2 febbraio 2018

Ripensare la pace nel nuovo ordine mondiale

Il cambiamento degli equilibri geopolitici impone secondo Antonio Badini un ripensamento delle dinamiche e delle istituzioni che regolano la governance globale. Una maggiore collaborazione dell’Occidente con la Russia e la Cina potrebbe dar forma a un mondo più sicuro, rendendo improbabili ulteriori conflitti tra superpotenze

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In molti avranno stentato a credere ai loro occhi leggendo il rapporto speciale pubblicato sull’Economist il 27 gennaio, in cui si sostiene che “un conflitto di portata e intensità inaudite dalla Seconda Guerra Mondiale è nuovamente possibile”. Desta stupore il fatto che una delle riviste più prestigiose al mondo, che solitamente dà spazio ad analisi accurate, con parole attentamente misurate, decida d’un tratto di aggiungere la sua autorevole voce al coro gracchiante di quanti sono impegnati in una caccia alle streghe – volta inesorabilmente alla sconfitta e avente come principali bersagli (anche se su piani diversi) Cina e Russia.

Cui prodest, si sarebbero chiesti i Romani? Certo non ne trae vantaggio l’interesse comune per il mantenimento della pace e l’avanzamento dell’umano progresso, e tantomeno gli interessi occidentali, sempre più minacciati da una serie di problemi difficilmente gestibili all’origine di un pericoloso processo di decadenza politica.

I populismi e l’estrema destra

Allo stato attuale, è in ballo anzitutto la sopravvivenza del modello stesso di democrazia liberale. L’impressionante disuguaglianza, ad esempio, è una delle principali minacce alla forma di governo occidentale. Nell’Europa occidentale, l’1% più ricco ha goduto di altrettanti beni che il 51% più povero. In Nord America, la differenza è ancora maggiore, con la fascia più ricca (1% della popolazione) che ha accumulato lo stesso quantitativo di beni del l’88% della popolazione.

Ma i problemi sono spesso molteplici. Diversi Paesi in Europa sono in mano a un nuovo nazionalismo. In Polonia, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, partiti di estrema destra sono al potere e la prospettiva di invertire tale corso appare irrealistica, almeno nel prossimo futuro. In aggiunta, dove il nazionalismo è in crescita si osservano spesso auto-proclamatesi nazioni che richiedono il diritto di determinare il proprio futuro: la Catalogna in Spagna, la Scozia in Gran Bretagna e chissà dove questa lista potrebbe finire – il Veneto in Italia e la Corsica in Francia potrebbero essere i prossimi.

La possibilità di un simile sviluppo è connessa al fatto che assai spesso il nazionalismo è un sussulto causato dalla crescita di partiti populisti e reazionari di estrema destra. L’Alternativa per la Germania (AfD), la Lega Nord in Italia e il Front National in France sono tutti esempi di un fenomeno in crescita. Non è ancora emersa una soluzione politica praticabile in Europa per arginare la minaccia di una marea populista. La svolta nazionalista risulta forse ancora più evidente negli Stati Uniti, dove di fatto gode del sostegno del Presidente Donald Trump.

Russia e Cina nello scacchiere internazionale

Non dimentichiamo che l’Unione Sovietica non è stata sconfitta da un vantaggio di tecnologia militare (o hard power) da parte dell’America, ma dalla superiorità del modello occidentale di sviluppo socio-economico, più capace di soddisfare le esigenze di una società libera. Deve rimanere questa la vera “arma” dell’Occidente. È stata la mancanza di una prospettiva di crescita del welfare che ha provocato l’implosione del regime sovietico.

Del resto, Cina e Russia non sembrano intenzionate a conquistare militarmente nuovi territori esteri; nulla fa pensare a un loro desiderio di perseguire gli interessi nazionali con la forza bruta. Anche la questione nordcoreana potrebbe ancora essere contenuta per mezzo di pressioni finanziarie e commerciali, con un sostegno attivo di Russia e Cina. Quest’ultima, sicuramente una potenza in crescita, potrebbe essere incline a portare avanti una politica di persuasione economica basata sul commercio e sulle opportunità di investimenti, così come anche sugli scambi culturali. Tutto ciò potrebbe facilmente essere accompagnato da una scaltra campagna mediatica, ma questo non sarebbe diverso dalle strategie occidentali, e americana in particolare, che sono la parte nascosta della soft security.

Il nuovo ordine mondiale: sfere di influenza e dialogo

Un dato di fatto sta diventando sempre più chiaro, e cioè l’evidente intento da parte degli Stati Uniti di ritirarsi da una posizione di egemonia mondiale, il che risulterà in una divisione del mondo in sfere di influenza. Sembra che una crescente interconnessione e interdipendenza tra nazioni governate da sistemi politici diversi sia una tendenza irreversibile. In queste circostanze, una cooperazione più stretta su estremismo islamico, controllo strategico delle armi e cyber attacchi renderebbero il mondo un posto decisamente più sicuro.

La Russia, che ha cercato di correre rischi con coerenza, è ora al centro di una complessa trama nel Medio Oriente. Mosca non può risolvere da sola la complessità della regione, che influenza profondamente la sicurezza globale con spillover in Africa, Asia ed Europa. Ma l’opposto è ugualmente vero: sarebbe impossibile che l’intera regione tornasse a uno stato di pace senza la partecipazione attiva e il coinvolgimento della Russia. Il problema è come tradurre in azione questa cooperazione.

Si sta dimostrando sbagliata l’idea che una contrazione dell’economia minerà e indebolirà il morale della Russia e che le sanzioni la costringeranno a cessare ogni attività di interferenza nelle regioni orientali dell’Ucraina (per la maggior parte russofone) e ad adottare, in buona sostanza, un atteggiamento flessibile. Perché dunque non provare ad affrontare, in tutta coscienza, la realtà e adottare un approccio paritario, che non dia adito a recriminazioni da parte di alcuna delle parti? La reciproca fiducia si puo’ costruire solo con un sincero scambio di opinioni, che cerchi di trovare interessi comuni e al tempo stesso di analizzare le minacce, per identificare le preoccupazioni condivise. Azioni coordinate e un programma su cui tutti siano concordi seguirebbero di conseguenza.

Un sistema a due livelli di otto Paesi (NG8) potrebbe tentare di sviluppare percorsi adatti per affrontare questioni specifiche con lo scopo di rendere l’attuale geopolitica meno divisiva e, parallelamente, per ripristinare una architettura istituzionale che assicuri una governance globale migliore. Il primo livello, composto da Stati Uniti, Cina e Russia, avrebbe la responsabilità di gestire le questioni geopolitiche, mentre il secondo livello, chiamato a occuparsi di questioni di economia globale, sarebbe composto da Regno Unito, Francia, Germania, Giappone e India (oltre ai tre Paesi menzionati prima). Un accordo del genere servirebbe a prevenire un conflitto tra superpotenze, creando un terreno comune su cui costruire un nuovo ordine mondiale pacifico e cooperativo.

L’autore

Antonio Badini

Antonio Badini insegna nel Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS. È Direttore Generale dell’International Development and Law Organization ed è stato Ambasciatore d’Italia in Algeria, Egitto e Norvegia


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