La guerra fratricida fra le sinistre, spiegata con i cento anni della Rivoluzione russa – di Luciano Pellicani

6 novembre 2017
Editoriale Open Society
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“Noi siamo persuasi, dopo le esperienze rivoluzionarie della Russia, dell’Ungheria e della Germania – così suona la giustificazione della dittatura comunista avanzata da Antonio Gramsci –, che lo Stato socialista non può incarnarsi nelle istituzioni dello Stato capitalista, ma è una creazione fondamentalmente nuova per rispetto ad esse, se non per rispetto alla storia del proletariato. Le istituzioni dello Stato capitalista sono organizzate ai fini della libera concorrenza; ma non basta mutare il personale per indirizzare in un altro senso la loro attività. Lo Stato socialista non è ancora il comunismo, cioè l’instauramento di una pratica e di un costume economico solidaristico, ma è lo Stato di transizione che ha il compito di sopprimere la concorrenza con al soppressione della proprietà privata, delle classi, delle economie nazionali: questo compito non può essere attuato dalla democrazia parlamentare”. Per altro – aggiungeva Gramsci –, dal momento che “ogni Stato era una dittatura”, non si trattava di scegliere fra democrazia e dittatura, bensì fra dittatura della borghesia e dittatura del proletariato. Tertium non datur.

Il Socialismo come succedaneo del cristianesimo

Sennonché, i socialisti “non avevano compreso che in qualunque momento la lotta delle classi si poteva convertire in guerra aperta, la quale non poteva finire che con la presa del potere da parte del proletariato”. E non avevano compreso che, con la Rivoluzione d’Ottobre, una nuova era storica era iniziata: l’era della “ricostruzione del mondo”, che avrebbe avuto quale protagonista assoluto il Partito comunista, concepito come il “focolare della fede” e il “depositario della dottrina”, dunque come una istituzione carismatica, non dissimile dalla Chiesa cattolica. Memore di quanto Bucharin e Preobrazenskij avevano proclamato alto e forte – e cioè essere il Partito comunista il “Partito che preparava la resurrezione della umanità” –, Gramsci così si esprimeva: “Il Partito comunista è, nell’attuale periodo, la sola istituzione che possa seriamente raffrontarsi alle comunità religiose del cristianesimo primitivo; nei limiti in cui il Partito comunista esiste già, su scala internazionale, può tentarsi un paragone e stabilirsi un ordine di giudizi fra i militanti per la Città di Dio e i militanti per la Città dell’Uomo”.

Il paragone è particolarmente illuminante, soprattutto se si tiene presente che, già prima della Rivoluzione d’Ottobre, Gramsci aveva definito il socialismo “la religione che ammazzerà il cristianesimo”. Ora, alla luce di quanto era accaduto in Russia, egli sentiva di poter affermare la netta superiorità dei “militanti per la Città dell’Uomo” sui “militanti per la Città di Dio” in quanto il fine ultimo del cristianesimo era “ineffabile”, mentre quello del comunismo si basava sul marxismo, che, oltre ad “essere la interpretazione più sicura e profonda della natura e della storia”, forniva un “metodo infallibile , uno strumento di estrema precisione per esplorare il futuro, per prevedere gli avvenimenti di massa, per dirigerli e quindi padroneggiarli”. Di qui il primato storico della Internazionale Comunista, la quale, precisamente nella misura in cui la sua prassi era illuminata dal marxismo, indicava la via da seguire per superare lo “scisma del genere umano”: la soppressione, a livello planetario, del “marasma antiumano” generato dalla concorrenza capitalistica e la sostituzione della “libertà individualista” con la “libertà sociale”. Il che, evidentemente, faceva della Rivoluzione bolscevica una rivoluzione anti-liberale, programmaticamente ostile alla “libertà dei moderni” .

Ma non è tutto. L’adesione di Gramsci alla Rivoluzione d’Ottobre fu così totale – una vera e propria identificazione mistica – che egli non esitò ad accettare la più tremenda delle idee con le quali i bolscevichi stavano riplasmando la società russa: la rivoluzione come sterminio di tutte le categorie sociali considerate oggettivamente incompatibili con l’economia centrata sul piano unico di produzione e di distribuzione. In un articolo pubblicato sull’“Ordine Nuovo” nel dicembre del 1919, egli faceva eco a quanto Lenin aveva ossessivamente reiterato – e cioè che la missione storica del Partito rivoluzionario era quella scatenare la “violenza sistematica nei confronti di un’intera classe (la borghesia) e dei suoi complici” al fine di “ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo, delle pulci: i furfanti; delle cimici: i ricchi, ecc.”, scrivendo che la “superiore lotta di classi fra proletari e capitalisti” non poteva non investire anche il destino della piccola e media borghesia. “La piccola e media borghesia era infatti la barriera di umanità corrotta, dissoluta, putrescente con cui il capitalismo difendeva il suo potere economico e politico, umanità servile, abietta, umanità di sicari e lacchè, divenuta la serva padrona che voleva prelevare sulla produzione taglie superiori non solo alla massa di salario percepita dalla classe lavoratrice, ma alle stesse taglie prelevate dai capitalisti; espellerla dal campo sociale , come si espelle una volata di locuste da un campo semidistrutto, col ferro e col fuoco, significava alleggerire l’apparato nazionale di produzione e di scambio da una plumbea bardatura che lo soffocava e gli impediva di funzionare, significava purificare l’ambiente sociale”.

Lo stalinismo non fu un incidente di percorso

Alla luce di una siffatta idea della costruzione della società comunista – la rivoluzione come sanguinosa purificazione della società borghese – lo sterminio dei kulaki, attuato a partire dal momento in cui Stalin scatenò il Grande Terrore, non può essere considerato una perversione del progetto originario. Al contrario, tale sterminio fu la realizzazione conseguente di quella che fu l’ossessione di Lenin e dello stesso Gramsci: la creazione di un ordine sociale nel quale tutto ciò che sapeva di borghesia doveva essere annientato; e con la massima spietatezza. Una conferma di ciò ce la fornisce proprio Mondolfo ricordando quanto riferito da Giacinto Menotti Serrati in una delle sue lettere inviate da Mosca all’”Avanti!”. A Serrati, che avanzava dubbi circa la possibilità di conciliare la NEP con il comunismo, uno dei massimi dirigenti del Partito bolscevico – molto probabilmente Preobraženskij – così rispose: “I nepman non sono ancora una classe e non li lasceremo diventare tali. Sono individui che mirano ad approfittare della situazione per godere e arricchire… Siamo troppo forti noi: possiamo giocare con loro come il gatto col topo…Li nutriamo noi oggi, i nepman, come i patrizi romani facevano con le murene. Con questa differenza, che noi li nutriamo con la stessa carne: lasciamo che si divorino reciprocamente. Il più grosso mangia il più piccolo… Ma li conosciamo tutti questi squali e la loro vita è nelle nostre mani: un bel giorno chiuderemo gli sbocci e faremo una colossale retata…sarà una nuova fase della rivoluzione” .

E’ falso, dunque, dire – come ha fato, fra gli altri, Maurice Dobb – che il comunismo di guerra fu imposto dalla particolare congiuntura politica nella quale erano venuti a trovarsi i bolscevichi. Per Lenin, edificare la società comunista significa statizzare integralmente la vita economica e istituzionalizzare il terrore per annientare, in un colossale bagno di sangue, non solo i proprietari dei grandi mezzi di produzione – capitalisti e latifondisti –, ma anche i kulaki, nei quali egli vedeva i portatori della spontaneità piccolo-borghese capillarmente diffusa che il Partito rivoluzionario doveva assolutamente sradicare per impedire la rinascita del capitalismo. Sul punto, la sua prosa è di una brutale franchezza: “Non c’è dubbio: il kulak è un feroce nemico del potere sovietico. O i kulaki stermineranno un numero infinito di operai, o gli operai schiacceranno implacabilmente le rivolte dei kulaki, che sono una minoranza brigantesca del popolo, contro il potere dei lavoratori. Non vi può essere via di mezzo, la pace non è possibile: si può, e perfino facilmente, riconciliare il kulak con il grande proprietario terriero, con lo zar e con il prete, anche se prima erano venuti a lite fra loro, ma non lo si può mai riconciliare con la classe operaia. Ecco perché diciamo che la lotta contro i kulaki è la lotta finale, decisiva… I kulaki sono gli sfruttatori più feroci, più brutali, più selvaggi…Questi ragni velenosi si sono ingrassati a spese dei contadini rovinati dalla guerra, a spese degli operai affamati. Queste sanguisughe hanno bevuto il sangue dei contadini arricchendosi tanto più quanto l’operaio soffriva la fame nelle città e nelle fabbriche. Questi vampiri hanno accaparrato e continuano ad accaparrare le terre dei proprietari fondiari, e asservono di nuovo i contadini poveri. Guerra implacabile contro questi kulaki. A morte! Odio e disprezzo verso i partiti che li difendono: socialisti rivoluzionari di destra, menscevichi e gli attuali socialisti rivoluzionari di sinistra. Gli operai devono schiacciare con mano ferrea le rivolte dei kulaki”.

La mèta dello Stato onniproprietario e il suo fallimento

Il rovinoso collasso della produzione – conseguenza inevitabile della insensata idea di dinamizzare la vita economica sopprimendo la proprietà privata, il mercato e la libera iniziativa – e le rivolte contadine contro la spietata dittatura bolscevica costrinsero Lenin ad abbandonare il comunismo di guerra e ad adottare la NEP, basata sulla “autorizzazione della libertà di commercio per i piccoli produttori”. Ma ciò non lo indusse a modificare la meta finale della rivoluzione comunista – l’economia integralmente pianificata dallo Stato onniproprietario –, né tanto meno a rinunciare a quello che egli considerava lo strumento indispensabile per distruggere l’economia di mercato sopprimendo lo scambio: il terrore in permanenza. Tant’è che il 17 maggio 1922 egli inviò le seguenti istruzioni a D. I. Kurski, il quale, in qualità di Commissario alla Giustizia, era stato incaricato di redigere il nuovo codice penale: “Porre in aperto risalto una tesi di principio, giusta sul piano politico (e non soltanto in senso strettamente giuridico) motivante l’essenza e la giustificazione del terrore, la sua necessità, i suoi limiti. Il tribunale non deve eliminare il terrore; prometterlo significherebbe ingannare se stessi o ingannare gli altri; bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti. La formulazione deve essere quanto più larga possibile, poiché soltanto la giustizia rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria decideranno delle condizioni di applicazione più o meno larga”. Assai più sintetico, ma non meno agghiacciante, il messaggio che Lenin avrebbe inviato qualche mese più tardi a Stalin: “Noi purificheremo la Russia per molto tempo”. Attraverso il terrore in permanenza, naturalmente. E trasformando il Commissariato alla Giustizia in un vero e proprio Commissariato per lo sterminio sociale. Il che fu esattamente ciò che Stalin, applicando alla lettera l’insegnamento leninista, fece quando decise che era giunto il momento di scatenare la “lotta finale” contro la piccola proprietà contadina rovesciando una colossale ondata di terrore sulla società russa.

 

(Seconda di due puntate. Leggi qui la prima)

L'autore

Luciano Pellicani è sociologo, giornalista e docente emerito alla LUISS


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