L’SPD sceglie Merkel e la ragion di Stato. Ma sul futuro della Germania pendono 5 incognite

23 gennaio 2018
Editoriale Europe
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La socialdemocrazia tedesca ha deciso formalmente di avviare i negoziati per una nuova Grande coalizione con la CDU/CSU di Angela Merkel. Il dibattito al congresso straordinario del partito di domenica scorsa è stato però piuttosto acceso e il risultato non proprio netto: solo il 56% dei delegati dell’SPD ha votato a favore del dialogo; il 44% era contrario a ripetere un’altra volta questa formula governativa che è costata alla SPD il suo ruolo di “partito pigliatutto” e l’ha invece ridotta, sin dal 2005, a poco più di un’appendice della cancelliera Merkel. La decisione di domenica sembra in continuità con questa strada dell’autosacrificio delle fortune elettorali della SPD in nome della ragion di Stato, sempre fortemente sentita, ma che nelle condizioni attuali a molti socialdemocratici – soprattutto giovani – non sembra più la via maestra. Alla responsabilità per il governo del paese si è opposta la responsabilità per la sopravvivenza del partito più antico della Germania (fondato nel 1875) e il recupero del suo ruolo di “Volkspartei” (partito popolare). Ora, dalla situazione che si è creata dopo il voto del congresso SPD, emergono almeno cinque impellenti interrogativi.

  1. Ci sarà quindi un nuovo governo?

Non è detto. Intanto i socialdemocratici hanno soltanto ratificato la volontà di negoziare con la CDU/CSU. L’autunno scorso i partiti della cosiddetta coalizione “Giamaica” (CDU/CSU, Liberali e Verdi) avevano già superato questa fase, eppure alla fine non hanno trovato un accordo governativo e hanno interrotto i negoziati. Non si può sottovalutare il fatto che la SPD abbia posto condizioni dure, con istanze più marcatamente di sinistra, per accettare un suo nuovo ingresso nella Grande coalizione. Dall’altra parte la CSU della Baviera, alleata della CDU di Merkel, ha fatto trapelare un vibrante malcontento nei confronti della SPD e vuole far virare la coalizione più a destra. La partita è aperta perché, in un’alleanza fra partiti usciti comunque perdenti delle ultime elezioni, nessuno vuole perdere ulteriormente. La cultura politica dei partiti dovrebbe portarli tuttavia a una conclusione positiva, ma la situazione in cui si trovano, ridotti ai minimi termini elettorali, farà sì che i negoziati saranno duri. Un loro fallimento non è escluso, con la conseguenza di nuove elezioni in primavera.

  1. Angela Merkel rimarrà cancelliera? E se sì, per quanto tempo ancora?

La questione del cancelliere ancora non si è apertamente posta. Se ci sarà una nuova Grande coalizione, la cancelliera sarà sempre Angela Merkel. Ma sembra invece dubbio che Merkel svolgerà un’altra intera legislatura della durata di quattro anni. È piuttosto probabile che avvierà la scelta di un suo successore prima della scadenza naturale della legislatura. Tuttavia ancora non si vedono dei candidati all’interno della CDU/CSU che possano ambire alla sua posizione. La SPD invece è di fronte a un ulteriore dilemma: con Merkel si trova politicamente molto d’accordo, ma la cancelliera è riuscita a invadere il campo ideologico della sinistra e a svuotare la socialdemocrazia della sua essenza, causando il suo declino elettorale. Dall’altra parte, un qualsiasi altro cancelliere della CDU/CSU si posizionerebbe molto più a destra per recuperare i voti persi e confluiti nell’AfD, ma ciò renderebbe più difficile alla Spd continuare la collaborazione. Se la SPD pensasse alle sue sorti in quanto partito dovrebbe sbarazzarsi della Merkel; se invece pensasse a governare bene, dovrebbe volere la sua permanenza, rischiando così di cementare la propria subalternità nei confronti della CDU/CSU. Tuttavia una Merkel al potere per altri due anni sembra un’ipotesi piuttosto probabile, perché l’attuale cancelliera dà la sensazione dell’immobilità.

  1. Che cosa ne sarà ora di Martin Schulz, il leader della SPD?

Martin Schulz è un leader la cui scadenza si avvicina. L’iniziale euforia dopo la sua nomina di un anno fa a candidato cancelliere si è trasformata in una delusione continua. Ha sbagliato la campagna elettorale, raggiunto il peggior risultato per la SPD sin dai tempi della Repubblica di Weimar, promesso – la sera stessa delle elezioni – di voler a tutti i costi andare all’opposizione per poter rinnovare il partito, per poi cambiare di 180 gradi la sua opinione dopo il fallimento dei negoziati per una coalizione Giamaica. Tuttavia la SPD, in mancanza di un’alternativa, lo ha fino ad oggi riconfermato due volte alla guida. Lui stesso, partito come un “esterno” portatore di speranze e non compromesso con la palude delle deludenti collaborazioni governative, uno che sembrava capire il cuore dell’elettorato di sinistra, non è mai riuscito a sfondare tra la base socialdemocratica. Anche domenica non è stato certo il suo discorso a convincere una risicata maggioranza a votare a favore dei negoziati, ma la relativa compattezza dell’intera leadership del partito. Ad ogni occasione, Schulz rischia il suo posto e la sua caduta sembra solo una questione di tempo.

  1. Che cosa succederà alla SPD? La sinistra riuscirà a rinnovarsi?

Da partito che una volta veleggiava attorno al 40% dei consensi elettorali, la SPD di oggi si aggira attorno al 20%; gli ultimi sondaggi danno l’SPD addirittura al 18% e qualche analista già immagina i socialdemocratici in competizione con i partiti minori – Verdi, Liberali e Sinistra – per superare il 10%. In queste settimane il leader dei “giovani socialdemocratici”, un certo Kevin Kühnert, è diventato una specie di star del “no” ai negoziati per una nuova Grande coalizione. In una situazione in cui molti alla base del partito sentono che sarebbe l’ora di fare qualcosa per salvare il partito, Kühnert ha dato voce a questi umori e si è proposto come una promessa per il futuro, che ha capito che un rinnovamento si può portare a termine soltanto dall’opposizione. Altri progetti, proposti soprattutto dai ranghi della Sinistra, ipotizzavano la fusione della SPD, dei Verdi e della Sinistra in un nuovo grande partito della sinistra. Ma è difficile che la cultura del sistema partitico tedesco renda una tale operazione anche solo pensabile. Le tradizioni dei singoli partiti pesano, pure in tempi di crisi.

  1. Perché l’Europa è più preoccupata degli stessi tedeschi?

Paradossalmente il mondo sembra in questi giorni molto più preoccupato della situazione tedesca di quanto non lo siano i cittadini tedeschi stessi. Mentre in Germania ogni partito coinvolto nell’attuale processo di transizione si prende il massimo del tempo per non affrettare le decisioni, per non sbagliare colpi e per ponderare le prossime mosse, all’estero vengono percepiti soprattutto lo stallo, la mancanza di iniziative e di leadership da parte della Germania. Una Merkel che non ha un mandato pieno per guidare il processo di riforma dell’Eurozona o per posizionare la Germania nei confronti delle varie crisi nel mondo, o per  controbilanciare le bizze del presidente americano Donald Trump o per gestire da padrona il problema del Brexit, tutto questo sembra mettere Berlino nella  posizione di “centro immobile” dell’Europa, proprio in una fase in cui le le più recenti iniziative sono prese dal Presidente della Repubblica francese Macron. Tuttavia, a dire il vero, è da mesi che la tanto discussa crisi europea appare congelata: gli affari vanno avanti anche senza un nuovo governo tedesco. È possibile dunque che questa fase di virtuale assenza della Germania giovi paradossalmente agli equilibri tra Berlino e i partner europei e mondiali.

L'autore

Christian Blasberg è docente di Storia contemporanea alla LUISS


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