Sostituiti dai robot. Una paura secolare da Metropolis all’intelligenza artificiale

16 febbraio 2018
Editoriale Open Society
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Nel mese di gennaio di quest’anno è stato pubblicato (per ora solo in inglese) il nuovo Rapporto del Club di Roma dall’emblematico titolo Come on! Sono passati esattamente 50 anni dalla sua fondazione ad opera dell’italiano Aurelio Peccei e poco meno, dalla più importante pubblicazione del Club: I limiti della crescita, il rapporto denuncia del 1972, che mise il mondo dinnanzi alla presa di conoscenza dei rischi di una crescita infinita in un pianeta limitato.

Come on! mette in guarda sull’attuale persistente insostenibilità della crescita economica ma anche sulle facili illusioni dell’era digitale. Il rapporto termina abbracciando proposte molto operative, come, per fare solo qualche esempio, una tassazione dei Bit nella rete internet, la più netta separazione tra le banche retail e quelle di investimento, il freno allo strapotere delle quattro grandi società di revisione globalizzate. Ma il grande tema, che anche questo rapporto affronta, è quello del nuovo mondo del lavoro. Davvero le macchine sostituiranno l’uomo? Le opinioni degli esperti sono tante e altrettanto copiosa la letteratura in merito. Come on! non è il primo né sarà l’ultimo campanello d’allarme.

Per chi volesse farsi più che una idea, propongo allora una rassegna trasversale, che parte dal superamento di due luoghi comuni. Il primo, che il dibattito sulla sostituibilità dell’uomo da parte delle macchine sia una questione recente. Nulla di più falso, il timore di un possibile predominio delle macchine accompagna l’industrializzazione del mondo occidentale sin dalla sua nascita. Il secondo, che fondate visioni sul futuro vanno ricercate esclusivamente nei trattati o nei saggi scientifici. Falso anche questo, non sorprendetevi, spesso l’orizzonte non è descritto da coloro che da terra lo vogliono misurare scientificamente, ma dai naviganti che con la loro fantasia lo hanno oltrepassato. Lo stesso Come On! menziona alcune distopie letterarie, a partire forse dalla più famosa: 1984 di Orwell.

Per iniziare suggerisco Samuel Butler, che nel suo romanzo utopico Erewhon del 1872 (che al contrario si legge Nowhere, dunque ‘in nessun posto’) immaginava un mondo dove tutte le macchine (orologi compresi) erano messe al bando. Riletta oggi, la visione del progresso tecnologico nell’autore inglese sfiora la chiaroveggenza: “rispetto alle macchine dell’avvenire quelle di oggi sono come i primi dinosauri rispetto all’uomo. Le più grandi, con tutta probabilità, si rimpiccioliranno molto”.

Nel XX secolo la tecnologia alza il tiro. Nel 1952 lo scrittore americano Kurt Vonnegut pubblica Piano meccanico. Dopo i lavoratori, anche i manager, rischiano di essere sostituiti da sistemi d’intelligenza artificiale. La rivoluzione voluta da alcuni dirigenti di stabilimento contro le macchine fallirà per la rivolta della popolazione consumista, oramai totalmente asservita alle macchine stesse (a partire dal distributore automatico delle bevande). Rottamati anche manager, giudici e amministratori, negli anni ’80 un altro scrittore americano, Walter Tevis, nel suo Solo il mimo canta al limitare del bosco descrive addirittura un mondo d’indolenti condannati alla sterilità e dunque all’estinzione, etero diretti da robot.

Infine, il filone delle distopie che immaginano la dittatura delle tecnologie: prendendo spunti dal grande fratello onnipresente e omnisciente immaginato da George Orwell e dall’ingegneria genetica del Nuovo Mondo di Aldous Huxley, si approda alla chirurgia estetica nella Giustizia Facciale (1960) di Leslie Poles Hartley, e alla totale addizione alla rete internet ne Il Cerchio (2013) di Dave Eggers recentemente riproposto anche con un omonimo film.

Vengo ora alla saggistica. Ancora nel 1988 le barriere sensoriali e motorie dei robot parevano insormontabili, tanto che lo studioso di robotica Hans Moravec nel saggio Mind Children: the Future of Robot and Human Intelligence formulava il seguente paradosso: “È relativamente facile fare in modo che i computer forniscano prestazioni a livello di un adulto in un test di intelligenza o al gioco degli scacchi, ma parlando di percezione o di mobilità è difficile o impossibile dar loro le capacità di un bambino di un anno”. Problemi che ora sono stati risolti e sconfessato il paradosso.

Il tema della distinzione tra i lavori umani e quelli digitali è stato posto sin dal 2004 da Frank Levy e Richard Murname nel loro saggio The New Division of Labour, individuando nella comunicazione complessa la prerogativa del lavoro umano ritenendo che “la possibilità di scambiare informazioni con un computer invece che con un altro essere umano è molto lontana nel tempo”. Sono passati solo sette anni da allora, quando un robot della IBM, chiamato Watson, è riuscito a battere i due storici campioni del più popolare gioco a quiz degli Stati Uniti.

Molti ritengono tuttavia che sia inutile cercare di cogliere i limiti, ma ci si debba concentrare piuttosto sulle opportunità. La tecnologia va dunque considerata per quello che è, cioè una variabile indipendente in grado di restituire quel benessere che molte fasce di popolazione hanno perduto nella globalizzazione. La sfida è di intercettare le nuove professioni e gestire il declino di quelle tradizionali. L’imprenditore e scienziato americano Jerry Kaplan, nel suo ultimo saggio Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale, del 2015 (recentemente pubblicato in italiano dalla LUISS University Press), afferma che la tecnologia cancella posti di lavoro a breve, ma nel lungo periodo crea benefici per tutti, inclusi gli stessi lavoratori. È probabile che questi sviluppi diano inizio a una nuova era di prosperità e di benessere senza precedenti, ma la transizione potrebbe essere prolungata e brutale.

Come avvertono due ricercatori del MIT di Boston, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, nel loro saggio L’era delle macchine di seconda generazione del 2014, alcune professioni come quella dell’avvocato e del conduttore di autobus e camion andranno a scomparire, mentre i nostri attuali studenti svolgeranno lavori che ancora oggi non esistono. Lavori e imprese che trovano la loro linfa e ragione d’essere soprattutto nei grandi orizzonti che la digitalizzazione offre. Quest’ultima, come noto, è riconducibile alla possibilità di convertire immagini, suoni, parole e informazioni nel linguaggio binario dei computer, assicurando costi marginali di riproduzione pari a zero. In altre parole, un prodotto digitalizzato è riproducibile da uno a un milione di volte senza costi aggiuntivi. Per farsi un’idea della crescita esponenziale di questa economia consiglio la Terza Rivoluzione Industriale (2011) di Jeremy Rifkin.

Non c’è insomma che l’imbarazzo della scelta ma la cosa importante è che si decida tutti di essere consapevoli. Forse questa consapevolezza dovrebbe partire dalle scuole e dall’introduzione di qualche compendio che, pur semplificando, affronti questi grandi temi poi non così lontani dal nostro quotidiano.

 

 

Quest’articolo è apparso precedentemente nel numero di domenica 21 gennaio 2018 de L’Ordine

L'autore

Luciano Monti insegna Politiche dell’Unione Europea alla LUISS. È saggista, scrittore e poeta.


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