Europa 2017: celebrazione o commemorazione? Un bilancio dell’anno appena trascorso

2 gennaio 2018
Editoriale Europe
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Il 2017 ha datato i 25 anni del Trattato di Maastricht ed i 60 della nascita dell’Unione Europea, a partire dalla istituzione della CEE. La celebrazione del primo è passata pressoché sotto silenzio; l’anniversario della seconda ha, nello spazio di pochi giorni, abbandonato la proposta che era alla base del vertice tenuto a Roma lo scorso marzo in Campidoglio di una Europa a due velocità. È passata, invece, sottotraccia, al recente summit di Goteborg, l’approvazione, pur se non la obbligatorietà, di una Carta dei Diritti Sociali per la tutela dell’occupazione e per più eque condizioni del lavoro, dopo vent’anni di disattesi proclami e quando le politiche di austerità hanno visto aumentare la disoccupazione nella UE ad oltre 15 milioni di unità e peggiorare di molto lo standard of life della classe media.

Ma procediamo con ordine. Nel gennaio del 2017, Roland Berger, uno dei consiglieri dell’ex governo di Angela Merkel, dichiarava che dall’introduzione dell’euro le regole del Trattato di Maastricht erano state violate almeno 165 volte e che sarebbe stato meglio che la Germania fosse uscita dalla moneta unica per salvare l’Unione europea. Solo qualche giorno prima Clemens Fuest, presidente dell’lfo, uno dei centri studi tedeschi più prestigiosi, sosteneva, invece, che sarebbe stato utile per l’Italia, in mancanza di una solida crescita, uscire dalla moneta unica. Mentre si dibattevano questi temi, Juncker, all’atto della celebrazione del Trattato di Maastricht, si limitava a ricordare che lo firmò come esponente dell’allora governo del Lussemburgo e che le sfide che aspettavano l’Europa avrebbero dimostrato se essa sarebbe stata in grado o meno di dare una risposta ai problemi della nostra epoca. Contemporaneamente, proprio la proposta della Commissione europea, da lui presieduta, di aumentare investimenti e consumi  soprattutto in Germania e Olanda per far ripartire la crescita dell’Unione monetaria, era stata “congelata” dall’ Eurogruppo.

Nessuno ha ricordato le criticità e lo scetticismo che condussero all’approvazione del Trattato. Dei 12 Paesi che lo sottoscrissero, 9 non rispettavano le più importanti regole che esso imponeva: 5 nazioni, infatti, registravano un rapporto debito/Pil superiore al 60% e 4 un rapporto deficit/Pil oltre il 3%, parametri che si sono poi rilevati errati e senza una base teorica se non la cosiddetta austerità espansiva, e che hanno trasformato il principio della sovranità condivisa, espresso dalla Corte di giustizia europea, in sovranità subalterna delle nazioni del Sud Europa rispetto a quelle del Nord. Il tutto, in un clima di scetticismo reso evidente dai risultati dei referendum per l’adesione al Trattato stesso. In Danimarca, nell’ottobre del ’92, l’esito fu negativo, e solo dopo un secondo referendum, nel ’93, ne fu sancita l’approvazione, ma con l’esclusione della moneta unica, dell’unificazione della politica sociale e della difesa. La Norvegia, nel ’94, ne respinse l’adesione. La firma del Trattato, inoltre, fu accompagnata da non poche perplessità: il cancelliere dello scacchiere inglese era assente e la sottoscrizione escluderà l’accettazione della moneta unica e, successivamente, dello spazio di libera circolazione di Schengen e della Carta dei diritti fondamentali dei cittadini sul territorio della Gran Bretagna, tutte premesse al referendum che ne sancirà, con la vittoria di Brexit nel 2016, l’uscita dalla UE. È significativo che l’autorevole Bundesbank dichiarò che il Trattato di Maastricht “era stato raggiunto senza un’adeguata precisazione del suo contenuto”, a conferma che le difficoltà da superare per giungere alla realizzazione dell’Unione monetaria sarebbero state non poche. D’altra parte, anche in Francia e in Svezia il risultato delle consultazioni popolari fu deludente, con una maggioranza, rispettivamente, del 51% e del 53%. Senza dimenticare la bocciatura nel 2005, sempre attraverso referendum, del progetto di Costituzione europea in Francia e Olanda e la conseguente approvazione del Trattato di Lisbona che ne era una diminutio istituzionale, recependone solo alcune disposizioni.

All’atto della celebrazione dei 60 anni della CEE, perciò, si è lasciata cadere la proposta tedesca dell’Europa a due velocità, anticipata da Angela Merkel al vertice di febbraio a Malta, perché essa già esisteva di fatto, come abbiamo visto, sostituendola con “agiremo con ritmi e intensità diversi… in linea con i Trattati”. Si tralasciò, così, l’unica ragione fondamentale delle due velocità di crescita tra Nord e Sud dell’Unione monetaria, rappresentata da una moneta unica svalutata per Paesi quali Germania e Olanda e rivalutata per altri, quali l’Italia. In proposito, è opportuno ricordare quanto, alla vigilia del summit di Roma, dichiarò Martin Schulz: “Se l’Europa a differenti velocità esiste già, dobbiamo chiederci se è sempre stata una soluzione per i nostri problemi, o se ne è stata piuttosto, a volte, la causa… Non c’è Paese che abbia approfittato dell’euro più della Germania”. Per l’Italia, il pericolo fu paventato da Romano Prodi: “Il fatto che la proposta venga dalla Germania e arrivi proprio adesso, lascia adito a qualche timore. L’Europa a due velocità non è e non deve diventare un’Europa di prima e di seconda classe. Soprattutto non un’Europa dove i passeggeri della prima classe decidono chi deve stare in seconda”. Non a caso, una precedente proposta di una eurozona a  più velocità era stata già avanzata durante gli anni peggiori della crisi e riguardava proprio la suddivisione della Unione monetaria in due macro regioni, a seconda della posizione e condizione economica dei diversi Paesi. Ma se la storia, come sosteneva Benedetto Croce, è sempre contemporanea, meglio guardare al futuro.

La Carta dei Diritti Sociali, discussa agli scorci del 2017, può aprire finalmente la strada a un’Europa più solidale e coesa per lenire le disuguaglianze provocate dalla crisi, soprattutto a causa delle svalutazioni del costo del lavoro e della riduzione della spesa sociale e del welfare. L’auspicio è che essa diventerà un caposaldo della normativa europea in modo da sancirne la obbligatorietà e la ottemperanza, ma i precedenti sono rimaste enunciazioni assai più che realizzazioni. Il Trattato di Maastricht, all’articolo 2, dichiarava che la Comunità ha il compito di un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, del miglioramento del tenore della qualità della vita, della coesione economica e sociale e della solidarietà tra gli Stati membri. Successivamente, nel 1993, il Libro verde della Commissione sulla politica sociale definì una priorità la condizione lavorativa e, nel ‘94, il Libro bianco considerava l’occupazione uno degli obiettivi fondamentali del Trattato. Nel dicembre 1997, il Consiglio straordinario sull’occupazione svoltosi in Lussemburgo sottolineava l’urgenza di unificare, in un’unica azione, politica economica e politica del lavoro. Agenda 2000, poi, reiterava la necessità di attivare condizioni per una crescita durevole e creatrice di posti di lavoro mediante investimenti nelle infrastrutture e nella formazione delle regioni meno prospere. Nello stesso anno, anche la Strategia di Lisbona, che si proponeva di rendere L’Unione europea l’area più competitiva del mondo entro il 2010 attraverso l’economia della conoscenza, successivamente completamente disattesa e sostituita da Europa 2020, aveva tra gli obiettivi il ritorno alla piena occupazione e il miglioramento della coesione sociale. Fino ad arrivare al recente Libro bianco sul futuro del’Europa, presentato da Juncker lo scorso 1° marzo al Parlamento europeo, che specifica che la Commissione interverrà con sue proposte sulla dimensione sociale dell’Europa, nonché su quella monetaria e finanziaria e sui temi della globalizzazione e della difesa comune, anticipando, di fatto, i contenuti della cooperazione rafforzata foriera dell’Europa a più velocità che avrebbe dovuto essere al centro dei dibattiti al vertice di Roma sul sessantesimo anniversario della Cee. Vertice al quale l’Italia ha assistito impotente alla conferenza stampa finale di Merkel e Macron che, all’infuori di qualsiasi logica istituzionale e di etica politica, si sono proclamati fautori entro il marzo del 2018, di una riforma dell’eurozona, escludendo il nostro Paese dal progetto e relegandolo, come aveva previsto Prodi, in una Unione di seconda classe.

Se l’Europa vuole evitare sovranismi e populismi è necessario che sappia dimostrare, proprio come dichiarò Juncker, di essere all’altezza delle sfide del nuovo contesto geopolitico, e soprattutto, di recuperare i livelli occupazionali e di benessere sociale che le politiche del rigore hanno cancellato, emarginando circa un terzo della sua popolazione in condizioni di povertà. Altrimenti anche la Carta dei Diritti, al pari dei tanti libri e dichiarazioni ufficiali, sarà l’ennesima premessa di una falsa promessa.

Europa 2018. Buon anno!

L'autore

Giuseppe Di Taranto è Professore ordinario di Storia dell’economia e dell’impresa alla LUISS, dove insegna anche Storia del pensiero economico e Storia della finanza e dei sistemi finanziari.


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