Più si avvicina il voto, più il Movimento 5 Stelle si normalizza. Tutti gli indizi di una svolta

25 gennaio 2018
Editoriale Open Society
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Il Movimento 5 Stelle sembra cambiare pelle. E, così, come i fatti di queste ultime giornate stanno certificando in maniera praticamente inconfutabile, il “non partito” delle origini, il movimento antipartitico e antisistemico e dell’orizzontalità assoluta, il catch all anti-party party (secondo la definizione di Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini) sta mutando natura e struttura organizzativa. Permangono, beninteso, la connotazione postideologica “oltre la destra e la sinistra” e la vocazione piglia-tutti, tanto più visto che siamo ora immersi in una campagna elettorale decisiva, ma le norme organizzative e la catena di comando sono state assoggettate a una assai significativa revisione. It’s a matter of fact, a partire dalla definitiva separazione dei destini del blog del Movimento e di quello di Beppe Grillo, quando quest’ultimo, nella costituzione materiale (o, per meglio dire, internettianamente immateriale) della fase che si è ora conclusa, rappresentava il deposito della legittimazione della prassi e del pensiero politici pentastellati.
Un processo che può deludere chi vi aveva riposto speranze palingenetiche, ma che era scritto nel naturale svolgimento delle cose. E anche se i vertici, verosimilmente, respingerebbero l’etichetta, la denominazione appropriata alla fattispecie è quella di processo di istituzionalizzazione (o, quanto meno, il suo abbozzo e le sue prove generali). I segnali sono giustappunto tanti, e lo sono ancor più perché, accanto a quella che i militanti grillini (specie “della prima ora”) considerano la loro “festa della democrazia (diretta)” – ovvero le cosiddette “parlamentarie” per la designazione dei candidati alle cariche elettive – si sono moltiplicate le testimonianze di normalizzazione e di assimilazione alla modalità di funzionamento degli “altri” partiti. Il che era, giustappunto, per molti versi inevitabile, dal momento che un soggetto che intende spendersi nelle dinamiche istituzionali e nel gioco parlamentare, annunciando la volontà di puntare al governo del Paese, non può rimanere statu nascenti e “rivoluzionario”.

L’atteggiamento cangiante dei leader pentastellati

Il M5S continuerà, verosimilmente, a proclamarsi antisistemico a corrente alternata per ragioni propagandistiche e di ulteriore allargamento del suo già assai vasto consenso (fondato su una macro-issue, e un voto di opinione, anti-classe politica), ma sarà da osservare con ancora maggiore attenzione nelle sue pratiche e nei comportamenti concreti dei suoi dirigenti – che ora emergono come figure apicali a tutto tondo, e saranno sempre meno “portavoce” di un’astratta supposta volontà generale del “popolo della rete” – per vedere in quale direzione si evolverà. Da monitorare sarà, soprattutto, il comportamento di colui che appare ogni giorno di più come il leader indiscusso, Luigi Di Maio, che ha preso in maniera decisa, e totale, le redini del comando di quello che rimane fondamentalmente un partito-azienda (perché la stanza dei bottoni è saldamente collocata negli uffici di un’entità economico-aziendale privata, la Casaleggio Associati), mentre sta dismettendo velocemente i tratti del partito personale (e lo mostra la divergenza di opinioni sulla prospettiva governista che ha opposto nei giorni scorsi il nuovo capo politico al cofondatore Grillo, il quale si è dovuto rimangiare le bellicose affermazioni di splendida solitudine e opposizione “a vita”).

La scelta dei candidati

Nell’appuntamento di Pescara dello scorso fine settimana – a metà tra una convention all’americana e una “classica” scuola di partito – Di Maio ha raccolto ovazioni, fatto un omaggio poco più che rituale al predecessore (“il nostro megafono”), ed esibito (e ostentato) gli esterni-testimonial, che si candidano sotto le sue bandiere (i quali, in una formazione della scoppoliana Repubblica dei partiti, si sarebbero definiti “indipendenti”). La ricerca di “tecnici”, professionalità e competenze esterne si è svolta in queste settimane con particolare intensità, un altro segno dell’istituzionalizzazione in corso dell’ex non-partito, così come lo è – a proposito delle polemiche contro i “nominati” dalle segreterie dei partiti rivali – il ruolo decisivo di king-maker e di decisore dell’ammissibilità o meno delle candidature svolto dall’inner circle “dimaiano” (aggettivo ormai pienamente spendibile, a conferma delle considerazioni precedenti). Certo, la “pesca a strascico” dei potenziali “tecnici di area” ha agganciato figure per lo più legate al mondo della comunicazione, e non ha prodotto gli esiti sperati dai vertici 5 stelle – com’era peraltro prevedibile per una formazione politica, dai tratti marcatamente anti-intellettualistici, che presenta nel proprio dna l’ideologia della “non competenza” (versione postmoderna del qualunquismo) e il rifiuto dei portatori dei saperi specialistici (rigettati nel nome della narrazione della disintermediazione). Ma il cambio di passo e lo strappo rispetto allo storytelling originario è stato compiuto, una volta di più. La modalità di selezione della classe dirigente ispirata al criterio dell’“uno vale uno” appare, dunque, vieppiù un simulacro da sventolare davanti alla base per rivendicare la propria “diversità antropologica” – ma, di nuovo, ci troviamo su un terreno che appare ormai puramente comunicativo e propagandistico. E dal programma in 20 punti paiono scomparsi il referendum sull’euro e il rifiuto delle grandi opere, mentre contestualmente la tematica dei beni comuni è passata in seconda fila, decisamente dietro la sfilza di promesse macroeconomiche. Tu chiamala, se vuoi, istituzionalizzazione…

L'autore

Massimiliano Panarari insegna Campaigning e Organizzazione del consenso alla LUISS e Marketing politico alla LUISS School of Government. Editorialista de La Stampa


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