Così le autostrade dell’informazione digitale rivoluzionano le nostre vite. Intervista a Panos Constantinides

13 novembre 2017
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

La scorsa settimana la LUISS ha organizzato e ospitato il 5° Workshop sull’Innovazione nelle Infrastrutture dell’Informazione (III), un seminario aperto a studiosi di tutto il mondo e dedicato alla trasformazione delle infrastrutture digitali. In quell’occasione, la redazione di LUISS Open ha avuto l’occasione di intervistare uno dei massimi esperti in materia, Panos Constantinides, docente di Information Systems alla Warwick Business School nel Regno Unito.


Il flusso di informazioni che sovrintende al trasporto di container sugli oceani, il sistema iOS nei nostri smartphone, e molto altro ancora. Ma di cosa parliamo davvero quando parliamo di “infrastrutture dell’informazione”?

Le infrastrutture dell’informazione, come le reti nazionali di informazione sanitaria o i social network globali, sono sempre state intese come strumenti per integrare sistemi informativi diffusi. Per esempio una rete nazionale di informazione sanitaria è quell’infrastruttura di information technology che rende possibili le connessioni tra sistemi indipendenti come i registri elettronici dei pazienti, i laboratori, la gestione dei diversi padiglioni di un ospedale e così via. L’infrastruttura dunque, attraverso un sistema di interfacce standardizzate, è la colonna portante che consente a questi sistemi diversi di connettersi, comunicare e condividere dati. Ci sono diversi tipi di infrastrutture informative: infrastrutture all’interno di una singola organizzazione, o infrastrutture al livello di un intero settore industriale, oppure di regioni e paesi interi. Tali strutture informative di solito sono concepite come una catena di valore lineare, con una certa enfasi sul controllo interno delle risorse, siano esse umane o tecnologiche.

Nel corso di questo seminario ospitato dalla LUISS, abbiamo esplorato la transizione dalle “infrastrutture” alle “piattaforme”, perciò parliamo di “piattaformizzazione delle infrastrutture”. Il sistema operativo iOS è un esempio di piattaforma, perché si colloca in cima all’infrastruttura Apple ma allo stesso tempo consente vari tipi di interazione tra diversi stakeholder. Nel caso specifico, iOS consente l’interazione tra stakeholder interni, come l’utente o il proprietario (la stessa Apple), ma anche con gli stakeholder esterni, come gli sviluppatori terzi che vogliano creare app da mettere a disposizione degli utenti. Attraverso queste app, emergono nuovi modelli di business che a loro volta possono ospitare ulteriori interazioni. Quindi le app in questione sono contemporaneamente componenti periferiche di iOS e piattaforme esse stesse. Si pensi a GoogleMaps: è un’app, ma anche una piattaforma perché consente a operatori come Booking.com o TripAdvisor di condividere una serie di prodotti sulla medesima app.

Allo stesso tempo iniziamo ad assistere anche al processo inverso: “l’infrastrutturazione delle piattaforme”. Si prenda per esempio Alibaba. E’ quella che chiameremmo una società nativa digitale, visto che è nata senza possedere asset fisici. Ciò che Alibaba è stata fin da subito in grado di offrire è stata una piattaforma che consente a diversi attori – siano essi compratori, venditori o attori terzi come pubblicitari, sviluppatori di software, fornitori di servizi cloud, eccetera – di interagire fra loro e di creare valore l’uno per l’altro. Poi Alibaba è cresciuta a tal punto da acquisire molte società dotate di asset fisici, entrando da ultimo addirittura nel settore bancario. Anche Facebook e Amazon stanno percorrendo strade simili, con Amazon che adesso sta rilevando vecchie librerie. Quindi le piattaforme stanno diventano infrastrutture, percorrendo in senso opposto la strada che abbiamo visto essere percorsa dalle infrastrutture quando si trasformano in piattaforme.

Tradizionalmente in Europa pensiamo alle “infrastrutture” come a un qualcosa di naturalmente legato al ruolo dello Stato. Tutto questo sta cambiando, specie nel campo delle infrastrutture dell’informazione…

Storicamente la maggior parte delle infrastrutture era di proprietà statale. C’era una ragione dietro ciò: l’idea che consentire a un soggetto di fornire in condizioni di monopolio un servizio infrastrutturale, come l’energia elettrica o l’acqua, potesse evitare la duplicazione di servizi da parte di molteplici attori e favorire la standardizzazione del prodotto o del servizio, favorendo in questo modo economie di scala. Naturalmente però, di fronte a un’infrastruttura governativa che non riesce a soddisfare le richieste degli utenti, è plausibile una privatizzazione della stessa infrastruttura, come iniziò ad accadere nel Regno Unito degli anni 80 con il governo di Margaret Thatcher. In quel caso soggetti privati furono messi in condizione di entrare in mercati che fino ad allora erano rimasti chiusi, portando con sé risorse ed esperienze utili a costruire nuovi modelli di business. Iniziarono a estrarre profitti da tutto ciò e a sviluppare nuovi servizi a partire dalla porzione di infrastruttura che gli era affidata, a volte trasformando tali infrastrutture in piattaforme. Si guardi per esempio all’evoluzione di Virgin Trains, con servizi per i clienti che spaziano dall’intrattenimento sui vagoni alle banche, passando per la telefonia mobile e altro ancora. E’ esattamente ciò di cui parlavamo prima, la piattaformizzazione delle infrastrutture.

 

Il capitalismo delle piattaforme, secondo alcuni suoi critici come Nick Srnicek che i lettori di LUISS Open conoscono, comporta nuovi rischi di monopolio economico, anche a partire da forme di controllo concentrate dei dati personali da parte dei social network…

Dobbiamo tenere a mente che queste sono spesso piattaforme private, con i loro modelli di business e ovviamente con il loro obiettivo finale che è quello di fare profitti. Certo, sono aperte a ogni utente, ma devono pure esercitare un qualche controllo al fine di governare l’interazione a loro beneficio. Quindi queste piattaforme consentiranno per esempio ad attori terzi di sviluppare app, giochi e tutto ciò che è immaginabile, a volte esse stesse compreranno altre app – come accaduto con l’acquisizione di Instagram da parte di Facebook nel 2012 – perché ciò permette loro di convogliare molteplici reti di utenti da cui attingere per crescere più rapidamente e alimentare in maniera esponenziale i propri guadagni. Ma queste stesse piattaforme devono controllare tutto ciò in modo da puntellare il loro modello di business. La piattaformizzazione, disarticolando le infrastrutture in varie componenti, permette a diversi attori di avvantaggiarsi dei nuovi modelli di business. C’è tuttavia un equilibrio da mantenere: questi attori devono consentire alle reti in questione di crescere, ma allo stesso tempo di non crescere al punto tale da non poter essere più controllate.

Il tema della gestione dei dati personali su queste piattaforme è enorme e in questa sede non riuscirei ad affrontarlo in maniera esauriente. Lasciatemi dire però che viviamo in un mondo sempre più digitalizzato, al quale possiamo pure scegliere di non partecipare per proteggere la nostra privacy. Tuttavia, se lo facessimo, rischieremmo di essere marginalizzati ed esclusi dalle interazioni che creano valore e che si svolgono su queste piattaforme. La mia opinione dunque è che non dovremmo evitare queste piattaforme ma essere più attenti e consapevoli nella gestione dei nostri dati.


Nel campo delle infrastrutture dell’informazione, quali sono le principali tendenze innovative su cui gli studiosi come Lei si dovrebbero concentrare nel prossimo futuro?

In primo luogo è fondamentale esaminare le modalità con cui l’innovazione anima il settore digitale. Oggi l’innovazione nasce perché stimolata anche dal lato della domanda, invece che dal solo lato dell’offerta come invece accadeva in passato con le catene del valore lineari. I cittadini e gli utenti chiedono continuamente nuovi servizi e prodotti che gli consentano di migliorare il loro stile di vita, il loro accesso a informazioni importanti e la loro comunicazione con i propri pari. Tale domanda sta generando nuove innovazioni digitali. Un processo di innovazione radicalmente diverso rispetto a quello che si realizza nel chiuso dei dipartimenti di Ricerca e Sviluppo. Attualmente l’innovazione è più aperta e diffusa, e dunque anche più complessa da seguire. Ecco perché l’innovazione digitale solleva alcuni degli interrogativi teorici più decisivi nel nostro settore.

Il secondo tema clou è quello della governance. Come governare queste interazioni sempre più diffuse e intense? Come controllare per esempio le “fake news” che sono prodotte per rispondere a una domanda di maggiore quantità di notizie? La digitalizzazione è un fatto positivo perché ci consente di utilizzare in maniera crescente strumenti e mezzi che facilitano una vita migliore e più comoda. Allo stesso tempo dobbiamo governare queste interazioni affinché non generino fenomeni come le fake news che possono scappare di mano e incrinare la solidità di governi e istituzioni. Questa governance deve essere stabilita dall’alto con policy adatte, ma anche con accordi raggiunti all’interno delle stesse comunità per gestire risorse condivise. Ancora una volta, dunque, siamo di fronte a un cambiamento significativo rispetto al tipo di analisi della governance che gli studiosi hanno condotto in passato, perché oggi ci confrontiamo innanzitutto con interazioni di comunità che si basano su strutture organizzative e tecnologiche in evoluzione. Ciò che funziona oggi non è detto che funzionerà domani, anche in ragione dell’andamento di processi di cui abbiamo parlato come la piattaformizzazione delle infrastrutture e la infrastrutturazione delle piattaforme.

L'autore

Panos Constantinides è professore associato di Information Systems alla Warwick Business School


Website
Articoli correlati