Sulla Corea del Nord stanno funzionando i fulmini e le saette promessi da Trump

9 gennaio 2018
Editoriale Open Society
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Per comprendere ciò che sta accadendo nella penisola coreana, se non si vuole continuare a insistere sul solito e oramai noioso copione di un leader pazzo e irrazionale che minaccia il mondo intero, è necessario cambiare prospettiva e prendere atto di una cosa molto semplice e cioè che, in tutta la questione, la Corea del Nord c’entra poco, e il “povero” Kim recita un copione scritto altrove.

Non è infatti concepibile che uno Stato, che dipende quasi interamente per la propria sopravvivenza dalla Cina ed è chiuso al mondo da decenni, possa agire in maniera autonoma sulla scena internazionale brandendo la più potente arma che sia stata mai concepita.

Se così stanno le cose, allora ha più senso pensare alla Corea del Nord come ad uno strumento nelle mani di chi quel regime nutre e protegge, vale a dire la Cina.

Uno strumento per raggiungere quale obiettivo? La risposta, per chi conosce la storia cinese, è semplice: riportare indietro le lancette della storia e ricostruire quell’ordine regionale al cui centro stava la Cina attorniata, come Giove con le sue lune, da un insieme di rispettosi e ossequiosi stati tributari dell’imperatore cinese.

Dalla guerra dell’oppio al binomio Nixon-Kissinger

A partire dalla prima guerra dell’oppio (1839-1842), proprio quegli europei che i cinesi consideravano poco più che dei barbari avevano distrutto quell’ordine, riducendo l’impero al rango di una semi colonia. È da allora che il potere cinese, sia quello imperiale che quello comunista, ha in mente un solo obiettivo: superare le umiliazioni di quella sconfitta e restaurare quell’ordine.

Dunque l’obiettivo cinese è quello di acquisire potenza economica, tecnologica, militare nel minor tempo possibile così da poter ricreare un ordine continentale, con ambizioni eurasiatiche (di qui tutta la retorica della nuova Via della Seta), nel quale non vi è alcun posto né per gli Stati Uniti né per quanti non accettino quel nuovo ordine nel quale Pechino non riconosce pari. È all’interno di questo quadro che si colloca la funzione della Corea del Nord.

A partire dai tempi di Nixon e Kissinger, gli Stati Uniti hanno applicato nei confronti della Cina una strategia ben precisa: Containment nel breve periodo, Engagement economico nel lungo periodo.

L’idea era precisa: condividere con la Cina i frutti dei liberi commerci e i miracoli dell’economica capitalistica nella convinzione che la goccia dell’economia avrebbe pian piano scavato dall’interno e prodotto una mutazione in senso liberal-democratico del regime cinese. Così si spiega perché tanti occhi sono stati chiusi nei confronti del regime comunista tanto da favorire l’ingresso cinese nel WTO senza che la Cina sia mai stata una economica di mercato. La posta in gioco era superiore a qualsiasi effetto collaterale.

La svolta impressa dal Partito comunista cinese

Eppure qualcosa deve essere andato storto, non solo perché il Partito comunista cinese si è andato rafforzando negli ultimi anni (soffocando così la crescita). C’è di più, negli anni la Cina ha assunto un atteggiamento sempre più aggressivo e un approccio sempre più predatorio nei confronti dell’ordine liberal-democratico internazionale. Di qui le accuse da parte americana di dumping commerciale e monetario nonché di spionaggio tecnologico e industriale, per non dire della voce grossa che con gli anni Pechino è andata facendo nel Mar Cinese Meridionale e Orientale.

Ovviamente gli Stati Uniti hanno cercato di contrastare questa deriva cinese, ma con poco successo. Il motivo è presto detto: a Pechino hanno fatto un uso spregiudicato della Corea del Nord e della sua atomica.

Lo schema era il seguente. Ogniqualvolta gli Stati Uniti facevano la voce grossa con la Cina, contestando le sue violazioni, qualcosa accadeva dalle parti di Pyongyang.

Un test nucleare o un test missilistico servivano a far aumentare la tensione fino a provocare una reazione giapponese. E quando qualcuno a Tokyo iniziava a parlare di riarmo o di modifica della costituzione pacifista, il gioco era fatto.

I fantasmi del passato ritornavano a emergere e il ricordo dei lutti e degli orrori causati dall’imperialismo nipponico facevano riaffiorare le vecchie paure e un moto di indignazione scuoteva le opinioni pubbliche dei paesi che erano stati occupati dai Giapponesi, in primo luogo due fondamentali alleati americani la Corea del Sud e Taiwan.

Di fronte al riemergere delle paure del passato, la Cina allora poteva ergersi a garante dell’ordine post-bellico in funzione anti-giapponese e nel contempo, visti i legami strettissimi con Pyongyang, poteva presentarsi come l’unico paese in grado di portare alla ragione i nordcoreani.

A quel punto gli Stati Uniti erano costretti ad abbassare i toni nei confronti della Cina che poteva continuare a violare bellamente gli accordi sottoscritti.

La strategia della “brinkmanship” di Trump

Quando Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca, questo giochino si è rotto. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti ha fatto due cose. La prima, ha messo con le spalle al muro i cinesi con un ragionamento molto semplice: “Se, come dite, solo voi siete in grado di controllare quei pazzi a Pyongyang, allora togliete loro il giocattolo atomico, altrimenti dovrete essere considerati loro complici”. Nel contempo, ha continuato ad alzare costantemente la tensione a livelli senza precedenti e proprio questo ha fatto la differenza. Trump ha trascinato Cina e Corea del Nord in un così parossistico crescendo di tensione che alla fine, anche quando c’è stata una pesante reazione giapponese, i paesi della regione hanno avuto più paura di Pyongyang che di Tokyo.

Si chiama “Brinkmanship” ed è la capacità di portare l’avversario sull’orlo del burrone e costringerlo a ritrarsi per primo. Trump ci ha portato la Cina sull’orlo del burrone che ha avuto paura e si è ritratta. Così se il povero Kim da furioso dio della guerra si è dovuto trasformare nel giro di una notte in una pacifica colomba della pace, è la Cina che non ha retto il braccio di ferro ed ha dovuto fare dietro-front.

Ora a Pechino potrebbero tentare di trasformare questa sconfitta in una vittoria mediatica, premendo per una riapertura dei colloqui di pace prima a livello bilaterale – come quelli che in queste ore stanno riprendendo tra le due Coree – poi per la ripresa dei Six-Party Talks e forse un domani addirittura per la denuclearizzazione di Pyongyang.

Il mondo allora potrebbe applaudire il ruolo pacificatore della Cina e la saggezza del suo nuovo imperatore rosso, Xi Jinping, ma il merito sarà tutto di Trump e dei fulmini e saette che minacciava.

Spesso per fare la pace servono i falchi.

L'autore

Docente a contratto di Sociologia politica, LUISS Guido Carli


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