4 dicembre 2017

Come prepararsi a vivere in un mondo senza guida

La recente ripresa economica sembra promettere un futuro migliore, ma i pericoli delle disuguaglianze, dei populismi e delle tensioni geopolitiche (specie in Medio Oriente) sono tutt’altro che sopiti. Il possibile contributo positivo del “grand bargain” del Presidente Trump

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I governi, e alcuni osservatori, non hanno nascosto un sospiro di sollievo nel constatare, nel periodo più recente, segnali economici positivi in misura che raramente era loro apparsa nel recente passato, e che sembrano annunciare un futuro migliore. Insomma, la sensazione al momento più diffusa è che una ripresa economica stia prendendo forma e prospettiva, e ciò tanto più che essa è certamente sostenuta da un sorprendente aumento delle quotazione su un’ampia gamma di valori nel mercato azionario. A prima vista tali mutamenti verso il meglio, che rappresentano il lato positivo della medaglia, possono offrire una soglia di invulnerabilità, apparentemente solida, rispetto alle tante cose che altri osservatori vedono invece andar male e che minacciano, qualora si realizzassero, di rendere effimere le speranze di un recupero sostenibile e portatore di posti di lavoro.

Ma quali rischi si nascondono nel rovescio della medaglia? Tra le questioni di rilevanza globale, vengono ricordate le persistenti querelle commerciali, che possono suscitare una nuova ondata di sentimenti protezionistici. Proprio dietro l’angolo, giace poi in agguato il debito alle stelle di molte province cinesi, che molto probabilmente prelude ad una stretta creditizia da parte delle autorità centrali. Questo cambiamento, sostiene parte degli analisti, avrà un impatto negativo sul commercio mondiale. Ma c è di più, poiché quello che maggiormente preoccupa gli osservatori è una oscillazione verso il peggio del pendolo della geo-politica. Essi segnalano, come esempi, il pantano in Medio Oriente, con l’inquietante peggioramento dei contrasti tra sunniti e sciiti, e i rischi nucleari nel sud-est asiatico.

Per quanto riguarda lo stato di salute dell’economia, vale la pena menzionare il rapporto dell’UNCTAD per il 2017, che getta una luce diversa sulla ripresa economica enfatizzando la forte asimmetria che caratterizza la crescita della ricchezza. Il commento più eclatante, fatto nella prefazione dal segretario generale dell’organizzazione, Mukhisa Kituyi, è un avvertimento sulla qualità della ripresa,  che suggerisce che “siamo ancora in un mondo di profitto senza prosperità, una situazione che contribuisce molto all’aumento delle disuguaglianze di reddito”. E ancora una volta le grandi corporazioni sono messe sul banco degli imputati, ricordando la denuncia della deriva capitalista fatta da Joseph Stiglitz, vincitore del premio Nobel, in un suo scritto  del 2010, apparso in francese col titolo Le Triomphe de la Cupidité.

Una distribuzione fortemente disomogenea della ricchezza globale è anche sottolineata dal rapporto del Credit Suisse Research Institute. In realtà, l’analisi sottolinea che i ranghi dei ricchi si sono ulteriormente espansi, con 2,3 milioni di nuovi milionari aggiunti al totale nei dodici mesi precedenti a giugno 2017. Il rapporto sottolinea anche il netto divario tra i ricchi e il resto del mondo, con l’ 1% che possiede più della metà della ricchezza globale.

Il flusso di capitali che circola senza impedimenti dovrebbe di per sé costituire un vantaggio e, infatti, per molto tempo l’ortodossia liberale è stata contro ogni tipo di restrizioni alla finanza transfrontaliera. E tuttavia una serie di dissesti finanziari in America Latina e in Asia orientale hanno portato a un certo ripensamento. In un documento pubblicato a inizio 2016, tre analisti del FMI (Atish Ghosh, Jonathan Ostri e Mahvash Qureshi) hanno fornito prove sostanziali per mostrare i seri problemi che i flussi incontrollati di capitale a breve termine possono causare, contraddicendo in qualche modo la politica ufficiale dell’istituzione, che sembra ignorare la questione ad onta dei brillanti discorsi periodicamente tenuti dal Presidente, Christine Lagarde.

Non dovrebbe quindi sorprendere il fatto che la mobilità del capitale, insieme al libero commercio e all’immigrazione, stia diventando un bersaglio della rabbia popolare, che sembra costituire la fonte principale all’origine della frammentazione politica in Europa,  che sta dando ora qualche grattacapo al Cancelliere Angela Merkel, di solito impassibile. In realtà, la maggior parte del 14% dei voti persi collettivamente dalla grande coalizione di CDU / CSU con la SPD è andato ai partiti di centro-destra, inclusa l’Alternativa per la Germania (AfD).

Il rischio probabile, quindi, è che la politica cominci a essere modellata gradualmente, e talvolta inavvertitamente, sulla base delle richieste o delle aspettative dei movimenti populisti. Secondo gli esperti, questo è ciò che sta accadendo in Gran Bretagna da quando i Brexiteers hanno vinto il referendum. Da qui la necessità per la classe dominante di sfuggire alla semplicistica convinzione populista secondo la quale la società può essere divisa in due classi antagoniste: il “popolo” da una parte, e i poteri forti o l’establishment dall’altra, un approccio che, tra l’altro, si è rivelato vincente per il “candidato-Trump” e che ha costituito il fattore principale per spiegare la sua elezione alla Casa Bianca.

Secondo questa convinzione, si presume che il popolo abbia una sola volontà, mentre i potenti sono considerati monoliticamente subdoli e corrotti, determinati principalmente a curare gli affari propri e a servirsi di istituzioni intermedie per fuorviare, frustrandolo, il giudizio della gente comune, ossia di partiti politici, istituzioni, tribunali e media company. E tuttavia ora per poter contrastare le aspettative populiste, i governi devono avere la capacità di proporre credibili politiche imposte dalla globalizzazione –  come parte della loro  azione di intervento – il cui obiettivo, in assenza di efficaci istituzioni internazionali,  è quello di favorire o ostacolare le singole transazioni sulla base del miglior interesse nazionale.

Presto potrebbe arrivare il momento in cui i partiti politici di maggioranza dovranno abbandonare il convenzionalismo ipocrita, che usano spesso come schermo per nascondere la loro mancanza di visione ovvero la loro incapacità di mettere in atto meccanismi efficaci volti a trasformare tempestivamente le decisioni politiche in azioni.

Per quanto riguarda il fronte geo-politico, le maggiori preoccupazioni si concentrano sul giovane principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, le cui malcelate ambizioni troppo spesso si risolvono in azioni impulsive e frettolose. MBS, come generalmente ci si riferisce a lui, non ha finora ottenuto buoni risultati, come nel caso della sua sconsiderata iniziativa di iniziare una guerra in Yemen contro gli Huthi, una milizia sciita, e il suo tentativo di isolare il Qatar con il risultato di pregiudicare l’efficacia del Consiglio di cooperazione del Golfo e di spingere la vicina monarchia, ricca di gas, nelle braccia dell’“arci-nemico”, l’Iran.

Sebbene molti misteri circondino ancora le circostanze delle iniziali dimissioni televisive di Saʿd Ḥariri da Primo Ministro del Libano, gli analisti non hanno alcun dubbio che la mossa sia stata progettata da MBS per creare problemi al regime sciita dell’Iran. Sarebbe stato consigliabile che i leader delle grandi potenze fossero pronti e concordi ad indurre MBS a far marcia indietro per non ripetere il cattivo esito delle sue mosse precedenti. Il Libano ha sofferto molto per essere stato il terreno di battaglie decise o causate da potenze esterne e ha già pagato per questo un costo troppo alto. La sospensione “temporanea” delle dimissioni di Ḥariri dimostra tuttavia che il buon senso sembra ora prevalere, anche se il nuovo episodio rappresenterà un’altra brutta figura fatta dal principe ereditario saudita.

Le potenze occidentali dovrebbero muoversi in maniera accorta per frenare gli impulsi inappropriati del principe Mohammad. Avallare al contrario con il silenzio la grande purga da lui decisa senza un processo per determinare chi fosse colpevole di cosa, potrebbe provocare nel tempo ulteriore confusione nel paese e persino il caos. Sarebbe invece più saggio consigliare al principe di agire con cautela. Soprattutto, è importante evitare l’escalation con l’Iran al fine di non rendere ingestibile una situazione già altamente rischiosa nella regione.

Certamente, nessuno può realisticamente immaginare in questa come in altre analoghe situazioni un ultimo, disperato intervento dell’ONU, poiché è ampiamente riconosciuto che, mancando una solida intesa tra Washington, Mosca e Pechino, l’ONU in quanto tale non può imporsi. Né si può concepire un’iniziativa di buoni uffici da parte dell’UE, visto che, come mai prima d’ora, l’Europa sta affrontando una seria crisi di identità, con divisioni sull’immigrazione, il futuro dell’Eurozona, i movimenti separatisti; divisioni che suscitano ricorrentemente  richieste di “ rimpatrio” di prerogative importanti agli Stati nazionali.

Tutto ciò mette l’umanità di fronte a un crocevia critico. O Trump riesce a sbarazzarsi delle forze che finora gli hanno impedito di dare forma e contenuto al grand bargain di cui aveva parlato all’inizio (probabilmente intendendo un accordo con Putin, Xi Jinping e l’Europa), o l’Occidente correrà il rischio di essere gradualmente eroso da un crescente declino politico che lo spingerà ad agire in un “terreno inesplorato”. Già ora, la divisione mondiale in sfere d’influenza appare come la logica via di uscita all’attuale disordine mondiale, con il dettaglio che, se le cose dovessero accadere in mancanza di un tempestivo accordo a far da guida, l’accettazione di una siffatta divisione come mero stato di fatto diventerà prima o poi inevitabile, ma il mondo conoscerà, prima di quel momento,  devastazioni ancora maggiori, nuove violenze e nuovi aspri conflitti.

L’autore

Antonio Badini

Antonio Badini insegna nel Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS. È Direttore Generale dell’International Development and Law Organization ed è stato Ambasciatore d’Italia in Algeria, Egitto e Norvegia


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