20 dicembre 2017

Trump può ritirarsi dall’accordo sul clima, ma l’America non può abdicare ai suoi doveri

Ci sono obiezioni morali, prima ancora che legalistiche, rispetto all’atteggiamento degli Stati Uniti in materia di intese internazionali sul clima. Etica e politica impongono forme di risarcimento alla comunità universale. Ecco perché.

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Fino ad adesso, la via scelta dalla comunità internazionale per coordinare e promuovere gli sforzi volti a mitigare il cambiamento climatico e ridurne i danni è passata per accordi internazionali fra Stati. Da un punto di vista pragmatico, probabilmente, è l’unica via possibile. Semplificando (ma neanche troppo), il cambiamento climatico è il frutto di un’eccessiva concentrazione nell’atmosfera terrestre di gas a effetto serra – il principale è il biossido di carbonio. Questi gas derivano essenzialmente dall’uso di combustibili fossili – cioè da tutte o quasi le attività produttive, e indirettamente da gran parte di tutte le altre attività umane, anche le più comuni.

Il meccanismo è cumulativo: il cambiamento climatico e gli eventuali danni che esso può produrre derivano dall’azione congiunta di milioni di particelle di gas serra – dall’accumularsi, cioè, di milioni di azioni che implicano la combustione di carburanti fossili. Una volta immessi nell’atmosfera, i gas a effetto serra ci rimangono a lungo – per centinaia di anni. Nel cielo non ci sono confini: i gas prodotti da un cittadino statunitense non rimangono nel cielo degli Stati Uniti, né i danni da loro causati si limitano al territorio governato dal presidente Donald Trump. Anzi, la caratteristica essenziale del cambiamento climatico è che certuni sono responsabili dei danni che esso produrrà e certi altri ne saranno vittime – i principali danni (inondazioni, desertificazione, aumento di eventi climatici estremi) colpiranno l’Africa e l’Asia, e forse anche l’Europa meridionale. Ci sono dunque responsabilità comuni dell’umanità, ma differenziate – chi più emette più causa danni –, e chi soffrirà gli svantaggi futuri derivanti dal cambiamento climatico non avrà beneficato dei vantaggi dell’industrializzazione. Infine, una parte del cambiamento climatico, e dei danni che ne conseguono, è già avvenuta, o è in corso. Per quanto si faccia, non è detto che si possa arrestare il processo: si può però rallentarlo e posticiparlo. Per questo, più si fa – più incisive sono le misure tese a diminuire la produzione di gas serra – meglio è.

Tutto questo rende la strada di un accordo internazionale quasi obbligata: solo così si possono mobilitare i poteri di coordinamento e di azione collettiva che solo grandi istituzioni come gli Stati possono avere – solo gli Stati, tramite la legislazione, possono spingere milioni di individui ad astenersi da certe attività che producono gas serra.

Ma tutto questo può indurre a commettere un errore concettuale, un errore riguardante il tipo di doveri morali che si hanno quando sia in ballo il cambiamento climatico. Il cambiamento climatico produce danni a vittime innocenti, e questi danni derivano da attività che sono di beneficio per alcuni, ma non per altri. Chi danneggia altri e trae vantaggio dall’infliggere danni ha doveri di riparazione.

Lesempio del vaso di murano

Immaginiamo che un gruppo di persone rompa un vaso di Murano, e ne lasci i cocci in un giardino pubblico. Dopo un po’ di tempo un passante che si trova ad attraversare il parco si ferisce a un piede. Qual è la reazione moralmente appropriata? É lecito per uno di quelli che hanno rotto il vaso sottrarsi all’indennizzo da pagare? Può darsi che la defezione unilaterale di uno dei colpevoli non abbia troppi effetti – l’indennizzo potrebbe essere pagato dai volenterosi rimanenti. Oppure, ci potrebbe essere un mercato di assicurazioni, o di cure per piedi feriti, da cui trarre un risarcimento e una medicazione per il malcapitato passante. Ma anche se tutto questo fosse vero, sarebbe plausibile sostenere che l’indennizzo e le medicazioni dovrebbero invece essere pagati dai responsabili – da tutti i responsabili, e non solo da alcuni.

Di fronte al rifiuto unilaterale dell’amministrazione Trump di sottoscrivere l’accordo di Parigi, nell’ultimo vertice tenutosi nella capitale francese, si è detto (lo ha detto il ministro italiano dell’Ambiente, Gian Luca Galletti): possiamo fare a meno degli Stati Uniti. Da un certo punto di vista, questo è vero. Infatti, non è detto che uno sforzo comune di molti grandi paesi non possa avere effetti sostanziali nell’abbattimento delle emissioni di gas serra, se gli Stati Uniti rimangono l’unica eccezione. E, naturalmente, la creazione di un mercato di energie alternative può essere un volano formidabile, che farebbe rientrare gli Stati Uniti nella partita – perché laddove non c’è un impegno del governo, ci possono essere imprenditori privati che danno un contributo alla decarbonizzazione del resto del mondo fornendo la tecnologia necessaria. Questo esito è inevitabile, in realtà: se dovesse crearsi un mercato effettivo – cioè con margini di profitto reali – per le energie alternative e le tecnologie connesse alla decarbonizzazione, la scienza e l’industria statunitensi, insieme a quelle europee e probabilmente cinesi e indiane, non potranno restarne fuori.

 

La differenza tra doveri e obblighi

Ma, dal punto di vista morale, la defezione unilaterale degli Stati Uniti equivale al rifiuto di fare il proprio dovere – e di farlo in casi in cui il dovere non è frutto di un accordo previo. In filosofia morale, si distinguono i doveri dagli obblighi. Questi ultimi sono frutto di un accordo, o del consenso. Se prometto di fare qualcosa, mi sono obbligato a farlo. Se decido di avere un figlio, mi sono obbligato a trattarlo in un certo modo. Se decido di entrare a far parte di un certo gruppo – un’associazione, un club, secondo alcuni anche uno Stato –, m’impegno a rispettarne i membri e a seguirne le regole. I doveri, invece, non sono volontari. Se ferisco un innocente, non posso scegliere se risarcirlo o meno. Se m’imbatto in un passante in difficoltà, non posso scegliere se aiutarlo o meno. In entrambi i casi, e in casi simili, pur entro certi limiti, ho doveri di soccorso e beneficenza. Il cambiamento climatico dà vita a doveri di soccorso, beneficenza e riparazione nei confronti delle vittime future dei danni che ne deriveranno.

Si può obiettare che l’analogia fra questo caso immaginario e il cambiamento climatico è imperfetta. Si potrebbe dire, ad esempio, che quella di sottrarsi agli obblighi previsti dal trattato di Parigi sia una decisione legittima degli elettori statunitensi, o almeno di una maggioranza di essi. Ma se il cambiamento climatico è un danno, gli elettori non hanno il potere di sottrarre il loro paese alle sue responsabilità.

Ritorniamo al caso immaginario, e assumiamo che ci sia una parte di coloro che hanno rotto il vaso che decidano di sottrarsi al pagamento dell’indennizzo dopo aver votato se farlo o no, e che la loro decisione sia presa a maggioranza o all’unanimità. Questo non renderebbe legittima o scusabile la loro defezione. Se un singolo o un gruppo producono un danno, il dovere di risarcire le vittime non può essere oggetto di decisione autonoma: non si decide sui propri doveri – o almeno non si decide su certi doveri. Il dovere di non ledere gli altri, e di riparare se li si lede, non sono frutto di un accordo, come il dovere di mantenere le promesse. È un dovere che chiunque ha, perché corrisponde a un diritto – il diritto a non subire danni – che tutti hanno – è un dovere, non un obbligo. Che la mitigazione del cambiamento climatico sia oggetto di accordi internazionali fra Stati non significa che il dovere di riparare ai danni prodotti dall’industrializzazione sia un dovere che si può decidere se assumersi o no. L’accordo serve a decidere la ripartizione dei costi, o le procedure per pagarle – non a stabilire se si deve fare qualcosa. A questi accordi, in realtà, da un punto di vista morale, non ci si potrebbe sottrarre. Per queste ragioni, anche fosse possibile farne a meno, la partecipazione degli Stati Uniti agli sforzi di mitigare il cambiamento climatico è doverosa, e il governo Trump sta venendo meno ai doveri stabiliti dall’etica e dalla politica, con la complicità dei suoi elettori.

 

 

Una versione ridotta dell’articolo è stata pubblicata anche sulla rivista Il Mulino

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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