Concentrazioni industriali e rendite di posizione, ecco i frutti avvelenati dell’economia digitale

24 gennaio 2018
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Vi è un crescente dibattito sia tra gli addetti ai lavori che sui mezzi di comunicazione sull’impatto che le nuove tecnologie hanno sulla disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza. È ormai noto che le disuguaglianze sono in crescita nei Paesi occidentali e che le cause di questo aumento sono da ricercarsi nella politica (crisi del welfare state e delle politiche fiscali redistributive), nella globalizzazione e nelle nuove tecnologie. Queste ultime vengono in genere chiamate in causa in quanto determinerebbero una considerevole perdita di posti di lavoro con qualifiche medie e basse rimpiazzati da computer, robot, ecc. e quindi una redistribuzione a favore del capitale o di un numero ristretto di lavoratori altamente qualificati. Ma le nuove tecnologie agiscono anche in modo meno evidente e diretto sulla distribuzione del reddito, modificando i modi di produzione, la partecipazione di diversi soggetti ai processi produttivi e quindi le modalità con cui il suo valore viene distribuito tra questi soggetti. Come evidenziato dagli economisti classici, ed in particolare da Smith e Marx, i cambiamenti delle modalità con cui una società produce i beni che consuma sono alla base della struttura sociale e del suo sviluppo storico.

Le tecnologie digitali, ad esempio, stanno determinando cambiamenti radicali nei modi di produzione e vi sono elementi propri di queste tecnologie che stanno facendo aumentare la disuguaglianza sociale, anche a prescindere dal loro impatto sul mercato del lavoro.


Automobile vs. app: come cambiano i modi di produzione

Confrontiamo ad esempio la struttura della produzione e dei costi di un tipico prodotto della precedente rivoluzione industriale, ad esempio un’automobile, con quella di un bene digitale immateriale, ad esempio un nuovo software o una applicazione per uno smartphone. La produzione di un’automobile richiede un grosso investimento in infrastruttura produttiva: stabilimenti, macchinari, impianti, reti commerciali, ecc.. Questi investimenti generano ingenti costi fissi, cioè non dipendenti dalla quantità prodotta. Poi la linea produttiva viene avviata e la produzione di ciascuna auto, oltre all’uso di questa infrastruttura, richiederà anche l’utilizzo di importanti quantità di materiali, semilavorati, energia e numerose ore di lavoro, il tutto acquistato e remunerato dal produttore di auto. Questi sono costi variabili, che crescono con la quantità prodotta. Ad esempio, al crescere del numero di auto prodotte crescerà la domanda di lavoro e quindi l’occupazione e il totale dei salari e degli stipendi distribuiti, sia perché aumentano le ore lavorate sia perché per attrarre lavoratori aggiuntivi presumibilmente bisognerà aumentare i salari e gli stipendi orari.

Prendiamo invece la produzione del software: anche qui occorre un certo investimento in infrastruttura (computer e programmatori), ma quando ho prodotto la prima unità di questo software esso può essere riprodotto e diffuso all’infinito con costi variabili nulli o bassissimi. È sufficiente caricare il software su un sito e milioni di utenti in tutto il mondo possono fare il downloading a costo zero. Si tratta pertanto di tecnologie i cui costi sono quasi esclusivamente fissi e, vista la immaterialità dei prodotti persino le spese di trasporto e distribuzione sono praticamente inesistenti. Le conseguenze sono molto importanti. In primo luogo, nei corsi di economia del primo anno si insegna che la competizione di mercato porta il prezzo al livello del costo di produzione di un’unità aggiuntiva (il cosiddetto “costo marginale”). Ma questo costo marginale è appunto prossimo allo zero. Pertanto i beni digitali dovrebbero essere venduti a prezzo zero. Infatti si può provocatoriamente sostenere che il downloading da siti “pirata” e la condivisione dei file non sono altro che una manifestazione del corretto funzionamento del libero mercato e della sua capacità, attraverso la concorrenza, di portare il prezzo al livello più basso compatibile con i costi di produzione, cioè zero.

Per evitare l’azzeramento del prezzo bisogna costruire un sistema “artificiale” di diritti di proprietà intellettuale che rendono illegali queste attività e frenano la concorrenza creando monopoli legali. Questi diritti di proprietà intellettuale generano delle rendite di monopolio che vanno a vantaggio delle imprese e che sono pagate dalla massa di consumatori.


L’“economia delle superstar” e i suoi rischi

In secondo luogo, nella produzione di beni digitali si generano fortissime economie di scala: dal momento che il costo di un’unità prodotta aggiuntiva è (quasi) nullo, più grande è la quantità prodotta e più piccolo sarà il peso dei costi fissi su ciascuna unità. Questo porta naturalmente ad una situazione di “winner-takes-all” (vincitore pigliatutto), che porta a livelli enormi di concentrazione, ulteriormente accentuati dalla globalizzazione e dall’eventuale presenza di economie di rete (cioè dall’incentivo individuale ad adottare la tecnologia adottata dagli altri in quanto necessaria per comunicare). Google, ad esempio, ha in pochi anni acquisito una posizione monopolistica globale che probabilmente non si è mai vista nella storia. L’economia delle “superstar”, come è stata battezzata dall’economista Sherwin Rosen, presenta numerose inefficienze ed ingiustizie, conferendo a queste superstar potere di mercato e rendite molte elevati. Rosen all’inizio degli anni ‘80 descriveva un sistema che si applicava essenzialmente allo spettacolo, all’arte, allo sport. Ma se le superstar non sono solo più Messi, Ronaldo e Di Caprio ma giganti industriali che operano in settori chiave per l’economia e la società allora il problema si fa molto più serio.


Gli effetti sulla disuguaglianza dei redditi

In terzo luogo, dal momento che l’espansione della quantità prodotta avviene usando pochissimi input aggiuntivi, ed in particolare pochissimo lavoro, quasi tutti i guadagni che derivano dall’espansione del mercato (e che, come detto, sono mantenuti elevati dai diritti di proprietà intellettuale) vanno ad accrescere la remunerazione della infrastruttura produttiva iniziale. Nel caso della produzione di automobili invece questi guadagni sono almeno in parte redistribuiti ai fattori che hanno contribuito a questa espansione, ed in particolare ai lavoratori.

La produzione digitale genera quindi rendite che vanno a manager, proprietari, azionisti e alla ristretta cerchia di lavoratori con ruoli chiave in queste imprese, vanno cioè a soggetti che già grazie alle loro remunerazioni “normali” e senza queste rendite aggiuntive si troverebbero nella parte alta della distribuzione di reddito e ricchezza. La disuguaglianza risulta quindi ulteriormente accentuata. Può la politica intervenire e porre dei rimedi? Ovviamente non ha alcun senso tentare di frenare l’innovazione e la diffusione delle nuove tecnologie ma si può almeno in parte agire sulle loro conseguenze negative. Misure antitrust, riforme della legislazione sulla proprietà intellettuale che al momento è eccessivamente sbilanciata a tutela degli interessi dei detentori di brevetti e copyright, tassazione delle rendite a fronte di sgravi fiscali sul lavoro, una politica della ricerca che favorisca la concorrenza e l’entrata di nuove imprese (mentre ad esempio gli incentivi fiscali alla ricerca vanno prevalentemente alle imprese che già hanno una posizione dominante nel mercato). Le globalizzazione però richiede che queste politiche, per essere efficaci, siano promosse su una scala sovranazionale, ma sappiamo tutti quanto questo sia difficile.

L'autore

Luigi Marengo insegna Economia presso il Dipartimento di Impresa e Management della LUISS


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