Umiltà e Europa. Così in Germania il socialdemocratico Schulz si è conquistato una seconda chance

9 dicembre 2017
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Martin Schulz è stato rieletto presidente del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD) con il voto di oltre l’80% dei delegati al congresso. Un risultato notevole per un leader che deve assumersi le responsabilità di una sconfitta elettorale di dimensioni storiche. Non solo, anche nella questione di una possibile partecipazione ad una nuova “GroKo” – così i tedeschi chiamano la “Grande Coalizione” tra SPD e l’Unione democristiana di Angela Merkel – Schulz ha operato in modo poco coerente negli ultimi mesi, passando da un atteggiamento di netto rifiuto al possibilismo dopo il fallimento dei negoziati per una coalizione “Giamaica” tra democristiani, liberali e verdi poche settimane fa.

Le fazioni dentro il Congresso dell’SPD

Come è riuscito Schulz a capovolgere le sue sorti e ottenere quella che parte della stampa tedesca oggi cautamente chiama una “mini-vittoria”? Il congresso è stato per Schulz un momento della verità, e avrebbe potuto anche segnare la sua fine come leader della SPD. L’organizzazione giovanile socialdemocratica aveva assunto l’iniziativa di una mozione anti Grande Coalizione e anche molti fra i “grandi” del partito non sono affatto entusiasti dell’idea di entrare nuovamente a fare parte di un’alleanza dalla quale sono sempre usciti sconfitti. Schulz ha dovuto fare una professione di umiltà davanti ai delegati, ammettere i suoi errori nella campagna elettorale e promettere una nuova partenza da zero della sua presidenza del partito. La disponibilità a trattare con la CDU non significa che si debba inevitabilmente arrivare a una nuova Grande coalizione. Le altre possibili opzioni – cioè l’accettazione di un governo di minoranza della CDU, con o senza i Verdi, oppure nuove elezioni – devono essere discusse ugualmente, ha promesso Schulz, e in ogni caso la decisione definitiva spetterà alla base del partito che sarà consultata dopo gli eventuali negoziati.

La carta dell’audacia sul fronte europeo

Ma soprattutto Schulz ha finalmente compiuto quel passo audace che avrebbe già dovuto compiere durante la campagna elettorale, e cioè ha ripreso in mano l’iniziativa in quel campo nel quale è considerato un politico esperto ed appassionato: l’Europa. Ha annunciato un progetto di riforma dell’Unione Europea, iniziativa che dopo le elezioni tedesche era transitata invece verso il solo presidente francese Emmanuel Macron che già aveva parlato di una “rifondazione dell’Europa”. Ora Schulz lo ha persino sorpassato, dice di voler creare gli “Stati Uniti d’Europa” entro il 2025, una federazione di stati nazionali con una Costituzione redatta e approvata dai popoli europei – e chi non ci sta, dovrà lasciare la federazione.

A prima vista l’idea può sembrare utopica, in tempi di un quasi generalizzato euroscetticismo, ma essa potrebbe invece rappresentare uno strumento forte nelle mani di Schulz nei negoziati con la CDU di Merkel, dalla quale da tempo non si è visto nessun cenno di innovazione in tema di riforma europea. La SPD invece potrebbe fare di quel progetto la condizione sine qua non per un suo ingresso in un governo con la CDU, con Schulz come una specie di super-ministro per gli Esteri e la riforma europea. Una volta diventata iniziativa governativa della Germania, gli “Stati Uniti d’Europa” diventerebbero inevitabilmente oggetto di dibattito, certamente acceso e controverso, ma non più tanto utopico.

Le tensioni nella CSU a destra della Merkel

Rimane però una serie di incognite nella politica tedesca, al di là degli umori dei socialdemocratici. L’annunciata sostituzione, in questi giorni, del primo ministro bavarese Horst Seehofer con il più conservatore Markus Söder ha tutto il potenziale a mettere in difficoltà la cancelliera Merkel, perché i suoi “fratelli” bavaresi della CSU potrebbero anch’essi rifiutarsi di partecipare in una nuova Grande Coalizione con la SPD. Söder è un noto sobillatore politico che vuole soprattutto recuperare voti all’estrema destra, e questo non si può ottenere collaborando con i socialdemocratici. Infine la questione di una successione a Merkel non è ancora apertamente discussa, ma prima o poi si porrà e porterà anche la CDU più a destra.

Il ripristino di una dialettica più bipolare della politica tedesca quindi s’impone, e gioverebbe senz’altro alla salvezza della cultura democratica del paese. Ma i ritmi della politica tedesca sono notoriamente lenti e, per il momento, restano più punti interrogativi che certezze.

 

L'autore

Christian Blasberg è docente di Storia contemporanea alla LUISS


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