Merkel regge, Schulz no. Tutto quello che c’è da sapere sul voto tedesco in 9 punti

25 settembre 2017
Editoriale Europe
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

All’indomani del voto tedesco, Christian Blasberg analizza in esclusiva per LUISS Open i risultati partito per partito, con i nuovi scenari di governo, tra grandi coalizioni e più o meno attesi ritorni all’interno del Bundestag. 

 

CDU

Il risultato dei cristiano-democratici è senz’altro da considerare una sconfitta. Il partito, attestandosi attorno al 33% (- 9%), rimane il più forte nel Bundestag e la cancelliera Merkel potrà di nuovo formare il governo, ma la sua posizione sia in Germania che all’interno dell’Unione Europea è indebolita. La coalizione con FDP e Verdi nel futuro governo potrebbe rivelarsi molto difficile, nonostante con i liberali ci sia una lunga storia di collaborazioni governative. Merkel credeva che il relativo successo della politica di integrazione dei migranti del 2015 avrebbe convinto i cittadini dell’efficacia della sua politica umanitaria di allora, sottovalutando l’importanza della dimensione identitaria e culturale che per tanti sembra prevalere sugli aspetti economici della questione migratoria. Uno spostamento a destra appare inevitabile, ma è da chiedersi se Merkel sarebbe credibile nell’impresa di guidare un tale riassestamento del suo partito.

CSU

I cristiano-sociali hanno ottenuto, con il 38% in Baviera, il più basso risultato della storia. Hanno pagato per non aver insistito fino in fondo sulla loro distinzione dalla CDU nella questione migratoria. Nel 2015 avevano portato avanti una linea dura di chiusura dei confini per i migranti, rischiando anche la scissione dal partito sorella, salvo poi riconciliarsi con la CDU in vista delle elezioni. Ora il conflitto tra i due partiti si potrebbe inasprire di nuovo (e nel 2018 si vota per le regionali in Baviera) e la CSU potrebbe dettare alla CDU una linea più dura, che quest’ultima è costretta a seguire se vuole ricuperare i voti persi all’AfD, o si rischia davvero la scissione, e l’estensione della CSU su tutto il territorio della Germania.

SPD

Il partito ha clamorosamente sbagliato la campagna elettorale. Puntava su temi, come la giustizia sociale, che forse non rappresentano la massima preoccupazione dei cittadini tedeschi, tanto meno per quelli che votano CDU. Assenti ingiustificati invece temi come la riforma dell’Eurozona, dove la SPD ha una visione chiaramente diversa dalla CDU. È mancato il contrasto con la CDU e l’annuncio chiaro di non voler continuare la grande coalizione. Il candidato Schulz avrebbe dovuto personalizzare la campagna elettorale, mettendo la sua persona al di sopra del suo partito, come candidato di un’area di centro-sinistra più estesa della sola SPD. Al partito ora serve un profondo rinnovamento personale, dottrinale e di immagine, per diventare una credibile alternativa democratica alla CDU. Ci sono molti dubbi se Schulz sia la persona giusta per dare forza ad un tale processo di trasformazione.

AfD

Il futuro della AfD nel Bundestag è molto incerto. Nel passato i partiti populisti di estrema destra in parlamenti regionali si sono spesso persi in lotte intestine e sparivano dopo una legislatura.La stampa tedesca ha provato in tutti i modi a mostrare tali spaccature anche all’interno della AfD, con una strategia denigratoria troppo palese e generalizzata nei confronti del partito, ma è difficile credere che uno sfaldamento totale dei populisti avvenga davvero (pur rimanendo plausibili alcune scissioni individuali). Faranno un’opposizione dura e creeranno qualche clamore e qualche disagio in Parlamento. La debolezza dell’AfD risiede però nella mancanza di una figura di leader. Né i candidati Weidel e Gauland, né la presidente Petry hanno la forza di emergere come una “Le Pen tedesca”. Alcuni altri si sono squalificati per evidenti tendenze quasi neo-naziste. Tuttavia è da temere che il partito, che ha superato con il 13,5% le previsioni di ogni sondaggio, rimarrà per più di una legislatura una scomoda presenza fissa nel Bundestag, presenza alla quale gli altri partiti si devono abituare.

FDP

Il ritorno dei liberali, con il 10,5%, è in gran parte dovuto alla personalizzazione operata dal presidente del partito Lindner. Dietro la figura di un leader giovane, dinamico e fotogenico, i contenuti spesso non proprio nuovi di un liberalismo soprattutto economico sono rimasti in secondo piano, ad eccezione della tematizzazione, come unico tra i partiti, dell’agenda digitale. È da temere però che la partecipazione a un governo “Giamaica” faccia tornare i vecchi riflessi della FDP come partito a vocazione governativa a qualunque costo, portando a nuovi crolli elettorali nel futuro. I liberali dovrebbero chiedere, come condizione per partecipare all’esecutivo, la sostituzione di Merkel come cancelliera a metà legislatura.

Verdi (Grüne)

Il risultato del 9,5% circa è sorprendente, considerata una campagna elettorale pallida e di contenuti spesso troppo “politicamente corretti”, viste anche le dure critiche pubbliche rivolte soprattutto alla candidata Göring-Eckhardt. Il partito può entrare rinforzato in un governo “Giamaica” con CDU/CSU e FDP, ma rimarrà un elemento estraneo tra i due altri partner che si conoscono grazie a decenni di collaborazioni governative. Questo può essere la rovina dei Verdi, o la loro grande occasione, se sapranno lasciare la coalizione al momento opportuno. Il problema è che la CDU di Merkel ha già in parte invaso il campo ideologico dell’ecologismo e così ora il compito per i Verdi non è facile, tra responsabilità per il funzionamento della democrazia e conservazione della loro identità, tra l’altro sempre in bilico per lo storico conflitto interno tra ala moderata e ala più radicale.

Sinistra (Linke)

Il partito erede della ex-SED comunista della Germania-Est ha tenuto il suo livello elettorale del 9%, anche se i sondaggi gli attribuivano fino all’11%. Il suo ruolo rimane all’opposizione, ma il nuovo posizionamento della SPD in un’opposizione, anch’essa con caratteristiche forse più marcatamente di sinistra, potrebbe aprire nuovi scenari di avvicinamento in vista delle elezioni del 2021. Nello stesso momento l’opposizione della SPD può anche diventare pericolosa per la Linke, perché i due partiti entrano di più in competizione per lo stesso spazio politico e elettorale. La Linke allora deve rinforzare le sue basi nella Germania dell’Est, cosa che la mette a sua volta in lotta aperta con la AfD – una lotta tra i due estremi. Vengono in mente precedenti storici.

Partecipazione

La partecipazione a queste elezioni è leggermente aumentata, con l’affluenza alle urne passata dal 71% al 75%. Nonostante una campagna elettorale abbastanza noiosa, soprattutto per l’eccessiva similitudine tra i due grandi partiti di governo, il clima teso del dibattito pubblico e l’aumentata preoccupazione per la sicurezza sotto vari punti di vista, hanno mobilitato più elettori. È da temere però che questo aumento si debba soprattutto agli elettori della AfD, i quali prima erano rimasti in uno stato di apatia politica, causato dal rifiuto di tutto l’establishment politico della Repubblica federale. Rimane pur sempre il fatto che un quarto della popolazione che non ha votato, fenomeno che non deve essere ignorato nell’analisi di queste elezioni.

Scenari di governo

Dopo solo 16 minuti dai primi exit poll delle ore 18 di ieri, la questione della futura coalizione di governo era risolta: la SPD annunciava la sua indisponibilità per una continuazione della grande coalizione. Quindi rimaneva soltanto un’opzione matematicamente possibile, se si considera che la AfD è fuori da ogni possibile scenario di coalizioni, e una coalizione di sinistra incluso la Linke non aveva i voti necessari. La coalizione “Giamaica” – nero-giallo-verde (CDU-FDP-Verdi) – è senza alternativa, se non si vuole andare a nuove elezioni. Queste però rischierebbero di rafforzare ulteriormente la AfD. È quindi indispensabile che FDP e Verdi superino la loro incompatibilità programmatica. Un precedente di una coalizione “Giamaica” esiste già da qualche mese nella Regione Schleswig-Holstein e sembra che funzioni bene. Un tale governo per la Germania sarebbe decisamente pro-europeista, anche se difficilmente potrebbe generare un progetto coerente di importanti riforme delle istituzioni europee. È piuttosto da aspettarsi che la nuova formula governativa continuerà, sotto molti aspetti, la vecchia politica dei precedenti esecutivi Merkel.

Articoli correlati