26 gennaio 2018

Clonati e contenti. Ovvero perché i dubbi sui progressi scientifici in merito alla clonazione non sono convincenti da un punto di vista morale

Un gruppo di scienziati cinesi è riuscito nel processo di clonazione di un primate non umano; la produzione di due macachi geneticamente identici ha riacceso il dibattito sulla clonazione: tra scenari apocalittici e dubbi etici, Gianfranco Pellegrino tenta di fare chiarezza sul tema, spazzando il campo da timori infondati

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Perché la clonazione di due scimmiette ci turba – come, o forse più di quanto anni fa ci turbò la clonazione della pecora Dolly, dato che questa volta i protagonisti sono parenti prossimi degli esseri umani? Dietro l’angolo, molti dicono, c’è la clonazione umana, e la clonazione riproduttiva, non semplicemente terapeutica – un esito spaventoso e totalmente negativo.

Ma che cosa c’è di problematico in una procedura biologica, che nulla ha di culturale? Naturalmente, la biologia non è separata dalla nostra vita, dalla nostra cultura, e quindi dai nostri giudizi morali. Quando la biologia è la nostra biologia, qualsiasi separazione fra natura e cultura  è artificiosa e irrealizzabile. Il fatto che siamo esseri viventi, ad esempio, è spesso una ragione per ritenere moralmente buone certe cose – ciò che ci consente di sopravvivere, o di vivere senza dolore, in primo luogo. Il fatto che certe entità anche differenti dagli esseri umani siano viventi è un fattore che ci spinge sempre di più a considerarle oggetto delle nostre cure morali – accade ormai da un po’ con gli animali non umani, comincia a succedere con le piante e gli ecosistemi.

Ma, al di là di questi aspetti ovvi, non si capisce immediatamente perché la prospettiva della clonazione umana desti tanti timori. Ci possono essere delle riserve derivanti da visioni religiose: per chi crede in un Dio creatore della vita, questo trafficare con i meccanismi fondamentali che costituiscono il vivente non può che violare un ordine soprannaturale e intrinsecamente buono. Ci possono essere delle riserve derivanti da una visione genericamente conservatrice: per chi crede che l’esistente – e soprattutto l’esistente determinato da forze naturali – sia intrinsecamente buono e bello, magari perché prodotto della saggezza millenaria e imperscrutabile, ma impressionante, della storia o della natura, ovviamente la clonazione è l’ennesima prova di un desiderio sfrenato di dominio. Le figure di Faust e lo spettro della tecnocrazia vengono immediatamente in mente, a questo riguardo. E, per chi sia sensibile a questo tipo di argomentazioni, il fatto che l’esperimento abbia avuto luogo in Cina, sotto un regime non democratico, può rafforzare il disagio (per non parlare del nome scelto per le due scimmiette, che corrisponde all’espressione ‘popolo cinese’, il che non può che destare inquietanti ricordi in chi abbia una conoscenza anche minima della retorica degli scienziati nazisti).

Tuttavia, queste due riserve – quella religiosa e quella conservatrice – sono meno che universalmente diffuse. Peraltro, esse hanno il difetto di puntare su fattori astratti e universali – il progetto di un Dio creatore, o il valore dell’operato della natura o della storia. Si potrebbe obiettare che, se la clonazione è benefica per tutti – per chi viene clonato, per chi clona, e per gli altri viventi –, vaghe argomentazioni teologiche o filosofiche non dovrebbero valere, o dovrebbero perdere molta plausibilità.

Eppure, anche laici e progressisti guardano con sospetto e timore all’esperimento cinese. Anche chi si preoccupa innanzitutto degli individui non sembra accettare a cuor leggero che vite individuali possano venire alla luce in queste modalità. Che argomentazioni potrebbero sostenere queste inquietudini? Ce ne sono varie, tutte accomunate da un riferimento a presunti diritti degli individui clonati.

Innanzitutto, si potrebbe sostenere che la clonazione violi il diritto alla diversità genetica come fattore d’identità. I cloni, per definizione, sono quasi esattamente uguali – ci sono piccole differenze a livello mitocondriale, forse. Ma ogni essere umano ha un diritto alla sua irriducibile diversità genetica, come fattore che forma l’identità di ognuno. Oppure, si potrebbe dire che la clonazione violi il diritto alla diversità caratteriale e culturale – ad avere inclinazioni, menti, gusti, e caratteri diversi, che sono anch’essi fattori che danno forma alla nostra identità. Il senso di queste due argomentazioni è che la clonazione ci priva della nostra identità, un elemento centrale della nostra esistenza, cui abbiamo un diritto inviolabile.

Quest’argomentazione, tuttavia, ha svariati difetti. Innanzitutto, non è chiaro che la diversità genetica sia così pronunciata come chi sostiene queste tesi implicitamente assume. Come è noto, le differenze genetiche fra esseri umani e primati sono minori – sono molto minori – delle similitudini. Le differenze genetiche fra gli esseri umani, poi, sono infime. E ci sono esseri umani, i gemelli, che sono veramente molto simili, dal punto di vista genetico. Vogliamo dire che far nascere dei gemelli sia un atto moralmente lesivo di diritti all’identità genetica dei nati?

Poi, non è detto che l’identità genetica costituisca o determini l’identità in senso ampio – l’identità del carattere, della mente, delle inclinazioni e dei gusti. Come già detto, gli esseri umani sono geneticamente molto simili, anche se morfologicamente molto diversi (e su questa confusione fra genetica e morfologia nasce l’immorale equivoco del razzismo), ma mentalmente e culturalmente diversissimi. Pensare che la genetica determini il pensiero, l’atteggiamento culturale, significa abbracciare una forma di determinismo del tutto infondata.

Si potrebbe dire, invece, che nascere per clonazione violi un diritto all’autonomia, al controllo della propria vita, o delle proprie origini. Ma qui è facile dire che nessuno controlla le proprie origini: siamo tutti figli di un progetto, di una scelta altrui. E questo progetto non dipende dalle modalità della nostra nascita. C’è qualcuno che ci dà la vita anche quando nasciamo in provetta, in un  certo senso. E, in realtà, c’è qualcuno che ci dà la vita anche quando ci aiuta a continuare a vivere quando siamo piccoli e indifesi – anche quando siamo stati adottati, ad esempio. Nessuno è autonomo sin dalla nascita, e nessuna autonomia si può esercitare sulla propria nascita. L’autonomia si conquista vivendo, più che altro.

Un’altra paura è che i clonati possano essere trattati come mezzi – come schiavi, come serbatoi di organi, come esseri umani di serie B. Questo è un timore autentico – è ingiusto trattare altri esseri viventi come schiavi, o serbatoi di organi, o esseri inferiori. Ma queste possibilità non hanno certo bisogno della clonazione. Ci sono molte altre procedure per mettere al mondo esseri umani – e di fatto ci sono molti, forse troppi, esseri umani che vengono trattati come schiavi o esseri inferiori, anche se sono nati da madre, in modo del tutto naturale. Basta che siano nati dalla madre sbagliata, per esempio da una madre non europea o occidentale.

Infine, si potrebbe affermare che la clonazione privi i clonati di un diritto all’integrità fisica. D’altra parte, la clonazione dei due macachi è un trasferimento cellulare, è un procedimento in cui una cellula viene trattata in laboratorio con materiale proveniente da un’altra cellula. Questo potrebbe sembrare una violazione di una qualche integrità fisica. Ma, nella misura in cui non si riduca alle argomentazioni precedenti, anche questa tesi non regge. Da un lato, ci sono molteplici violazioni della nostra integrità fisica che accettiamo di buon grado e giudichiamo buone – dalle protesi agli interventi chirurgici. Dall’altra, i nostri corpi sono continuamente sottoposti a processi di rigenerazione cellulare, che rendono l’idea di una qualche integrità fisica del tutto metaforica.

La discussione di queste argomentazioni continuerà a lungo, ovviamente, man mano che la scienza procede. Ma c’è un’osservazione generale che si può rivolgere contro tutti questi timori, che getta l’onere della prova contro chi si oppone alla clonazione. Dire che la clonazione rappresenti una minaccia per gli esseri umani presuppone una visione precisa di che cosa sia un essere umano – e presuppone che i clonati eventuali siano meno che umani. È questo presupposto a correre il rischio di essere fortemente discriminatorio. Non sappiamo se vivremo mai in un mondo in cui molti dei nostri concittadini saranno frutto di procedure di clonazione. Ma, se questo accadrà, discriminare fra loro e chi è venuto al mondo in altre maniere sarà un atto di razzismo. Discriminare fra chi vive come noi, in mezzo a noi, e magari ha sentimenti e li esprime, ha opinioni e le manifesta, solo perché la sua nascita non ha seguito certe modalità non è differente da discriminare in base al colore della pelle e alla provenienza geografica. Chi si oppone alla clonazione spesso accusa di derive naziste chi non vi si oppone. Ma il nazismo si può annidare in molti recessi.

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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