19 gennaio 2018

Così l’Occidente può fare tesoro della svolta di Trump sulla sicurezza internazionale

Le sempre più complesse relazioni, nello scacchiere internazionale, hanno portato cambiamenti importanti negli equilibri di potere, con la conseguente necessità di un ripensamento dei rapporti tra gli Stati e delle politiche che gestiscono la nuova era della globalizzazione

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Nell’attuale congiuntura internazionale di trasformazione e cambiamento, gli Stati-nazione si trovano costretti ad arricchire gli strumenti a loro disposizione per mettere al riparo – per quanto possibile – le loro economie da fusioni e acquisizioni di imprese indesiderate o da interventi nei flussi commerciali e valutari da parte delle strategie aggressive di Paesi esteri. Da questo punto di vista, uno dei principali accorgimenti è quello di perfezionare gli strumenti di intervento disponibili ai competenti organi governativi attraverso appropriate politiche della globalizzazione.

Politiche di questo tipo hanno fondamentalmente lo scopo di ostacolare o facilitare singole transazioni internazionali (a seconda che queste coincidano o meno con l’interesse nazionale, opportunamente valutato), condotte nella maggior parte dei casi sulla base di parametri economici, senza escludere, tuttavia, calcoli geopolitici. La legittimità di far ricorso a simili politiche è sempre più largamente riconosciuta, in un periodo in cui, da una parte, la governance globale si è indebolita (soprattutto in conseguenza della disfunzionalità delle organizzazioni internazionali di Bretton Woods) e dall’altra sono divenute più riconoscibili talune operazioni condotte subdolamente da Paesi stranieri. Un esempio pratico del primo caso si ha con quelle transazioni volte all’acquisizione di conoscenze tecnologiche, ivi incluse quelle con possibili applicazioni militari.

Lo stop all’acquisizione cinese di MoneyGram

Per quanto riguarda il secondo caso, si pensi a tutte quelle transazioni che possono influenzare le opinioni e i comportamenti delle persone. Una delle più recenti applicazioni di politiche di questo secondo tipo è stata una brillante azione portata a termine dagli Stati Uniti, con lo scopo di convincere la società di pagamenti online cinese Ant Financial, affiliata al gruppo Alibaba, a rinunciare al suo accordo da 1,2 miliardi di dollari per comprare la MoneyGram International, compagnia per il trasferimento di denaro americana con sede a Dallas (nel sospetto che essa avesse quale scopo recondito di controllare/fidelizzare i clienti della società americana)

Non è certo strano che operazioni di tal sorta avvengano nelle relazioni commerciali globali tra superpotenze come Stati Uniti, Cina e Russia, ma un incoraggiamento ulteriore a prevenire e possibilmente colpire transazioni con un doppio standard viene dal lancio il 18 dicembre 2017, da parte del Presidente Donald Trump, della sua Strategia di sicurezza nazionale (National Security Strategy, NSS), la quale prevede, tra le altre cose, che ogni amministrazione americana e i pertinenti organi governativi debbano redigere un proprio regolamento su come fornire supporto concreto alla azione che discende da “America First”, fondata sull’obiettivo di proteggere l’interesse nazionale da qualsiasi minaccia o danno.

L’approccio selettivo di Washington alla sicurezza globale

Di solito, le politiche volte a contrastare gli effetti di una globalizzazione à la carte sono concepite e applicate, come nel caso degli Stati Uniti, con un piano comprensivo relativo alla sicurezza globale del Paese, in cui le componenti militari (la sicurezza “dura”) interagiscono strettamente con aspetti politici, economici, culturali e sociali (sicurezza “morbida”). In un certo senso, l’approccio selettivo alla sicurezza globale del Presidente Trump, che – concentrandosi su una visione ristretta di “America first” – implica in un certo senso l’abbandono dell’universalismo dei valori occidentali, contraddice l’assunto adottato dai precedenti inquilini della Casa Bianca (a partire da Franklin D. Roosevelt) secondo cui rendere il mondo più sicuro era strumentale al mantenimento di sicurezza e prosperità americane.

Sembra che, su tale questione di importanza fondamentale, una nuova via sia stata aperta, una via che con ogni probabilità porterà cambiamenti significativi alla tradizionale politica estera degli Stati Uniti. L’impatto di questi cambiamenti sulla stabilità internazionale è, allo stato attuale, solo parzialmente discernibile. Sicuramente esso non riguarderà solo, e fino a un certo livello, le caratteristiche dell’alleanza occidentale (basata su democrazia, stato di diritto ed economia aperta), ma implicherà anche una ridefinizione del nuovo ordine globale, in quanto la nuova concezione americana di sicurezza mondiale lascia autostrade libere alle ambizioni di Russia e Cina.

Nel recente passato, l’emergere di possibili sfaldamenti nel sistema politico occidentale ha portato alla necessità di convocare con urgenza incontri tra i Paesi occidentali più industrializzati (in particolare i Paesi membri del G7), per meglio comprendere le implicazioni pratiche di quanto avrebbe potuto essere percepito come un potenziale cambiamento nella visione della sicurezza globale condivisa dall’Occidente. Desta dunque sorpresa che le posizioni espresse dal Presidente Trump su questioni relative alla sicurezza, in aggiunta all’assenza di un piano ben strutturato e coordinato da parte della Casa Bianca, non abbiano indotto nessuno dei membri del G7 a chiedere di convocare una discussione collettiva, meglio ancora se informale, per dissipare pericolosi fraintendimenti e scoraggiare iniziative nazionali, in vista della realizzazione di un piano d’azione condiviso.

Due argomenti dovrebbero essere all’ordine del giorno: il primo, tracciare un’analisi comune da sottoporre alla Cina per evitare che le politiche nazionali della globalizzazione ( che hanno spesso per oggetto le incidenze dei rapporti con Pechino) possano diventare oggetto di un contenzioso tra i maggiori alleati. Il secondo, esaminare le differenti visioni su, da una parte, come concertare le legittime richieste formulate in varie occasioni dal Presidente Trump per una maggiore condivisione tra gli alleati dei costi della sicurezza e, dall’altra, come ridurre l’impatto potenzialmente negativo di decisioni unilaterali di Washington, prese senza una consultazione anticipata degli alleati o, peggio ancora, con la consapevolezza dell’esplicita opposizione di alcuni di loro (difficile far pagare il conto al commensale cui non è stato servito il cibo).

In passato, la decisione americana di invadere l’Iraq e quella francese di avviare un’azione militare in Libia sono state prese senza un piano per il giorno dopo, con conseguenze negative ora ben note. Più di recente, il riconoscimento da parte del Presidente Trump di Gerusalemme come capitale di Israele ha causato l’isolamento degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, rendendo evidente la mancanza di analisi condivisa in precedenza con gli alleati. Niente di tutto ciò rafforza la fiducia o la coesione tra le nazioni occidentali, in un momento in cui la loro credibilità è già a repentaglio.

L’autore

Antonio Badini

Antonio Badini insegna nel Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS. È Direttore Generale dell’International Development and Law Organization ed è stato Ambasciatore d’Italia in Algeria, Egitto e Norvegia


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