Marinella, dalla bottega di Napoli al MoMA di New York. Come cambia il made in Italy

15 novembre 2017
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Negli anni Settanta molti imprenditori, grandi medi e piccoli, lasciarono l’Italia. Era l’epoca del terrorismo in fabbrica e nelle piazze, dei rapimenti e delle manifestazioni violente. Alcuni resistettero, come Gianni Agnelli, altri già allora misero un piede anche all’estero come i Ferrero. Oggi lo scenario è completamente cambiato, il Paese è cresciuto e gli imprenditori non fuggono più, semmai vendono, soprattutto quelli stranieri. Come è fisiologico, tuttavia, qualche imprenditore a un certo punto decide di mollare tutto, qualcun altro resiste alla tentazione. Hanno ceduto la propria attività a soggetti stranieri, per esempio, Tronchetti Provera e Loro Piana di recente, oppure i Gucci in passato. I media spesso parlano di “Italia in (s)vendita”, anche se – come ha scritto su queste pagine Alessandro Zattoni – per valutare i pro e i contro delle acquisizioni straniere delle imprese del made in Italy occorrerebbe una maggiore ponderazione.

Tra chi sicuramente resiste nel nostro Paese c’è Maurizio Marinella, che continua a credere nell’azienda di moda che porta il suo nome. Fattura 17 milioni di euro, prevalentemente con la produzione delle famose cravatte, ma ha ricevuto offerte per un multiplo di questa cifra, alle quali ha sempre detto no. Negli scorsi giorni Marinella, intervistato dall’editorialista del Foglio Marco Cecchini in occasione di un seminario organizzato dall’Associazione Alumni LUISS SOG e dalla LUISS School of Government, ha raccontato la storia dell’azienda di famiglia, fondata dal nonno nel 1914, e la sua visione del made in Italy. Colpisce nella sua narrazione l’amore per la sua attività, il legame con la città di Napoli, l’ottimismo della volontà e il rammarico per le potenzialità non sfruttate del nostro Paese.

Da anni la vita dell’azienda segue più o meno gli stessi riti. Ogni mattina il patron Maurizio apre il negozio alle 6 e 30 di mattina, una tradizione che risale all’epoca in cui le nobildonne napoletane venivano a cavalcare nel vicino parco con spasimanti al seguito, riceve i clienti come in un salotto e offre loro sfogliatelle e cappuccino. “Vendiamo anche accoglienza – dice – La bottega è rimasta più o meno tale e quale fin dalla fondazione, un piccolo angolo d’Inghilterra in terra napoletana. E la scorsa primavera è venuta a fare shopping di cravatte, per il principe Carlo d’Inghilterra, la consorte Camilla. Per il prossimo febbraio si è prenotato l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama”. Ma questi sono soltanto gli ultimi di una lunga lista di potenti della Terra, da Jack Kennedy a Nicolas Sarkozy, da Gerhard Schröder a George Bush, che hanno indossato le famose cravatte.

Da qualche mese Marinella è al Museum of Modern Art di New York, conosciuto anche con l’acronimo MoMA, perché giudicato come uno dei dieci marchi simbolo di stile di vita ed eleganza. “Non abbiamo fatto mai campagne pubblicitarie o di comunicazione, la nostra qualità si è imposta spontaneamente”, ha ricordato il fondatore. Anche per Maurizio Marinella, comunque, la sfida di oggi è riuscire a coniugare la tradizione con l’innovazione in un settore di nicchia. Continuare a produrre in modo artigianale ma pensando a come conquistare nuovi mercati. Oggi la gestione è affidata a un giovane manager di recente acquisto che deve anche preparare il figlio ventiduenne di Maurizio alla successione. Il patron pensa a creare una Università degli Antichi mestieri “nella città più difficile ma più bella e creativa del mondo”. È il suo sogno. Anche chi amministra e governa Napoli e l’Italia, lascia intendere Marinella, prima o poi capirà che ne vale la pena.

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