenti sui sistemi economici dei paesi europei, cui si aggiunsero uno sconvolgimento delle ragioni di scambio internazionale, l’impennata dei costi energetici e una serie di processi a catena che condussero a una stagnazione della crescita economica accompagnata da alti tassi di inflazione e da disoccupazione diffusa.

La principale conseguenza di questi avvenimenti fu una brusca evoluzione in senso restrittivo delle politiche migratorie da parte dei tradizionali paesi europei d’immigrazione. Ad annunciare per prima il blocco dell’immigrazione economica fu nel 1972 la Svezia, seguita dalla Francia nel 1974 e poi dalla Germania e dal Regno Unito. Ben presto però i governi di queste nazioni furono costretti a prendere atto di un concetto tanto semplice, quanto sottovalutato all’epoca: i “rubinetti” dell’immigrazione, contrariamente a quelli dell’acqua dei comuni lavandini, sono difficili da aprire e chiudere a proprio piacimento.

Infine, una nuova fase per i movimenti di popolazione si è aperta con la crisi dei mercati finanziari che ha colpito l’economia globale a metà del 2008 e che ha condotto, come ormai noto, alla più grave recessione conosciuta dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. I paesi dell’Unione europea, anch’essi toccati pesantemente dalla crisi globale, dopo anni caratterizzati da una stabile crescita economica e occupazionale, sono ritornati a livelli di stagnazione che non si vedevano da decenni e hanno subito, pur se con intensità e velocità diverse, un impatto negativo sui propri territori e società.

La mobilità delle persone, relativa tanto ai flussi migratori in entrata e in uscita dall’Europa quanto agli svariati effetti sui paesi di origine e destinazione di tali flussi, è stata naturalmente interessata dagli effetti di tale crisi. Effetti che hanno riguardato l’inserimento dei migranti nelle società di accoglienza, le rimesse per i paesi di origine, l’accesso al sistema di welfare, le conseguenze sulle diverse tipologie di migrazione (femminile o maschile, qualificata e non qualificata, per lavoro o richiedenti asilo ecc.), e che hanno fatto registrare modifiche nella gestione dei flussi migratori da parte paesi europei in risposta alle mutate condizioni del contesto economico.

Come si può notare dal pur breve excursus nel giro di mezzo secolo, la geopolitica dei movimenti di popolazione in Europa ha conosciuto profondi cambiamenti che rendono assai arduo il tentativo di classificare i singoli Stati esclusivamente sulla base delle politiche di gestione dei flussi migratori che hanno adottato. Ciò in ragione del fatto che esse non sono rimaste invariate nel corso del tempo, ma hanno conosciuto molti cambi di direzione in base alle esigenze del momento.

 

 

L'autore

Alfonso Giordano è professore di Geografia Politica alla LUISS


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