22 settembre 2017

All’Europa servono più investimenti?

Maggiori investimenti sono davvero necessari all’eurozona, come spesso si crede? Secondo Daniel Gros no, anzi: meno investimenti possono significare più crescita

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Secondo una visione di lungo corso nelle Istituzioni europee e in alcuni Stati membri, l’Europa soffrirebbe di una carenza di investimenti: due anni or sono la Commissione ha varato uno schema – noto come Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (“European Fund for Strategic Investment” – EFSI) – al fine di creare nuovi investimenti per un valore di 300 miliardi di euro (impiegando solo 15 miliardi circa di risorse), ritenendo di aver individuato un rilevante deficit di investimenti.

L’idea che siano necessari investimenti per favorire la crescita e la ripresa sostenibile è ormai radicata nel dibattito pubblico e viene usata per promuovere diversi programmi volti a creare un budget per investimenti nell’eurozona, con l’assunto di base che sia vantaggioso avere maggiori investimenti, che permettano un aumento di stock di capitale e delle future prospettive di crescita. Tuttavia, più investimenti non sono sempre un bene e anzi ci sono poche prove a sostegno del fatto che l’eurozona soffra veramente di una “carenza di investimenti”. Nel 2015 la Commissione ha sostenuto che gli investimenti annui erano di 400 miliardi di euro inferiori rispetto al 2007, ma questo raffronto è ingannevole, perché il 2007 è stato l’apice di una bolla creditizia che ha portato a molti sprechi – come poi è stato riconosciuto dalla Commissione stessa. Tuttavia, la tesi adesso sostenuta è che gli investimenti sono comunque inferiori anche rispetto agli anni precedenti il boom creditizio (in ogni caso, stando a questo rilevamento, la carenza di investimenti risulta già dimezzata). Sfortunatamente, però, anche gli anni precedenti al boom creditizio sono inadatti per valutare l’economia europea di oggi, perché qualcosa di fondamentale è cambiato è cioè le prospettive di crescita sono diminuite, soprattutto a causa di grandi cambiamenti dei trend demografici.

La popolazione in età lavorativa dell’eurozona, infatti, pur essendo cresciuta a partire dal 2005, è in calo dal 2015, mentre la produttività non è aumentata: avere meno lavoratori comporta tassi di crescita potenziali decisamente inferiori, il che a sua volta implica una inferiore necessità di investimenti. Un’economia la cui popolazione è in rapida crescita necessita di strade, aeroporti, case e fabbriche per soddisfare i vari fabbisogni e per rispondere a una domanda crescente; ma un’economia la cui la popolazione si riduce ha bisogno di meno investimenti, perché lo stock di capitale attuale sarà più o meno sufficiente anche per la popolazione e l’economia future.

In termini più tecnici, questo significa che un’economia a crescita lenta ha bisogno di investimenti molto minori per mantenere il rapporto tra prodotto e capitale. Un paragone con gli Stati Uniti è illuminante in tal senso, perché suggerisce che l’Europa ha investito troppo: lo stesso ammontare di capitale ha avuto infatti negli Stati Uniti un ritorno migliore – in termini di prodotto – piuttosto che in Europa.

Se l’eurozona avesse mantenuto gli investimenti allo stesso livello degli anni precedenti il boom creditizio, presto ci sarebbe stato più capitale in relazione alla dimensione dell’economia. “E allora?” ci si potrebbe domandare “Più capitale non è sempre benvenuto”? Uno stock di capitale sempre maggiore in relazione al prodotto implica una sempre minore redditività del capitale stesso e dunque un maggiore accumulo di crediti deteriorati nelle banche. Data la situazione di debolezza del suo sistema bancario, l’Europa non può permettersi di sprecare preziose risorse e pertanto sarebbe stata del tutto appropriata una riduzione degli investimenti anche negli anni in cui la popolazione dell’Europa era ancora in crescita.

Questa tesi si applica con particolare forza all’Italia, il cui tasso di crescita è in caduta ormai da quasi 20 anni, ma i cui investimenti hanno retto abbastanza bene, almeno fino a quando la crisi non ha colpito il Paese. I numerosi crediti deteriorati delle banche italiane sono una conseguenza del fatto che gli investimenti sono stati troppo alti per troppo a lungo e una parte consistente degli investimenti in eccesso è risultata essere uno spreco. Dal momento che si ritiene che negli ultimi anni l’Italia abbia invece sofferto per la mancanza di investimenti, potrebbe sembrare strano sostenere che troppi investimenti nel periodo precedente siano parte del problema a cui assistiamo oggi. Eppure, i numeri più recenti della crescita confermano questa analisi: il tasso di crescita sta ora accelerando non per un boom degli investimenti, ma perché si sta risolvendo il problema dei crediti deteriorati e l’economia sta guadagnando di più da meno investimenti. Inoltre, i fondi per investimento a disposizione della maggior parte dell’eurozona non sono più tanto scarsi: anche nei Paesi della periferia, dove il credito era basso fino a pochi anni fa, le imprese ora riportano di non dover più affrontare seri problemi di finanziamento.

A ben analizzare la cosiddetta carenza di investimenti, si vedrà che è dovuta per lo più alla riduzione dell’attività edilizia. Gli investimenti in stabilimenti e macchinari, essenziali per il potenziale produttivo dell’industria, si sono pienamente ripresi e viaggiano ora al 10,5% del PIL, lo stesso valore esatto del culmine del boom creditizio del 2007. I 200 miliardi di euro di investimenti – che la Commissione ritiene manchino ancora – sono in realtà riconducibili alle spese inferiori per l’edilizia, il che appare del tutto appropriato, considerato il fatto che il settore immobiliare è stato alla base della crisi finanziaria.

La richiesta di maggiori investimenti è sempre attraente a prima vista, ma ci sono ragioni basilari per credere che il tasso di investimenti nell’eurozona dovrebbe restare basso. La carenza di investimenti spesso invocata è in realtà una pia illusione e non dovrebbe essere usata per creare nuovi budget o altri meccanismi che indirizzino fondi pubblici nell’edilizia.

 

[N.d.r. Dello stesso autore si veda anche il contributo The Juncker Plan: From €21 to €315 billion through smoke and mirrors”, CEPS Commentary, 27 November 2014].

L’autore

Daniel Gros

Daniel Gros è direttore del Centre for European Policy Studies (CEPS), Senior Fellow della LUISS School of European Political Economy e Member dell’Advisory Board del LUISS Center of Italian Mezzogiorno Studies


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