Cara Sinistra, cari Liberali, ecco perché dovete studiare la Rivoluzione d’Ottobre – di Luciano Pellicani

1 novembre 2017
Editoriale Open Society
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La Rivoluzione d’Ottobre irruppe sulla scena come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e tutte le sue istituzioni, dalla proprietà privata alla democrazia parlamentare. Mentre l’Europa sembrava impegnata ad autodistruggersi in un raccapricciante bagno di sangue, una élite di rivoluzionari di professione addestrati alla severa scuola leninista proclamò di aver trovato il metodo per far passare dalla potenza all’atto l’Evento – il rovesciamento del capitalismo – profetato dai classici del “socialismo scientifico”. L’Utopia collettivistica si era fatta Stato. Iniziava una nuova epoca: “L’epoca dell’offensiva mondiale, l’epoca del trionfo della rivoluzione socialista mondiale” (Lenin), che si sarebbe conclusa con la “liberazione di tutto il mondo proletario e di tutti i popoli e i Paesi oppressi” (Bucharin).

L’annuncio era esaltante. Per generazioni e generazioni, i socialisti erano stati educati all’idea che la “dissoluzione della società capitalistica era ormai questione di tempo” e che la “creazione di una nuova forma di società”, centrata sul piano unico di produzione e di distribuzione, “non era più solo qualcosa di desiderabile, ma era diventata inevitabile” . Ed erano stati altresì educati a raffigurarsi la transizione dal capitalismo al socialismo come una “guerra civile prolungata” che si sarebbe immancabilmente conclusa con il trionfo del proletariato rivoluzionario. Tuttavia, colui che veniva considerato il massimo campione dell’ortodossia marxista – Karl Kautsky – aveva categoricamente escluso ogni forma di volontarismo, sviluppando il seguente ragionamento: “Noi sappiamo che il nostro fine può essere raggiunto soltanto per mezzo di una rivoluzione, ma sappiamo che è altrettanto poco in nostro potere fare questa rivoluzione, quanto è in potere dei nostri avversari di impedirla. Perciò noi non pensiamo affatto a provocare o a preparare una rivoluzione. E poiché noi non possiamo fare la rivoluzione a nostro arbitrio, non possiamo dire alcunché a proposito di quando, in quali circostanze e in quali forme la rivoluzione avrà luogo. Noi sappiamo che la lotta di casse fra borghesia e proletariato non terminerà fino a quando quest’ultimo non arriverà al pieno possesso del potere politico, di cui esso si servirà per costruire la società socialista. Sappiamo che questa lotta di classe dovrà diventare sempre più ampia e intensa, che il proletariato cresce sempre di più in numero e forza morale ed economica, che perciò la sua vittoria e la sconfitta del capitalismo sono inevitabili, ma possiamo fare soltanto delle ipotesi vaghe sul quando e sul come saranno combattute le ultime decisive battaglie di questa guerra sociale”.

Il Partito rivoluzionario secondo Lenin e i suoi seguaci

La conclusione che Kautsky aveva estratto dalla sua interpretazione della teoria marxiana della rivoluzione proletaria – una conclusione largamente condivisa nel seno della Seconda Internazionale, a dispetto dell’attacco all’ortodossia lanciato da Eduard Bernstein – era che la Spd era “un partito rivoluzionario, non già un partito che faceva le rivoluzioni”. Alla rovescia, per Lenin, il partito rivoluzionario, anziché attendere che anime e cose fossero mature per l’abbattimento dello Stato borghese, doveva lottare accanitamente contro le spontanee tendenze del capitalismo per invertire il corso della storia.

La sconvolgente novità costituita dalla concezione leninista della costruzione del socialismo fu prontamente colta da Antonio Gramsci con la sua celebre definizione della Rivoluzione d’Ottobre: essa era la “rivoluzione contro il Capitale”, cioè a dire la confutazione pratica del determinismo marxiano. Nessuna necessità storica garantiva il crollo del capitalismo; esso poteva e doveva essere conseguito creando la “leva di Archimede” – il partito dei rivoluzionari di professione – con la quale rovesciare l’ordine esistente. Questa era la grande lezione che conteneva la conquista del Palazzo d’Inverno da parte dei bolscevichi. Occorreva, pertanto, “fare come in Russia”.

Radicalmente altra era l’interpretazione dell’Ottobre bolscevico formulata, in una serie di saggi scritti a partire dal 1919, da Rodolfo Mondolfo. Quello che a Gramsci sembrava essere la virtù massima del leninismo – il volontarismo – era, per Mondolfo, il vizio che ne pregiudicava in partenza l’esito. Lenin aveva elevato la prassi politica a motore della storia, laddove nella teoria marxiana del mutamento la variabile decisiva era quella dello sviluppo delle forze produttive. Tale sviluppo era così essenziale che Marx era giunto alla conclusione che “una formazione sociale non periva finché non fossero state sviluppate tutte le forze produttive a cui poteva dare corso” e che “nuovi e superiori rapporti di produzione non subentravano mai, prima che fossero maturate nel seno della vecchia società le condizioni materiali della sua esistenza”. Il che portava Mondolfo a definire il materialismo storico “un consiglio di prudenza ai rivoluzionari”. E, a conferma della sua tesi, egli ricordava quanto Engels aveva scritto nella Guerra dei contadini: “Il peggio che possa capitare al capo di un partito estremo è il venir costretto ad assumere il potere quando il movimento non è ancora maturo per il dominio della classe che esso rappresenta e per l’attuazione delle misure che la signoria di questa classe richiede. Quel che esso può fare non dipende dalla sua volontà, ma dal punto che i contrasti di classe hanno raggiunto e dal grado di sviluppo delle condizioni materiali di esistenza, della produzione e del traffico, sulle quali si fondano i conflitti di classe. Quel ch’esso deve fare, quel che il suo partito chiede da lui, nemmeno questo dipende dalla sua volontà, ma non dipende dal grado di sviluppo della lotta di classe; esso è legato alla sua dottrina, al suo programma, i quali, a loro volta, non originano dai conflitti di classe in quel dato momento e dallo stato più o meno casuale della produzione e del traffico, ma dalla maggiore o minore intelligenza e penetrazione dei risultati del movimento politico e sociale. Esso si trova così preso in un insolubile dilemma: quel ch’esso può fare contrasta con tutta la sua condotta precedente, con i suoi principi e con gli immediati interessi del suo partito; e ciò ch’esso deve fare non è attuabile…Chi capita in tale disgraziata posizione è perduto”.

Mondolfo e il suo giudizio (preveggente) sui Bolscevichi

Ebbene: a giudizio di Mondolfo, i bolscevichi, non appena avevano conquistato il potere, si erano venuti a trovare nella posizione descritta con tanta chiaroveggenza da Engels. E ciò perché, anziché attendere che la rivoluzione capitalistica portasse a termine la sua missione storica – lo sviluppo delle forze produttive –, essi avevano cercato di accelerare i tempi, ricorrendo alla violenza quale ostetrica della società socialista. Il risultato non poteva che essere un aborto storico. I bolscevichi, in altre parole, avevano dimenticato l’insegnamento fondamentale contenuto nella concezione materialistica della storia, vale a dire che le condizioni del superamento del capitalismo si sarebbero presentate in maniera piena e compiuta “solo quando lo sviluppo fosse stato maturo per la rivoluzione, cioè quando la formazione sociale preesistente avesse sviluppato la pienezza delle forze produttive, che essa era capace di dare, e preparato così alle classi più numerose, interessate al mutamento dei rapporti di proprietà, le loro condizioni materiali di esistenza. Allora la maturità spirituale delle classi rivoluzionarie avrebbe corrisposto alla maturità delle condizioni materiali: la rivoluzione era possibile perché preparata in tutto, incombeva come una necessità storica, e si attuava col fecondo risultato di un aumento di benessere per il quale si consolidava contro tutti i tentativi di ritorno al passato, non meno che contro i possibili strascichi di moti convulsi, che la crisi poteva recar seco”.

Ciò portava Mondolfo a contrapporre frontalmente marxismo e leninismo. Per il primo, lo “sviluppo maturo e completo del capitalismo era condizione necessaria della maturità della coscienza socialista”; per il secondo, la “forza politica era onnipotente: le condizioni economiche una materia duttile e malleabile a volontà”. Il leninismo, quindi, si basava sul rovesciamento del rapporto dialettico fra struttura (economica) e sovrastruttura (politica): era l’avanguardia cosciente che doveva costringere la società capitalistica a partorire la società socialista. Conseguenza ineluttabile: la politica – più precisamente, la violenza dello Stato-Partito – prendeva il sopravvento sull’economia e pretendeva assoggettarla ai suoi imperativi per forzare la società ad entrare entro lo stampo del collettivismo. Imboccata la strada del volontarismo, i bolscevichi avevano accumulato contraddizioni su contraddizioni, sino a sfigurare orribilmente il volto generoso del socialismo. La loro rivoluzione non era – e non poteva essere, a motivo della arretratezza economica della società russa – una rivoluzione socialista. Tutt’al più, poteva essere considerata una rivoluzione borghese in ritardo, grazie alla quale la Russia tentava di ridurre la distanza che la separava dai Paesi già industrializzati, eliminando dal suo seno i residui di feudalesimo che ne frenavano lo sviluppo ed instaurando un regime sui generis: il “capitalismo di Stato”. Tale sistema – concludeva Mondolfo – non doveva essere confuso con il socialismo, dal momento che in esso permaneva l’alienazione della classe operaia rispetto allo Stato e agli strumenti di produzione, che appartenevano come un tutto a una nuova classe dominante: la burocrazia dello Stato-Partito.

Quando prendiamo in esame la lettura dell’Ottobre bolscevico contenuta negli scritti di Gramsci, entriamo in un universo culturale radicalmente altro rispetto a quello in cui si muoveva Mondolfo. Mentre Mondolfo insisteva sul primato delle strutture economiche sulle sovrastrutture politico-ideologiche, Gramsci, potentemente influenzato dalla critica idealistica del positivismo, non aveva dubbi di sorta sul ruolo decisivo dei fattori soggettivi nel processo storico. L’arretratezza economico-sociale della Russia, per Gramsci, non faceva problema. Vero è che egli riconosceva che, data la “mancanza di forza motrice e di attrezzatura industriale”, i bolscevichi erano stati costretti a sciogliere i consigli di fabbrica e a imporre agli operai la “disciplina dell’esercito rivoluzionario, con la sua fraseologia e il suo entusiasmo guerriero”. Ma la “militarizzazione dell’industria” non costituiva affatto una esperienza negativa; tutto il contrario: era l’unico metodo efficace per “arginare e combattere la psicologia piccolo-borghese e le tendenze sindacaliste-anarchiche di una parte arretrata della classe operaia russa”. Del resto, era cosa di evidenza solare che, volere l’abbattimento del capitalismo, significava volere la rivoluzione; e che volere la rivoluzione, significava accettare sino in fondo la logica della guerra di classe. “La rivoluzione – così si esprimeva Gramsci in un articolo pubblicato sull’”Avanti !” il 24 settembre 1920 – è come la guerra; deve essere minuziosamente preparata da uno stato maggiore operaio, così come la guerra viene preparata dallo stato maggiore dell’esercito: le assemblee non possono che ratificare il già avvenuto, esaltare i successi, punire implacabilmente gli insuccessi. E’ compito dell’avanguardia proletaria tenere sempre desto nelle masse lo spirito rivoluzionario”. E l’avanguardia proletaria è il Partito rivoluzionario, il quale, per poter sconfiggere lo Stato borghese, deve essere organizzato in “ferrei battaglioni di militanti” esattamente come “un esercito in campo”.

“Fare come in Russia” vs. Società liberale

Come si vede, laddove per Mondolfo l’esperimento bolscevico era destinato a fallire in quanto aveva violato il fondamentale principio marxiano della maturità economica, per Gramsci esso era la dimostrazione storica che, grazie al demiurgico intervento del Partito rivoluzionario, la classe operaia cessava di essere un “sacco di patate, un indistinto generico, un conglomerato amorfo di individui senza idee, senza volontà, senza indirizzo unificato”, accedeva alla coscienza della sua missione storica e “si dissolveva come classe per diventare l’umanità”. Dimostrava, la rivoluzione in atto in Russia, che i fattori soggettivi – la volontà, l’ideologia, l’organizzazione, la leadership, la strategia, ecc. – erano di decisiva importanza. Senza tali fattori soggettivi, la stessa prospettiva rivoluzionaria sarebbe stata impensabile. Insomma, proprio in quanto, con la loro prassi, avevano confutato l’interpretazione positivistica del marxismo, Lenin e i bolscevichi avevano indicato il metodo per far passare il programma comunista dalla potenza all’atto. “Fare come in Russia”, pertanto, significava prendere a modello il soggetto – il Partito bolscevico, per l’appunto – che, abolendo la proprietà privata, aveva creato il “primo nucleo di una società nuova”. E significava altresì “aderire all’Internazionale comunista, aderire alla concezione dello Stato soviettista e ripudiare ogni residuo dell’ideologia democratica”. “La rivoluzione proletaria – affermava con la massima decisione Gramsci – è imposta e non proposta”. Democratica nel suo fine ultimo – l’abolizione delle classi e la conseguente creazione di un “armonico organismo solidale retto dall’amore e dalla pietà” –, essa non poteva esserlo nel metodo. Infatti, “aderire all’Internazionale comunista significava essere persuasi dell’urgente necessità di organizzare la dittatura proletaria”, poiché la classe operaia, “per il compimento della sua missione, voleva tutto il potere”. Tale richiesta, affatto incompatibile con la logica pluralistico-competitiva della società liberale, era una esigenza imprescindibile, se si voleva effettivamente abbattere il giogo del Capitale e aprire il cantiere della società socialista.

 

(Prima di due puntate. Leggi qui la seconda)

L'autore

Luciano Pellicani è sociologo, giornalista e docente emerito alla LUISS


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