La decrescita non è la soluzione alla disuguaglianza mondiale

23 novembre 2017
Editoriale Open Society
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Di recente mi è capitato di discutere su Twitter e via email con un paio di tenaci sostenitori della decrescita. Da questi scambi ho avuto l’impressione che i miei interlocutori non avessero idea di quanto esattamente il mondo sia oggi caratterizzato da disuguaglianza e povertà (sì, povertà), e quale sarebbe il prezzo da pagare se davvero decidessimo di fissare al livello attuale il volume complessivo di beni e servizi prodotti e consumati in tutto il mondo. Le righe che seguono sono un semplice tentativo di presentare qualche calcolo abbozzato su cui bisognerebbe lavorare ancora molto per un esame serio delle alternative.

Supponiamo, in via del tutto ipotetica, che interpretassimo la “decrescita” come la decisione di fissare il PIL globale al livello attuale (ipotizzando per il momento che anche la quantità di emissioni sia fissata agli attuali livelli). Così facendo, e a meno che non cambiamo la distribuzione del reddito, staremmo condannando alla più terribile miseria perpetua più o meno il 15% della popolazione mondiale, coloro, cioè, che oggi guadagnano meno di $ 1,90 al giorno, e circa un quarto della popolazione mondiale, quello che oggi non arriva a $ 2,50 al giorno. (Tutte le somme espresse in dollari sono qui da intendersi in termini di parità di potere d’acquisto, cioè in dollari dotati di uguale potere d’acquisto in ogni parte del mondo, sulla base dell’International Comparison Project del 2011).

È ovvio che quanti propongono la decrescita al tempo stesso non accetterebbero la decisione di lasciare così tante persone in condizioni di indigenza per consentire ai ricchi di godere indisturbati di standard di vita inalterati. Cosa dobbiamo fare, allora? Naturalmente, dicono, possiamo aumentare il reddito dei poveri e diminuire quello dei ricchi, in modo tale da restare nei limiti dell’attuale PIL globale. Bene: supponiamo allora che decidessimo di “consentire” a tutti di raggiungere il livello medio di reddito attualmente valido per il mondo occidentale, riducendo gradualmente i redditi dei ricchi (per semplicità, facciamo finta che siano tutti coloro i quali vivono in Occidente) per consentire alle persone che vivono al di sotto di quel livello di raggiungerli.

Il problema è che, al netto delle tasse, il reddito medio occidentale – circa 14.600 dollari americani a persona all’anno – è al novantunesimo percentile della distribuzione globale di reddito. È chiaro che, se lasciassimo che il 90% delle persone aumentasse il proprio reddito fino a quel livello, il nostro PIL “esploderebbe” aumentando di parecchio (per la precisione di 2,7 volte): non ci è concesso essere così “generosi”.

Proviamo ora a supporre che tutti raggiungessero soltanto un livello di reddito appena al di sopra del decimo percentile occidentale, e in particolare quello del tredicesimo percentile ($ 5.500 all’anno). Guarda caso, il tredicesimo percentile occidentale coincide con il reddito medio globale, che è al settantatreesimo percentile globale. Potremmo portar su tutto il 72% che sta al di sotto, ma dovremmo anche ridurre il reddito di tutti coloro che stanno sopra per consentire al mondo intero di vivere con il reddito globale.

A questo fine, di quanto bisognerebbe ridurre il reddito del 27% che vive al di sopra della media mondiale? La risposta è: di almeno due terzi. La maggior parte di loro, come abbiamo detto, vive in Occidente, e l’immiserimento dell’Occidente non avrebbe luogo tramite trasferimento di ricchezza ai poveri: abbiamo appena “concesso” loro di produrre e guadagnare di più. Il modo di questo immiserimento avverrebbe per mezzo di una graduale e sostenuta riduzione della produzione e del reddito fino al punto in cui chiunque sia “ricco” perde a sufficienza da scendere al livello della media globale. Mediamente, come abbiamo visto, la diminuzione sarebbe di circa due terzi, ma i più ricchi dovrebbero perdere di più: il decile globale dovrebbe perdere l’80%; il primo ventile – il 5% dei più ricchi – dovrebbe perdere l’84%; e così via. Fabbriche, treni, aeroporti e scuole lavorerebbero un terzo del loro orario normale; elettricità, riscaldamenti e acqua calda sarebbero disponibili 8 ore al giorno; potremmo guidare la macchina otto ore al giorno e lavorare solo tredici ore a settimana (per la gioia di Keynes, che avrebbe così azzeccato quanto prevedeva nelle Possibilità economiche per i nostri nipoti), e così via – tutto ciò per poter produrre solo un terzo dei beni e dei servizi che l’Occidente produce oggi.

Fermiamoci un secondo a considerare l’enormità di una proposta del genere. Il coefficiente globale di Gini scenderebbe a zero dall’attuale 65. Il mondo dovrebbe spostarsi da un livello di disuguaglianza più alto di quello attuale del Sud Africa alla totale uguaglianza – mai esistita in nessuna società di cui ci sia traccia. I paesi hanno difficoltà a mettere in atto politiche che riducano l’indice di Gini di 2-3 punti, e noi proponiamo di tagliarlo di 65!

Peraltro, si stima che la popolazione mondiale sia destinata a crescere di parecchi miliardi. Le dimensioni che abbiamo fissato come valori assoluti dovranno perciò sostentare un numero maggiore di persone; in altri termini, il reddito medio dovrà necessariamente scendere.

Ci sono tuttavia anche aspetti positivi: un così radicale ridimensionamento della distribuzione di reddito cambierebbe i modelli di consumo. Sappiamo che i ricchi hanno, rispetto ai poveri, emissioni inquinanti medie più alte per ogni dollaro speso (AED). Questo avviene perché, rispetto ai meno abbienti,  consumano molti più servizi e beni ad alta densità di emissioni, come viaggi aerei e carne. Una riduzione di tutti allo stesso livello significherebbe che il totale delle emissioni prodotte dal nuovo PIL – che rimarrebbe lo stesso in termini di valore, ma sarebbe diversamente composto – sarebbe inferiore. Nella nostra ipotesi, perciò, ci rimarrebbe un po’ di “gioco” per consentire ad alcuni di stare un po’ meglio degli altri, o per spostare tutti a un reddito medio leggermente superiore a quello del tredicesimo percentile occidentale.

Supponiamo che l’aumento della popolazione e il declino delle AED si compensino a vicenda: torneremmo dunque allo scenario originale descritto in precedenza quando tutti dovrebbero vivere alle condizioni dell’attuale tredicesimo percentile occidentale, e il mondo ricco dovrebbe perdere circa due terzi del proprio reddito.

Non mi sembra che un esito del genere, per quanto possiamo modificare le ipotesi, abbia la benché minima possibilità di trovare sostegno politico in qualsiasi luogo del mondo, e nemmeno da quelli che propongono la decrescita i quali, in gran parte, dovrebbero tagliare i propri consumi dell’80 o del 90%. Avrebbe più senso, se volessimo pensare a un modo serio di ridurre le emissioni, non impegnarsi tanto nell’illusione della decrescita in un mondo tanto povero e diseguale, quanto piuttosto  pensare a come i beni e i servizi a maggiore produzione di emissioni potrebbero essere tassati per ridurre il loro consumo. L’aumento dei loro prezzi relativi taglierebbe il reddito reale dei ricchi (che li consumano) e ridurrebbe, anche se leggermente, la disuguaglianza globale. Ovviamente, dobbiamo pensare a come le nuove tecnologie possano essere sfruttate per rendere il mondo più rispettoso dell’ambiente. Ma non è certo la decrescita la strada da percorrere.

Questo articolo è apparso in origine su Globalinequality. Riprodotto per gentile concessione dell’autore.

L'autore

Tra i più noti esperti internazionali sul tema della disuguaglianza. Già economista alla World Bank, è professore alla City University di New York. È autore del libro Ingiustizia globale (LUISS University Press, 2017).  


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