Solo un autonomismo responsabile e ordinato rafforza la democrazia

21 ottobre 2017
Libri Open Society
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Di seguito anticipiamo alcuni stralci dal libro Per autonomie responsabili. Proposte per l’Italia e l’Europa, curato da Gian Candido De Martin e Francesco Merloni per la LUISS University Press.

 

(…) Se per un verso le autonomie territoriali appaiono oggi in vario modo un problema per via delle tensioni in atto e dell’inadeguatezza della legislazione statale sul loro ordinamento e sul loro finanziamento (ivi comprese le questioni legate alle specialità regionali malintese, fonti di privilegi incompatibili con i princìpi di eguaglianza e di solidarietà nazionale), cui si sommano di frequente le complicazioni derivanti da legislazioni regionali evasive o inappropriate, per altro verso emerge con sempre maggiore evidenza – a voler analizzare con coerenza le cause di questa situazione – che proprio (e solo) un’effettiva realizzazione di un corretto e incisivo assetto autonomistico della Repubblica può essere la soluzione utile per far fronte sia alla stessa crisi economica emergente, attivando e valorizzando le energie disponibili nelle comunità territoriali e nei mondi vitali, sia al latente deficit democratico, in cui la distanza tra cittadini e istituzioni può essere ridotta solo abbandonando il centralismo delle politiche pubbliche e delle gestioni amministrative e finanziarie e rendendo maggiormente protagoniste e responsabili le realtà in cui si svolge normalmente la vita dei cittadini.

A condizione ovviamente che si riesca a dar vita ad interventi di riforma che chiariscano ruoli e funzioni dei diversi livelli istituzionali e modalità dei loro rapporti, in una prospettiva anzitutto di coordinamento e collaborazione, in cui le diverse autonomie devono essere incentivate a garantire gestioni efficienti e responsabili in un quadro unitario e solidale, senza con questo ridurre gli spazi possibili di auto ordinamento e autoorganizzazione, così come forme effettive ed attendibili di autocontrolli.

Il nesso fra centralismo e sfiducia

Senza qui puntualizzare l’articolazione di tali interventi (…), ci si limita a sottolineare che l’obiettivo strategico deve consistere, non nel rafforzamento di ulteriori misure di stampo centralistico, in nome di un’uniformità (solo) formale dell’azione pubblica, che spesso è frutto di sostanziale sfiducia nelle istituzioni e amministrazioni territoriali, bensì nell’investire il più possibile su autonomie effettivamente responsabili, considerate come partner del sistema, e non strutture in vario modo dipendenti dal centro.

Ciò vuol dire non solo criteri di riparto delle funzioni ispirati ad una sussidiarietà benintesa, e quindi finalizzati a riconoscere a comuni e province un reale e distinto ruolo rispettivamente per i servizi e compiti di prossimità e per quelli di area vasta, ma anche meccanismi che incentivino e garantiscano la democrazia locale e l’autogoverno, così come forme di relazione non gerarchiche in grado di rafforzare collaborazione e condivisione e ridurre separatezze e conflitti interistituzionali. Strettamente connessi a questo tipo di interventi, destinati a dare alle autonomie territoriali un volto conforme ai principi costituzionali, sono peraltro ovviamente anche quei provvedimenti legislativi statali che sono indispensabili per assicurare una cornice unitaria al sistema delle autonomie, in una prospettiva peraltro di valorizzazione delle stesse autonomie, e non di verticalizzazione del potere. In tal senso appaiono prioritari soprattutto due tipi di normative quadro, ambedue previste nel titolo V, ma finora poco o punto realizzate: il riferimento è, da un lato, alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali, che devono costituire, al tempo stesso, obiettivi e vincoli anche per le politiche regionali e locali, nonché, dall’altro, alle leggi cornice, che dovrebbero parimenti stabilire indirizzi e limiti per l’esercizio della potestà legislativa regionale concorrente, riducendo ve- rosimilmente di molto il contenzioso costituzionale Stato/Regioni.

Il riassetto della finanza pubblica a livello centrale e non

Nella medesima prospettiva va, altresì, sottolineato un terzo ambito di legislazione statale urgente ex titolo V Cost., che appare per certi aspetti ancor più decisiva per la configurazione di autonomie realmente responsabili ed efficienti. Ci si riferisce ad un riassetto della finanza pubblica (statale o frutto di autonomia finanziaria) correlato alle funzioni attribuite a ciascun soggetto, con criteri di riparto e di controllo sull’uso delle risorse basati su parametri e standard oggettivi, con le necessarie perequazioni, in una prospettiva di attuazione organica dell’art. 119 Cost., da considerare un vincolo di sistema (applicabile pure alle regioni speciali) in un’ottica di pari opportunità e di solidarietà nazionale. A tal fine si dovrebbe riprendere con determinazione anche la strada del cosiddetto federalismo fiscale, avviato con qualche chiaroscuro dalla legge n. 42/2009 e poi sostanzialmente accantonato con la legislazione della crisi, anche se qualche passo avanti potenziale è stato di recente definito, in particolare in materia di fabbisogni standard dei comuni.

Il possibile contributo di regolamenti parlamentari riformati

Ma, prima di concludere queste note, vi è un ulteriore aspetto di metodo da sottolineare, che può di certo condizionare fortemente l’intero processo riformatore fin qui delineato per cercare di concretare la Repubblica delle autonomie prefigurata nel titolo V della Costituzione. Ci si riferisce all’esigenza che la legislazione nazionale che si è auspicata sia non solo guidata da una cultura dell’autonomia costantemente sensibile al valore del principio fondamentale sancito nell’art. 5 della Costituzione, ma anche frutto il più possibile di concertazione con gli attori del sistema autonomistico della Repubblica, che dovrebbero comunque per parte loro accettare la sfida impegnativa dell’autonomia responsabile. In tal senso – scartata (almeno per ora) l’ipotesi di una riforma del bicameralismo per dare spazio e voce alle autonomie in un ramo del Parla- mento – può avere senza dubbio rilevante significato cercare di assicurare un dialogo parlamentare con le rappresentanze di regioni ed enti locali, anzitutto nei processi legislativi che riguardano a vario titolo le istituzioni autonomistiche, mirando a un confronto e possibilmente a una condivisione, che faciliterebbe la successiva attuazione delle riforme. Sarebbe quindi certamente una scelta utile disciplinare al più presto nei regolamenti delle Camere la possibilità di integrazione della Commissione parlamentare per le questioni regionali, prevista dall’art. 11 della novella del titolo V del 2001, ma restata finora (probabilmente non a caso) senza seguito, in modo da coinvolgere attivamente e formalmente le istituzioni territoriali nelle decisioni che le riguardano fin dall’inizio della imminente (e auspicabilmente decisi- va) nuova legislatura, in una prospettiva di corresponsabilità.

L'autore

Gian Candido De Martin è professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico nel Dipartimento di Scienze politiche della LUISS


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