La crisi della Merkel e le conseguenze per l’Europa spiegate in 10 punti

21 novembre 2017
Editoriale Europe
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Dopo la fine dei negoziati per una coalizione di governo tra CDU/CSU, FDP e Verdi, la Germania si trova davanti a una crisi politica mai sperimentata nel Dopoguerra. Sembra che assumersi “responsabilità di governo” equivalga per tutti i principali partiti a una sicura perdita della propria identità politica, perciò si esita a voler scendere a compromessi con partner troppo diversi. Detto ciò, come si profila il futuro prossimo della politica tedesca? Ecco uno scenario in 10 punti.

 

  1. Dalla Giamaica al Kenia, passando per le urne. Tutte le opzioni.

Due partiti sono esclusi per definizione da ogni immaginabile combinazione di governo: la AfD all’estrema destra e la Linke all’estrema sinistra, che rappresentano insieme ben un quarto dei seggi al Bundestag. I partiti potenzialmente di governo, quindi, hanno insieme solo il 75% dei seggi. L’unica ipotesi che rimane dopo la fine del progetto “Giamaica” (CDU/CSU-FDP-Verdi) rimane una riedizione della “Grande Coalizione”. Che non sarebbe nemmeno più tanto “grande” in realtà perché avrebbe soltanto il 56% dei seggi, se si considera il peso attuale di CDU/CSU e SPD. E comunque la SPD non sembra voler andare al Governo in questo modo. Più remota l’ipotesi di includere anche i Verdi in una coalizione con CDU/CSU e SPD. Sarebbe la coalizione “Kenia”, ma anche questa opzione presuppone un ripensamento da parte della SPD. Infine Angela Merkel potrebbe formare un governo di minoranza della sua CDU/CSU da sola, oppure in tandem con un partito fra FDP e Verdi, cercando poi di ottenere maggioranze in Parlamento a seconda del caso; tuttavia sarebbe un governo molto fragile, con poco spazio di manovra per importanti riforme. L’ipotesi più probabile, a oggi, è quindi quella di nuove elezioni.

 

  1. La CDU in cambiamento

La CDU rimane il perno di ogni immaginabile governo in Germania, ma i malumori per l’indirizzo troppo centrista e la perdita di tanti voti alla destra populista aumentano. Quasi certamente il partito deve cercare di accentuare il suo tradizionale profilo di partito conservatore per recuperare voti a destra. Anche la necessità di un rinnovo del personale politico è fortemente sentito, ma i candidati a una successione di Merkel sono rari e finora poco convincenti.

 

  1. CSU, la gemella sempre meno vicina

Il presidente del partito bavarese, e primo ministro della Baviera, Horst Seehofer, probabilmente tra qualche settimana sarà deposto, perché giudicato responsabile per la sconfitta alle elezioni dello scorso settembre, sconfitta avvenuta a causa di un indirizzo poco chiaro rispetto al problema dell’immigrazione che lo vedeva a volte in aspro conflitto con la cancelliera, altre volte invece lo vedeva aderire di nuovo alla sua linea “morbida”. La CSU ha perso il ruolo di partito più a destra nel panorama partitico tedesco, e rischia di perdere ulteriormente consensi a vantaggio dell’AfD. L’alleanza con la CDU potrebbe essere seriamente messa alla prova dalla situazione attuale.

 

  1. SPD e le sirene della “responsabilità”

La scelta di andare all’opposizione è stata probabilmente l’opzione più saggia, visto che il partito vuole rinnovarsi e recuperare, nei prossimi anni, il suo status di “partito popolare”. Dopo il fallimento della coalizione Giamaica, però, l’appello alla sua “responsabilità” per assicurare un governo stabile alla Germania è diventato più insistente. L’istinto governativo è forte tra i socialdemocratici e non è escluso che alla fine possano cedere a tali pressioni. Nel caso di nuove elezioni, invece, i socialdemocratici avrebbero la chance di rifarsi, almeno in parte, dalla débâcle di settembre, perché è difficile immaginarsi che potrebbero perdere ancora più voti. Se invece andassero al governo con Merkel, lascerebbero il ruolo di leader dell’opposizione all’AfD, cosa piuttosto imbarazzante e che costituisce uno dei motivi per cui l’SPD pare deciso a rimanere all’opposizione.

 

  1. FDP, i liberali duri e puri tentati dal populismo

Con la mossa di interrompere a sorpresa i negoziati per una coalizione Giamaica, i liberali sembrano aver dimostrato che ormai rispondono a una logica populista. Ci si interroga ora per capire se il loro leader, Christian Lindner, abbia mai davvero preso in considerazione l’ipotesi di condividere la “responsabilità di governo” con gli altri due partiti, o se invece non abbia capito presto che in questa fase storica c’è più da guadagnare stando all’opposizione. Così l’FDP può entrare in competizione con la AfD per un elettorato deluso e insicuro. La mossa però si potrebbe rivelare controproducente perché l’appena risorto partito liberale dell’FDP al momento s’identifica soltanto con la figura del leader Lindner e, da tradizionale partito di governo che è sempre stato, non ha esperienza in campo populista.

 

  1. Verdi, tra idealismo e politically correct

Secondo molti analisti, i Verdi vorrebbero governare a tutti i costi e perciò nelle scorse settimane sono venuti incontro a una pur malleabile CDU/CSU per raggiungere tale obiettivo. È però da chiedersi se non sarebbero stati proprio loro a perdere di più in un governo Giamaica, perché i rappresentanti del discorso “politicamente corretto” su temi come ambiente, gender o integrazione dei migranti a volte sono sembrati fin troppo idealisti. E l’idealismo ai nostri giorni è spesso considerato superato dalla dura realtà. Il fallimento dei negoziati, dall’altra parte, non si può attribuire ai Verdi. Dunque i Verdi hanno salvato la loro anima e, nello stesso tempo, non paiono responsabili – agli occhi dell’elettore medio – dell’attuale stallo. Dovrebbero consolidarsi nel caso di nuove elezioni.

 

  1. Linke, in cerca di una identità più radicale

Gli ex-comunisti hanno perso consenso nelle loro roccaforti all’Est e cercano di uscire dal loro isolamento accentuando i toni sul discorso della immigrazione e della integrazione. L’opposizione attuale della SPD alla Merkel potrebbe, nel caso di nuovo elezioni, o per un futuro più lontano, aprire per la Linke degli scenari di collaborazione con i socialdemocratici, a condizione che essi si rinnovino “a sinistra”. Sono però ipotesi troppo remote al momento per essere considerate come una alternativa realistica. Certo è che anche la Linke può consolidare il suo elettorato come forza di opposizione radicale.

 

  1. AfD ha una solidità inaspettata (da alcuni)

Nelle settimane dopo il trionfo elettorale di settembre, il partito populista di destra è rimasto sorprendentemente silenzioso. E la frana di scissioni e dimissioni, di lotte intestine al partito, fin troppo auspicata da parte dei partiti di centro, non ha avuto luogo, nonostante le dimissioni dell’ex leader Frauke Petry. Il partito è di ben altro calibro rispetto a precedenti casi di partiti dell’ultradestra in Germania, e, nel caso di nuove elezioni, potrebbe rafforzarsi ulteriormente a scapito di una CDU/CSU che è in crisi evidente. Le idee dell’AfD hanno già un’influenza considerevole sulla cultura tedesca che sta subendo una netta involuzione protezionistica e identitaria.

 

  1. Merkel e il rischio di diventare cancelliera a tempo limitato

La cancelliera Merkel non è più cosi saldamente inattaccabile come tre anni fa. D’altra parte però all’interno del suo partito non ci sono ancora alternative alla Merkel, e siccome l’unione CDU/CSU rimane il perno di ogni governo, l’ex ragazza dell’est rimane fondamentale per scegliere la guida della Germania. Merkel vuole continuare a governare e sarebbe anche la candidata alla cancelleria nel caso di nuovo elezioni. Sarebbe però opportuno, per chiunque facesse una nuova coalizione di governo con lei, che sia ora o dopo nuove elezioni, mettere proprio la sua persona e alcune istanze di rinnovamento al centro delle trattative. In questo scenario, Merkel diventerebbe una cancelliera a tempo limitato, per soli due anni per esempio.

 

  1. Una Germania paralizzata aggrava l’Eurosclerosi

L’Europa guarda con ansia alla Germania, ma sembra che i tedeschi siano al momento troppo occupati con la loro crisi di governo per occuparsi dell’Europa. Un governo Giamaica probabilmente non sarebbe stato un motore di innovazione e riforme per un’Europa in agonia, e dopo il suo fallimento ogni possibile iniziativa a livello comunitario da parte della Germania deve attendere una riedizione della Grande Coalizione – nella quale tutti e due i partner sono fortemente indeboliti e più propensi ad assecondare il loro elettorato perso – oppure nuove elezioni in primavera. Un nuovo governo stabile sarebbe in sella, con tutta probabilità, non prima di maggio/giugno 2018. Nel frattempo il presidente francese Emmanuel Macron avrebbe tutto il tempo per riprendersi l’iniziativa politica in campo europeo, ma senza sapere con certezza con chi e con quale politica da parte tedesca dovrà per forza confrontarsi. La Eurosclerosi è quindi destinata a continuare.

L'autore

Christian Blasberg è docente di Storia contemporanea alla LUISS


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