Dietro la sorprendente tenuta di Berlusconi, ci sono la struttura economica italiana e un interesse diffuso per lo status quo

2 marzo 2018
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Nel novembre 2011, mentre i venti di crisi dell’Eurozona soffiavano sempre più forte, minacciando il debito sovrano del paese, il Presidente del Consiglio italiano rassegnò le dimissioni. A innescare la decisione fu la diffusa percezione, nel Paese e all’estero, che il governo di allora non fosse adatto a rispondere a tale sfida. Il Presidente del Consiglio si chiamava Silvio Berlusconi.

Il suo partito è risultato terzo alle elezioni tenutesi nel 2013, riuscendo nonostante tutto a ottenere il 22% dei voti. Pochi mesi dopo, tuttavia, la Cassazione italiana ha confermato la sua condanna per frode fiscale, privandolo del suo seggio parlamentare ed estromettendolo da qualsiasi incarico pubblico per diversi anni. Ma grazie a una vecchia amnistia generale, e alle regole speciali riservate agli anziani, la sua condanna a quattro anni è stata convertita in un anno di servizio alla comunità: così, per dodici mesi, Berlusconi si è recato settimanalmente in visita presso una casa di riposo, tenendo alto il morale degli ospiti (Berlusconi è notoriamente gioviale).

Poco dopo quella sentenza, la guida del Partito Democratico, il pilastro del centro-sinistra italiano, venne assunta da Matteo Renzi che, tra grandi aspettative, divenne presto Presidente del Consiglio e condusse il suo partito a un risultato senza precedenti (41%) alle elezioni europee del maggio 2014.

Poche settimane dopo, la Cassazione confermò una condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa di Marcello Dell’Utri che fuggì in Libano, per essere però arrestato, estradato e imprigionato. Dell’Utri è stato a lungo vicino a Berlusconi; a lui è generalmente riconosciuto un contributo decisivo nella concezione e organizzazione di Forza Italia, tra 1993 e 1994. Il suo contributo alla mafia, secondo i giudici, era quello di mediatore proprio con Berlusconi.

Leggendo questa storia, può forse sorprendere che i sondaggi sembrano prevedere all’unanimità che una coalizione di centro-destra, con il partito di Berlusconi come perno, otterrà la maggioranza dei seggi nelle elezioni di domenica 4 marzo, e che, sebbene interdetto dai pubblici uffici, egli sembra destinato a tornare ad essere la figura cardine della politica italiana. È altrettanto notevole che il centro-destra domini nei sondaggi nonostante il fatto che le promesse elettorali di Berlusconi suonino come già sentite, e che egli prometta tolleranza per illegalità come gli illeciti edilizi che stanno degradando costantemente i paesaggi della penisola fin dagli anni ’50 del secolo scorso.

La spiegazione tradizionale

Cosa spiega, quindi, il così poco comprensibile successo di Silvio Berlusconi? Esiste una spiegazione abbastanza consolidata, plausibile ma incompleta recentemente ripresa su EUROPP dallo scienziato politico Fabio Bordignon  (http://blogs.lse.ac.uk/europpblog/2018/01/22/silvio-is-back-understanding-berlusconis-latest-revival-ahead-of-the-italian-general-election/), che cita i “fallimenti” del centrosinistra, la nuova legge elettorale ibrida, colpevole di aver facilitato il ricompattamento del centrodestra, il sistema politico tripolare creato dall’ascesa del Movimento 5 Stelle, e la posizione di vantaggio che Berlusconi, in questo contesto, avrebbe nei futuri negoziati di coalizione.

Lo storico Giovanni Orsina, autore di uno studio (http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/scheda-libro/3171298/il-berlusconismo?Itemid=165) accurato e approfondito sulla mescolanza di populismo e liberalismo che va sotto il nome di “berlusconismo”, indica anche la “vitalità” dell’uomo, la ricchezza e i mass media, la “mediocrità” dei suoi competitor, specialmente nel centro sinistra, e il “fallimento” di Renzi. Vorrei aggiungere una ragione in qualche modo più profonda, legata all’equilibrio politico-economico dell’Italia (che cerco di descrivere nel mio prossimo libro https://global.oup.com/academic/product/the-political-economy-of-italys-decline-9780198796992?cc=it&lang=en&). Ma arriverò a tale argomento muovendo dall’elemento principale della spiegazione maggiormente condivisa, vale a dire i “fallimenti” di Renzi, del PD e del centrosinistra.

Il record del centro sinistra

Il centrosinistra ha promesso numerose riforme, ma ne ha conseguite poche, e tra di esse alcune controverse, venendo infine sonoramente sconfitto su quella con maggiore valenza simbolica, sulla quale aveva investito notevole capitale politico:  mi riferisco alla mal concepita riforma costituzionale che gli italiani hanno respinto il 4 dicembre 2016, costringendo Renzi alle dimissioni e suscitando le lamentele di molti per un passo falso che, da parte sua, poteva essere evitato. Ma i suoi errori tattici non sono il solo né il principale motivo delle sue disgrazie politiche.

Nonostante la durata e la profondità della recessione italiana, la peggiore mai affrontata dal paese in tempi di pace, e un ambiente macroeconomico esterno straordinariamente favorevole, il paese è tornato a crescere uno o due anni dopo i suoi pari, con un tasso di crescita che rimane il più basso dell’Eurozona, e un tasso di disoccupazione tra i più alti (1,3% e 11,4%, rispettivamente, secondo l’ultimo rapporto annuale del Fondo monetario internazionale sull’economia italiana https://www.imf.org/en/Publications/CR/Issues/2017/07/27/Italy-2017-Article-IV-Consultation-Press-Release-Staff-Report-and-Statement-by-the-Executive-45139,  pubblicato a luglio 2017). La povertà e la vulnerabilità sono aumentate in modo minaccioso e il reddito medio reale è rimasto all’incirca allo stesso livello del 1995: al confronto, in Francia, Germania e Spagna è aumentato del 25% circa. Alla base di tutto ciò vi è la deludente performance della produttività e in particolare della produttività totale dei fattori (un indicatore che misura, approssimativamente, il progresso tecnologico e organizzativo di un’economia), che ha effettivamente cessato di crescere più di vent’anni fa.

Di fronte a queste sfide, le misure del Partito democratico sono state un tentativo di arginare la segmentazione del mercato del lavoro, razionalizzare i suoi elementi di flessibilità e, in modo più controverso, aumentarle marginalmente, cosa che ha avuto scarso impatto per ridurre la disoccupazione, e un bonus mensile di 80 euro alle classi medio-basse che lo hanno destinato in parte ai consumi e in parte a rimpinguare i propri risparmi. Al contrario, gli investimenti pubblici si sono a malapena ripresi dai livelli eccezionalmente bassi raggiunti al culmine della crisi, e il settore universitario ha continuato a perdere fondi, studenti, insegnanti e corsi. Tali politiche riflettono non tanto uno sforzo deciso per aumentare la produttività quanto piuttosto una combinazione di strategie di sopravvivenza e calcoli politici, nessuno dei quali ha avuto troppo successo.

Sulla maggior parte delle questioni relative allo stato di diritto e alla responsabilità politica, infine, come la corruzione, l’evasione fiscale, l’edilizia illegale, il clientelismo politico e l’etica pubblica, il PD di Renzi non è riuscito a differenziarsi dal centrodestra di Berlusconi abbastanza da apparire una reale alternativa ad esso. Lo stesso Renzi lo ha quasi ammesso,  durante una recente intervista dedicata anche a questi argomenti, quando ha invitato gli italiani a “turarsi il naso e votare PD”. Si tratta della citazione letterale di una famosa battuta degli anni ’70, quando in molti scelsero la Democrazia Cristiana, nonostante clientelismo e corruzione, per scongiurare una vittoria comunista: non senza ragione, Renzi stava implicitamente equiparando quel “pericolo” ad una possibile vittoria sia di Berlusconi che dei suoi alleati xenofobi, nazionalisti e neofascisti, o del M5S, che molti considerano incompetente.

La spiegazione mancante e i suoi paradossi

Pochi tra gli osservatori imparziali, in ogni caso, negherebbero che la performance del centrosinistra nel 2013-17, e lo stesso lavoro di Renzi nel 2014-16, sia stato superiore a quella dei governi di centrodestra tra 2001 e 2006 e 2008 e 2011, quasi sotto ogni aspetto. Quindi, mentre si può facilmente capire perché, nel contesto socio-economico che ho abbozzato sopra, il M5S  stia guadagnando terreno, con i suoi slogan di integrità e trasparenza, l’analisi convenzionale non sembra riuscire a spiegare le diverse fortune di centrosinistra e centrodestra. Eccomi quindi alla ragione più profonda della rinascita politica di Berlusconi cui ho accennato prima, ossia alla preziosa garanzia di stabilità e “prevedibilità” che offre a un vasto segmento della società italiana.

La premessa della mia tesi, che darò per scontata, è che Berlusconi sia un autentico prodotto dell’inefficiente equilibrio politico-economico del paese, caratterizzato da trasparenza e responsabilità politiche limitate, da una scarsa concorrenza economica, una radicata collusione tra i segmenti di élite politiche ed economiche in cerca di rendite d posizione, un sistema a lungo sedimentato per l’inclusione particolaristica delle classi medie, clientelismo, corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata.

Con la possibile eccezione di quest’ultima, nessuno di tali fenomeni è limitato all’Italia, sia nell’Eurozona che nelle altre economie del G7: a essere unica, e a spiegare gran parte del gap di produttività dell’Italia con i suoi pari, è la loro gravità e il modo in cui si combinano. Eppure quei fenomeni sono proprio ciò a cui Berlusconi si riferisce nel messaggio che, come sostiene in modo convincente il libro di Orsina, sottende tutta la sua posizione politica: il messaggio – che parafraso – è che “gli italiani stanno bene così come sono, con tutti i loro vizi e non sentono il bisogno cambiare”. Questo messaggio, come hanno sostenuto Orsina e altri, spiega in gran parte le vittorie politiche di Berlusconi (e, vorrei aggiungere, anche la sua recente rinascita).

Ma qui sta il paradosso, perché perdonando i “vizi” italiani quel messaggio allude alle cause di gravi inefficienze economiche e politiche, che possono essere considerate dannose anche per gli interessi della stragrande maggioranza delle decine di milioni di italiani che – assumendo un 70% di affluenza alle urne (5 punti in meno rispetto al 2013) e una percentuale del 34% dei voti – si prevede voteranno per la sua coalizione. Che si occupi o meno di piccola corruzione, evasione fiscale o clientelismo, infatti, la maggior parte di quei milioni di cittadini vivrebbe meglio, spesso molto meglio, in un Paese in cui i servizi pubblici fossero di qualità superiore, la corruzione inferiore e la tassa un onere più equo ed efficiente per famiglie e imprese. Quindi, perché così tanta gente voterà per un politico che promette di mantenere le cose come sono? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare a un momento critico nella storia del dopoguerra in Italia.

Rottura e continuità nell’equilibrio politico-economico dell’Italia

Nella primavera del 1992, una vasta indagine sulla corruzione iniziò a Milano, si diffuse in altre città e alla fine coinvolse una larga parte delle élite politiche ed economiche italiane (3.000 politici e uomini d’affari furono incriminati). Con il progredire dell’ondata di arresti, l’indignazione popolare crebbe sempre di più, alimentata anche da un imponente debito pubblico e da una crisi valutaria che impose un aggiustamento di bilancio eccezionalmente rigido. Uno a uno, i cinque partiti che avevano governato il paese dal 1948 si dissolsero tutti tra 1993 e 1994. Questa rottura senza precedenti fu battezzata come la nascita di una “Seconda Repubblica”, che avrebbe dovuto portare un governo più trasparente, responsabile ed efficiente.

Come invece mostrano le figure 1-3, la corruzione è probabilmente cresciuta negli ultimi due decenni, lo stato di diritto si è indebolito e la responsabilità politica è rimasta relativamente bassa (metto a confronto l’Italia con gli Stati Uniti, i suoi pari europei e due economie minori e più giovani democrazie, Polonia e Spagna). Le cifre sono tratte dagli indicatori di governance mondiale della Banca mondiale, che integrano tutti gli indicatori disponibili (compresi, ad esempio, quelli di Transparency International). Devono essere presi con cautela, ovviamente, ma le tendenze sono chiare e il divario che separa l’Italia dagli altri paesi presi in esame è significativo. Vale anche la pena di notare che l’anno all’inizio di queste serie temporali, il 1996, si colloca appena dopo il picco delle indagini anticorruzione, quando si può supporre che il loro effetto dissuasivo fosse ancora forte.

 

Figura 1: Controllo della corruzione

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This indicator ranges between 2.5 and -2.5, and reflects ‘perceptions of the extent to which public power is exercised for private gain, including both petty and grand forms of corruption, as well as “capture” of the state by elites and private interests’. Source: WGI

 

Figura 2: Stato di diritto

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This indicator ranges between 2.5 and -2.5, and reflects ‘perceptions of the extent to which agents have confidence in and abide by the rules of society, and in particular the quality of contract’. Source: WGI

 

Figura 3: Voce e responsabilità

 

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This indicator ranges between 2.5 and -2.5, and reflects ‘perceptions of the extent to which a country’s citizens are able to participate in selecting their government, as well as freedom of expression, freedom of association, and a free media’. Source: WGI

 

Nella mia analisi, il motivo principale per cui le speranze sorte dalla rottura del 1992-‘94 sono state vanificate è che l’elettore non ha ricevuto proposte abbastanza credibili da dar corpo all’aspettativa che il paese si sarebbe spostato su un equilibrio di bassa corruzione (per semplicità qui mi concentrerò solo su questo elemento dell’equilibrio politico-economico dell’Italia); abbastanza credibili, in altre parole, per far sì che i cittadini si comportassero come se lo spirito civico fosse individualmente razionale, e in tal modo rendesse individualmente razionale evitare l’opportunismo.

La logica della continuità e il successo di Berlusconi

Un equilibrio ad alto tasso di corruzione e bassa responsabilità è generalmente vantaggioso per i segmenti meno innovativi e competitivi delle élite politiche ed economiche, che ne traggono beneficio e sono protetti da una shumpeteriana distruzione creativa. È generalmente dannoso per i cittadini e le imprese, al contrario. Ricorrono alla corruzione e al clientelismo principalmente per ottenere, come beni privati, quei beni pubblici che l’inefficienza del sistema di governance nega a loro: in tale equilibrio può essere individualmente razionale per loro impegnarsi in tali pratiche, perché a meno che una buona parte di cittadini e imprese non siano in grado di coordinare le proprie azioni – votare, manifestare, respingere e denunciare la corruzione – in modo tale da modificare l’equilibrio esistente, un calcolo di costi e benefici generalmente favorirebbe i comportamenti opportunistici rispetto a quelli mossi da spirito civico.

Un tale equilibrio può essere pensato come un gioco della fiducia, di fatto, in cui un generalizzato comportamento mosso da spirito civico e un generalizzato comportamento opportunistico sono entrambi equilibri stabili, e il primo produce migliori risultati. In questo contesto, l’opportunismo è una strategia difensiva, quindi, che diventa razionale quando previsto dagli altri. Quando prevarrà questa logica, si instaurerà un equilibrio di opportunismo generalizzato, che probabilmente persisterà fino a quando cittadini comuni e imprese non riusciranno a superare i loro problemi di cooperazione, vale a dire coordinando le loro strategie verso comportamenti di spirito civico (che produce migliori risultati: tralasciando altre motivazioni importanti – valori e credenze normative – per mettere da parte la corruzione).

Mancando una prospettiva credibile di un cambio di equilibrio, che da sola avrebbe potuto cambiare le loro aspettative, perciò nel 1994 molti elettori anticiparono gli effetti del ritorno all’equilibrio pre-1992 e votarono seguendo le relative convenienze (cioè secondo lo schema dei risultati e il calcolo di costi-benefici menzionato in precedenza). Gli elettori che pochi mesi prima avevano reclamato il cambiamento scelsero la coalizione guidata da Berlusconi, un uomo d’affari che aveva prosperato sotto il vecchio equilibrio, proprio perché aveva promesso di preservarlo e stabilizzarlo, rendendolo più efficiente e “liberale”. Lo stesso valse per le elezioni successive, e anche i suoi oppositori si inchinarono efficacemente a questa logica. Furono in carica nel 1996-2001, 2006-8 e 2014-16, senza alcun effetto visibile o duraturo sul livello di corruzione o sulla qualità dello stato di diritto: certamente il PD di Renzi non fu il solo nel centro sinistra a non riuscire a rappresentare un’opzione politica credibile e alternativa in maniera netta al centro destra sulle questioni relative allo stato di diritto e alla responsabilità politica.

La stabilità è la prospettiva critica per spiegare queste scelte, diametralmente opposte a quelle di un cambiamento degli equilibri. La ragione sta nell’ampio abisso che separa e separa ancora le istituzioni ufficiali italiane (cioè le sue leggi scritte) dalle sue effettive (cioè le regole che governano effettivamente gli scambi politici, economici e sociali, come li definisce Douglass North). Perché, facendo piegare legge a pratiche opportunistiche che fino ad allora si erano basate su norme permissive, nel 1992-4 le indagini giudiziarie interruppero l’equilibrio che consentiva alle due strutture di regole di coesistere in un sistema abbastanza armonioso e prevedibile. Ciò ha creato incertezza e instabilità, poiché non era più chiaro quale insieme di istituzioni prevalesse: se quelle formali, che vietavano la corruzione, o quelle reali, che spesso lo hanno condonato.

Questo tipo di instabilità può sembrare desiderabile se è visto in una prospettiva dinamica, quella cioè di un cambiamento di equilibrio, perché offre opportunità di cambiamento: ma l’instabilità è semplicemente “disruptive” se vista nella prospettiva della continuità. Ecco perché, una volta dissolta la prospettiva di uno spostamento di equilibrio, gran parte della società ha optato per un ritorno alla stabilità e alla prevedibilità, nonostante i costi in termini di efficienza economica e legittimità politica.


La spiegazione del paradosso

Quindi il messaggio di Berlusconi ebbe successo perché era in linea non solo con gli interessi delle élite italiane in cerca di rendite di posizione ma anche con le analisi costi-benefici di molti comuni cittadini e aziende. Rassicurava le élite riguardo le proprie rendite e segnalava a cittadini e aziende che difficilmente il senso civico sarebbe stato premiato.

Possiamo ora tornare alla lista convenzionale dei punti di forza di Berlusconi. Orsina conclude la sua analisi sostenendo che, rispetto ai suoi avversari, “per quanto Berlusconi non sia auspicabile, a molti potrebbe sembrare il meno sgradito”. Questa affermazione è facilmente confutabile se presa alla lettera, soprattutto se il centro-destra è paragonato al centro-sinistra che ha ottenuto risultati migliori quando in carica e sostiene quanto meno di voler rinforzare l’osservanza della legge e della responsabilità politica, il cui miglioramento è nell’interesse individuale della grande maggioranza dell’elettorato di Berlusconi stesso.

Il ragionamento dei suoi potenziali elettori diventa chiaro solo se consideriamo che l’affidabile promessa di continuità del leader di centrodestra è per molti razionalmente preferibile – almeno dal punto di vista dei loro interessi materiali – rispetto all’incerta promessa di discontinuità del PD che potrebbe essere visto come fautore di politiche più incostanti, volto con una mano a combattere corruzione e clientelismo e con l’altra mano a tollerarli, con risultati meno prevedibili. Per respingere questa logica, questi dodici milioni di cittadini e molti altri avranno bisogno di prospettive di un cambio di equilibrio che siano chiare e più credibili. Se tutto va bene, queste elezioni obbligheranno il paese ad avviare un confronto di idee da cui queste prospettive possano infine emergere.

Questo articolo è apparso originariamente pubblicato sul blog EUROPP della London School of Economics, che ringraziamo per la gentile concessione

 

L'autore

Andrea Lorenzo Capussela ha guidato l’Ufficio per gli affari economici e fiscali del Kosovo, nell’ambito dell’International Civilian Office animato dai rappresentanti della comunità internazionale, ed è l’autore dei libri “State-Building in Kosovo: Democracy, Corruption, and the EU in the Balkans” (I.B. Tauris, 2015) e di “The Political Economy of Italy’s Decline” (Oxford University Press, 2018)


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