I robot ci toglieranno il lavoro?

9 ottobre 2017
Libri Open Society
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Il testo che segue è tratto dall’ultimo libro di Jerry Kaplan,Intelligenza artificiale. Guida al futuro prossimo” (LUISS University Press, 2017), © 2016 Oxford University Press. Riprodotto per gentile concessione.

Per quanto l’idea sia suggestiva, pensare ai sistemi dotati di intelligenza artificiale (IA), in particolare ai robot, come a lavoratori meccanici in competizione per i nostri stessi impieghi, significa non assumere la prospettiva giusta per valutarne l’impatto sui mercati del lavoro.
L’immagine di un robot che entra in ufficio e di un lavoratore umano che viene messo alla porta può essere forte, ma rischia di far passare in secondo piano il più importante effetto economico: l’automazione cambia la natura stessa del lavoro.

Ovviamente, i progressi tecnologici sono serviti a aumentare la produttività e la produzione economica durante l’intero corso della storia umana, e soprattutto con la rivoluzione industriale. In parole povere, questo significa che servono meno persone per fare la stessa quantità di lavoro. Al tempo stesso è vero anche che, storicamente, la maggior ricchezza derivante da questo tipo di progresso ha creato nuovi posti di lavoro, anche se raramente nel breve periodo. Cosa ancora più importante, i nuovi lavori sono difficilmente comparabili a quelli andati perduti, con la conseguenza che a chi perde il lavoro spesso mancano le competenze necessarie per ricoprire le nuove posizioni disponibili. Quando questi effetti sono graduali, il mercato del lavoro riesce ad adattarsi senza scossoni, ma se sono rapidi o bruschi, possono verificarsi notevoli sommovimenti.

La storia del lavoro agricolo negli Stati Uniti è un esempio di successo di conversione della forza lavoro. Considerata nel suo complesso, la scomparsa dei posti di lavoro agricoli ha avuto dimensioni apocalittiche. Nel 1870, il 70-80% dell’intera forza lavoro statunitense era impiegata nell’agricoltura; nel 2008, tale numero era sceso a meno del 2%. In altre parole, 150 anni fa praticamente tutte le persone fisicamente abili lavoravano la terra, mentre oggi non lo fa quasi nessuno. Se questo fosse avvenuto dalla sera alla mattina, la disoccupazione avrebbe rappresentato un cataclisma. Come è ovvio, però, le cose non sono andate così, visto che nel secolo e mezzo che è trascorso c’è stato tutto il tempo perché il mercato del lavoro si adattasse. Le persone che avevano come competenze principali la semina e il raccolto sono morte di vecchiaia senza bisogno di imparare – ad esempio – a battere a macchina o a guidare, mentre la ricchezza che è derivata da questa trasformazione ha creato sostanziale nuova domanda per beni e servizi di nuova concezione, dagli smartphone ai personal trainer.

Tuttavia, l’effettivo processo secondo il quale le macchine prendono il posto degli esseri umani è molto meno evidente. In pratica, l’automazione sostituisce le competenze, non i mestieri e, di conseguenza, ciò di cui i datori di lavoro hanno bisogno non sono i lavoratori ma i risultati ottenuti applicando tali competenze. I costruttori di robot, per aver successo, non devono sostituire le persone, ma fornire macchine con i requisiti adatti a svolgere compiti utili. E se pure i loro prodotti non sostituiranno i lavoratori uno a uno, estrometteranno comunque le persone dal mercato del lavoro perché ne serviranno in numero minore: ciò che rende alcuni lavoratori più produttivi di altri è anche ciò che fa perdere il lavoro ad altri. Inoltre, il processo cambierà anche il lavoro di chi conserverà il posto eliminando il bisogno di una certa competenza, e forse introducendo il bisogno di nuove capacità.

Un buon esempio di questo processo è più vicino di quanto crediate: la cassa del vostro supermercato. Gli impiegati che vi fanno il conto e preparano le buste della spesa sono impiegati in una serie di compiti basati su competenze che sono notevolmente cambiati nel corso degli ultimi decenni. Una volta, i cassieri esaminavano i prodotti uno a uno e inserivano il prezzo nel registratore di cassa, mentre ora si limitano a passarli su di un lettore di codici a barre. I vantaggi del nuovo sistema in termini di precisione, tempo e lavoro richiesto sono evidenti.

Tuttavia, la ragione principale per la quale ci sono ancora i cassieri ad accoglierti è che certi prodotti devono ancora essere maneggiati in un modo particolare: ad esempio, le buste di prodotti sfusi devono essere identificate e pesate per ottenere il prezzo e queste sono abilità che, finora, sono sopravvissute all’automazione. Sono state perciò loro a salvare il lavoro dei cassieri? In qualche modo sì: hanno ancora un lavoro, anche se sono meno di prima. Lo U. S. Bureau of Labor Statistics prevede che il bisogno di cassieri (in generale, non solo nei supermercati) crescerà solo del 3% nei prossimi dieci anni, mentre in generale l’impiego crescerà dell’11%, soprattutto grazie all’automazione.

A oggi, il lavoro di chi prepara le buste per la spesa è più sicuro, dal momento che inserire nel modo giusto una serie casuale di prodotti in una busta in modo tale che non sia troppo pesante, che il peso sia ben distribuito e che i prodotti stessi non si danneggino, al momento richiede una capacità di giudizio umana. Tuttavia, questo mestiere è minacciato da un concorrente molto vicino, i cassieri stessi, che sempre più svolgono questa funzione.

Nessun aspetto dell’IA può cambiare sostanzialmente i modi fondamentali in cui il mercato del lavoro si evolve con la tecnologia. Da un punto di vista strettamente economico, l’IA è solo un altro passo in avanti nell’automazione. Il suo potenziale di superare rapidamente le attuali capacità dei lavoratori, tuttavia, è senza precedenti nella storia recente delle innovazioni tecnologiche, con la sola possibile eccezione del personal computer stesso.

Provate a pensare a come sarebbero cambiate le cose in un supermercato se l’attuale stato dell’arte della visione artificiale fosse stato disponibile già da alcuni decenni. Invece di riprogettare l’intero processo di identificazione e individuazione dei prodotti per mezzo di codici a barre, i nuovi lettori sarebbero stati pienamente in grado di riconoscere gli oggetti dal loro aspetto e, se necessario, di leggere i prezzi apposti o stampati su di essi.

L’impatto di questa tecnologia sarebbe stato molto meno di rottura per quanto riguarda quella che potremmo chiamare la catena di fornitura del cibo, e avrebbe perciò potuto essere adottato molto più rapidamente e a costi certamente inferiori, con il risultato di provocare una più rapida contrazione della forza lavoro.

Riassumendo, per sapere se l’IA toglierà il lavoro a un certo lavoratore, è necessario capire quali competenze utilizza nel complesso quel lavoratore, se tali competenze sono separabili dal resto del lavoro che svolge e quanto esse siano facilmente automatizzabili, con o senza l’apporto dell’IA. In linea di principio, meno competenze uniche sono utilizzate da un lavoratore, più questo rischia di poter essere sostituito da una macchina, sulla base ovviamente delle competenze. Ma se anche solo una piccola parte delle capacità e dell’esperienza dei lavoratori sono soggette a essere sostituite, aumentare la produttività ha l’effetto di ridurre i livelli complessivi di impiego.
La risposta perciò è: sì, i robot si prenderanno i nostri lavori, ma un modo più produttivo di pensare a ciò è osservare che essi renderanno obsolete le nostre competenze, un processo che gli economisti chiamano, in modo piuttosto appropriato, dequalificazione. Non si tratta di un processo nuovo, peraltro – l’impatto dell’IA in particolare dipenderà da quanto rapidamente e diffusamente le nuove tecnologie renderanno semplice l’automazione delle competenze dei lavoratori. Su quel fronte, le notizie per gli esseri umani non sono buone.

 

L'autore

Scienziato, imprenditore e innovatore seriale, è tra i pionieri della Silicon Valley. È Fellow del Center for Legal Informatics alla Stanford University e professore presso il dipartimento di Computer Science della stessa università.


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