3 marzo 2018

Ma votare conviene veramente? (Filosofia politica delle elezioni, parte prima)

Alla vigilia delle elezioni politiche italiane, in un saggio pubblicato in due parti su LUISS Open, Gianfranco Pellegrino pone alcuni interrogativi morali e politici sul voto: vale la pena votare? Si tratta di un dovere, che andrebbe eventualmente imposto dallo Stato? È lecito commerciare voti? Le risposte nella rubrica Sentimenti morali

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Dal punto di vista della filosofia morale e politica il voto è un fenomeno molto interessante. Ovviamente, l’interesse principale per gente come noi – gente che può votare o non votare, e scherzare sul voto su Facebook, e andarsene al mare (più plausibilmente forse a sciare, di questi tempi) – è ricordarsi di quando, anche nel nostro paese, votare non era permesso, o non era permesso ad alcuni cittadini e cittadine, o si poteva votare per un partito solo. Il valore del voto risiede innanzitutto nel fatto che si tratta di un segno minimo dell’esistenza di un regime democratico. E del valore di un regime democratico si può dubitare, certamente, e si possono rimpiangere i regimi non democratici del passato, o vagheggiarne di nuovi, o pensare che questa democrazia non stia mantenendo le sue promesse. Ma, come direbbe qualcuno, vorrei rivelarvi un segreto: lo si può fare solo se si vive in un regime (liberal-)democratico. Nei regimi non democratici lamentarsi diventa molto difficile, per essere eufemistici. Quindi, si tratta tutt’al più di una specie di rimpianto di coccodrillo, per così dire, di un rimpianto che si auto-contraddice.

Ma, assunto il valore politico essenziale del voto, come mezzo – forse non sufficiente, certo – di difesa delle libertà, rimangono altre questioni di cui i filosofi si sono occupati. Secondo Jason Brennan, per esempio – di cui LUISS University Press ha pubblicato recentemente Contro la democrazia –, bisognerebbe farsi almeno le seguenti domande, prima di andare a votare:

  1. Vale la pena votare? Cioè vale la pena di perdere il tempo necessario a farlo, eventualmente pagarne i costi (la benzina, l’ombrello, il cappotto, ma anche le informazioni da raccogliere per votare con convinzione, e i documenti da ritrovare nei cassetti), per andare a dare uno dei molti milioni di voti che verranno dati, un voto che non è detto (anzi è molto improbabile) cambierà l’esito?
  1. C’è un dovere morale di votare?
  1. C’è un obbligo politico di votare, che i governi democratici dovrebbero imporre ai propri cittadini?
  1. È lecito commerciare voti, cioè cedere ad altri per denaro il proprio diritto di voto, ed è lecito acquistare da altri questo diritto?

In questa prima puntata, consideriamo solo la prima domanda – le altre, poi, a seggi aperti. Si potrebbe pensarla così. Ci sono due possibilità: o il partito che voterò prenderà molti altri voti, oltre al mio, e magari raggiungerà i voti sufficienti a …. governare, superare la soglia di sbarramento, prendere i seggi necessari a determinare la maggioranza … (il lettore scelga l’ipotesi corretta a seconda della legge elettorale in vigore, o della sua comprensione della legge elettorale in vigore); oppure, il partito che voterò non prenderà tutti i voti sufficienti a …. (si veda l’elenco sopra). In entrambi i casi, è inutile andare a votare, perché il mio voto non ha influenza alcuna. Meglio andare al mare, o in montagna, o semplicemente restare a casa, a leggere questo pezzo.  Ma ovviamente tutti possono pensare così, e se tutti pensassero così nessuno andrebbe a votare, e allora varrebbe proprio la pena di andarci, perché il mio voto, allora, sarebbe l’unico determinante. Ma ovviamente tutti possono pensare così (cioè pensare che, se tutti pensassero che il voto è inutile, allora invece il voto è veramente utile). Ma se tutti pensassero così – se tutti pensassero che il proprio voto potrebbe essere decisivo, perché potrebbe essere l’unico voto in una marea di astensionismo – allora, tutti andrebbero a votare, e il mio voto non servirebbe a nulla – tanto, o il mio partito ha la maggioranza dei voti, oppure non ce l’ha…

Quindi, se nessuno andasse a votare, votare converrebbe. Ma se almeno alcuni vanno a votare, forse no. Ma come facciamo a sapere quanti nostri concittadini andranno a votare? Insomma, non si capisce che cosa accadrà: o il nostro voto sarà determinante, o sarà inutile. Ma in realtà è molto più probabile che sia inutile, quindi meglio andare al mare. Ma se tutti la pensassero così…. E ricominciamo da capo.

Tutto questo ragionamento – che gli studiosi chiamano “paradosso del voto”, e riproduce la struttura di molti casi simili di azione collettiva – assume che lo scopo di chi va a votare sia influenzare, col suo voto, il risultato, e così facendo, determinare le decisioni politiche e la composizione del governo. Ed è ovvio che la maggior parte dei votanti si ponga questo obiettivo. Se le cose stanno così, allora converrà votare quando si sa che il proprio voto sarà decisivo – o avrà forti probabilità di esserlo – nel decidere chi e come governerà. Il voto utile è il voto decisivo.

Ma, in realtà, spesso è impossibile sapere quando il proprio voto sarà quello decisivo, perché nessuno può anticipare con precisione le decisioni di milioni di votanti – neanche i sondaggi, come si vede le molte volte che i risultati elettorali sono inaspettati. Che fare, allora? Rassegnarsi che votare non conviene, tanto non possiamo determinare l’esito delle elezioni? Una risposta alternativa è la seguente. Non si può determinare l’esito delle elezioni, ma una previsione a spanne su quale esso sarà si può sempre provare. E magari si può cambiare obiettivo. Si può pensare non tanto di determinare l’esito del voto, ma di rimpinguare la maggioranza di chi sarà il vincitore, o di indebolirla, perché un governo più forte, se è quello che ci piace, ha più autorevolezza e margini di manovra, e un governo più debole, se non ci piace, fa meno danni. Quindi, si può votare il partito che più sicuramente sarà in maggioranza, o il partito che più sicuramente toglierà voti a quel partito. In questo caso, il proprio voto non sarà decisivo, ma può contribuire a cambiare le cose. La logica del cosiddetto voto utile, che si è sprecata in queste elezioni, è un esempio di questo modo di ragionare.

Ci sono due problemi, qui. Primo, anche in questo caso, ci sono difficoltà nel fare previsioni. Così come è difficile capire se il mio voto sarà decisivo, ci sono difficoltà a determinare chi avrà la maggioranza. E in realtà, forse, è lo stesso problema: si tratta sempre di calcolare quanto il mio voto sarebbe decisivo nello spostare un partito dalla minoranza alla maggioranza – o fargli oltrepassare la soglia, o prendere il premio, o … si completi sempre a seconda della legge elettorale. Certo, ci sono sondaggi, previsioni. Ma talvolta – spesso – sbagliano. Quando poi le leggi elettorali sono così virtuosistiche come nel nostro paese in questi ultimi anni….
Secondo, chi ha detto che un governo con una larga maggioranza ha sicuramente più margini di manovra? Sono pieni i libri di storia di governi a maggioranza risicata che hanno fatto grandi cose – nel bene e nel male. I governi con fortissima maggioranza, poi, spesso fanno tutt’altro rispetto a quel che gli elettori avrebbero mai potuto immaginare.

Si potrebbe avere un altro pensiero, a questo punto. Uno potrebbe dirsi: ci sarà un insieme di voti che, tutti contemporaneamente, spingeranno un partito a conquistare la maggioranza, il premio… e così via. Non tutti i voti che fanno parte di quell’insieme saranno decisivi. C’è un numero di voti tale che la maggioranza, il premio, e così via sono raggiunti, e ogni voto che si aggiunge è inutile, in un certo senso. Ma, anche se il mio voto fosse tra questi voti che vanno oltre la soglia necessaria a fare la differenza, il mio scopo è partecipare – il voto è partecipazione, dopo tutto –, cioè stare in quell’insieme di voti che spingono un partito al governo, o ce lo allontanano. Quindi, il mio voto sarà utile se sarà nel novero di quelli utili, e non se sarà decisivo. E stabilire se il mio voto seguirà la massa è molto più facile che capire se sarà decisivo. Utile non è tanto il mio voto, ma l’insieme di voti di cui il mio voto verrà a far parte.

Ma a questo punto l’obiettivo del voto non è più fare la differenza, cambiare le cose. Forse lo scopo del cittadino che vota è far parte delle cause di cambiamento – anche se il suo voto è una causa ridondante, non necessaria. Perché partecipare all’azione democratica, anche se causalmente non necessario, è comunque un diritto-dovere… Si potrebbe spingersi sino a dire che votare è un’atto puramente di espressione di sé e delle proprie opinioni. Votare ha un significato espressivo, e  farlo conviene sempre, anche quando il voto è condannato all’insignificanza. Votare, si potrebbe suggerire, ha a che fare con la nostra identità di cittadini, con la nostra visione del mondo: serve a rendere noto ai nostri concittadini come la pensiamo, anche se nessuno di quelli che la pensano come noi riuscirà mai a rappresentare queste nostre idee in un parlamento o in un governo. Votare è come manifestare certi ideali, come mostrare la propria fedeltà a certi principi. Se il voto ha queste funzioni espressive, allora, è sempre utile. E chi parla di voto utile o inutile dimostra, alla fin fine, di avere una visione piuttosto opportunistica delle elezioni. E schizofrenica, specialmente quando dice contemporaneamente di votare per il proprio partito per gli ideali che rappresenta ma anche per l’utilità, data una certa legge elettorale, di quel voto, o meglio per l’inutilità di dare il voto a certe formazioni condannate alla marginalità. Ma qui ci avviciniamo alla seconda domanda, perché l’utilità del voto diventa affare morale, diventa una questione che ha che fare con che cosa vuol dire essere cittadini di una democrazia.

 

Fine prima parte. La seconda parte sarà pubblicata a seggi aperti.

 

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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