Dietro la retorica sovranista c’è un problema reale di sovranità. Ed è un problema di democrazia

11 gennaio 2018
Editoriale Europe
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La recente analisi di Sergio Fabbrini pubblicata sul Sole 24 Ore porta in primo piano un tema cruciale, leggendo l’imminente competizione elettorale in chiave di “europeismo” contro “sovranismo”; sottolineando come la pretesa sovranista sia largamente anacronistica, data la fondamentale interdipendenza – soprattutto economica – in cui si muove il nostro paese (che quindi in molti campi non può muoversi autonomamente, ma deve implementare alcune riforme); infine, evidenziando come la prospettiva più produttiva sia quella di un’Italia che – guidata dagli europeisti – si associ a Francia e Germania per “costruire un’unione politica, che garantisca il mercato unico e la democrazia liberale”.

L’analisi è efficace e puntuale; e tuttavia è d’obbligo, soprattutto per chi studia i comportamenti degli elettori, affiancargli una prospettiva rovesciata, che parte dal punto di vista dei cittadini, e di come percepiscono i grandi processi di trasformazione di cui parla Fabbrini. Già, perché non va dimenticato che la democrazia si regge su un concetto fondamentale: quello della “responsiveness”, ovvero la capacità del sistema politico di rispondere in modo efficace alle posizioni politiche dei cittadini. Il termine è lo stesso che usano, in inglese, gli appassionati di motori per indicare come il motore e lo sterzo (di una moto, di un’auto) rispondono rapidamente ai comandi del guidatore; e quindi evoca chiaramente l’idea dell’avere un controllo efficace sul mezzo. Nel caso della democrazia, ad avere questo controllo sono i cittadini; e non è un caso che – nella campagna per la Brexit – uno degli slogan fondamentali sia stato “take back control”, che evocava proprio l’idea di recuperare la capacità di risposta del sistema alle istanze dei cittadini. E’ questo a mio parere il senso profondo del ritorno, cui stiamo assistendo, del concetto di sovranità. Sovranità che – non va dimenticato – nelle moderne democrazie va di pari passo con l’aggettivo “popolare”. Si tratta della formula magica che ha reso possibile la democrazia di massa: milioni di persone accettano spontaneamente di obbedire a un ordine politico (e rinunciano a tentativi eversivi e rivoluzionari) perché comprendono che le decisioni prese dal sistema politico rispondono (in modo più o meno rapido ed efficace) alle scelte che i cittadini esprimono con il voto. Ovviamente in forma mediata e secondo specifiche procedure in grado di produrre accordi e compromessi (come ben sintetizzato dall’articolo 1 della nostra Costituzione: “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”), ma pur sempre con l’idea di fondo che sono i cittadini, con il loro voto, ad avere il controllo di dove va la democrazia, e a quale velocità.

Chi deve controllare la politica economica europea?

Ora, il punto è che un progetto potente come quello europeo (non dimentichiamoci che finora ha contribuito al miracolo della pace duratura in Europa) ha inevitabilmente richiesto un crescente trasferimento di quote di sovranità al di fuori del circuito elettorale-rappresentativo nazionale. Questo purtroppo crea un problema enorme. Perché, se a livello nazionale il legame più o meno diretto tra elezioni e governi ha garantito per decenni una capacità di risposta tutto sommato efficace (quella di cui avevano nostalgia gli inglesi che hanno votato a favore della Brexit), le decisioni a livello europeo sono invece caratterizzate da processi estremamente più complessi, indiretti, e spesso addirittura non codificati in modo trasparente e democratico. Difficile non pensare al candore con cui l’allora ministro delle Finanze olandese, Jeroen Dijsselbloem, nel mezzo dello scontro sulla Grecia, ricordò che – secondo il trattato di Lisbona – un organismo di importanza cruciale come l’Eurogruppo è sostanzialmente una riunione informale, priva di regole e di verbali. Ed è altrettanto difficile non rammentare che forse la questione chiave del processo di integrazione europea – il controllo sulla politica economica e finanziaria, con le decisioni sulle regole e su come applicarle – è ancora sospesa tra chi la vuole affidare a organismi tecnici (fuori dal controllo della politica, quindi da qualunque meccanismo di responsiveness democratica, e nell’assenza di una Costituzione europea) e tra chi invece la vuole aprire al controllo della rappresentanza democratica. Per non parlare, purtroppo, del fatto che la complessità e la scarsa trasparenza di molti dei processi decisionali di Bruxelles finiscono spesso – come mostrano molti studi recenti – per produrre esiti decisionali molto più vicini alle preferenze dei gruppi di interesse che a quelle dei cittadini. Ecco quindi che, come in un’inevitabile legge ferrea della democrazia rappresentativa, più le decisioni si allontanano dalla trasparenza e dalla responsiveness democratica, e meno sono condivise come legittime dai cittadini; molti dei quali hanno cominciato a dubitare – in tutta Europa – non solo di quelle decisioni, ma degli stessi partiti che le prendono. Non bisogna dimenticarsi che, se appare incredibile che il Movimento 5 Stelle in Italia sia intorno al 30% (con gli eurocritici Matteo Salvini e Giorgia Meloni che raccolgono insieme un altro 15%), in Francia Le Pen e Mélenchon al primo turno delle ultime elezioni presidenziali hanno preso insieme quasi il 40% (circa il doppio di Macron), e ormai in quasi tutti i paesi europei partiti variamente “sovranisti” ottengono percentuali largamente a due cifre.

Limiti e realtà nella propaganda dei sovranisti

Ecco quindi che non si può trattare di un fenomeno da liquidare semplicemente come anacronistico, come se avessimo semplicemente di fronte “cittadini che sbagliano”. Ad essere anacronistica – come sottolinea giustamente Fabbrini – è certamente la soluzione prospettata dai partiti “sovranisti”: pensare che si possa davvero ritornare a una sovranità nazionale, in un mondo ormai complesso e interdipendente. Ma il problema della perdita di sovranità e della capacità di risposta delle nostre democrazie è reale e molto attuale. I cittadini, per credere nella democrazia, hanno bisogno davvero di sentirsi sovrani; hanno bisogno di partiti o schieramenti che offrano scelte diverse tra loro, e di sapere che i loro voti avranno un peso importante nel determinare le grandi scelte. E’ dalla crisi di questo processo che emerge la sfiducia che gonfia le vele dei partiti sovranisti.

Che fare, quindi? La via d’uscita a mio parere esiste, anche se è molto difficile da percorrere. Si tratta di prendere sul serio la sfida di rendere più aperti, trasparenti, diretti (in una parola, capaci di rispondere ai cittadini) i processi decisionali a livello europeo. E’ un problema gigantesco, che tormenta politici e studiosi da almeno un decennio; ma va anche detto che uno dei motivi per cui non è stato affrontato è che gli attuali processi decisionali avvantaggiano molte rendite di posizione importanti. Il problema è che i risultati elettorali in tutta Europa ci dicono che ormai siamo giunti al tempo delle scelte. Se il processo di integrazione europea non riuscirà ad affrontare questa sfida, è difficile pensare che possa conservare l’afflato ideale che gli ha garantito per decenni il sostegno di centinaia di milioni di europei. Tutt’al più potrà continuare a sopravvivere come unione burocratica-commerciale sostenuta dalle élite di vari paesi: non esattamente un edificio solido in grado di sopravvivere alle sfide alla democrazia. Staremo a vedere.

L'autore

Lorenzo De Sio è professore ordinario di Political Science alla LUISS. Già Campbell National Fellow alla Stanford University, è coordinatore del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali)


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