Parla Jeffrey Sachs: “Così Trump sta rovinando l’economia americana, rendendola meno smart, meno giusta e meno sostenibile”

15 marzo 2018
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La redazione di LUISS Open ha incontrato ieri l’economista Jeffrey Sachs. Di seguito un’anticipazione dell’intervista video esclusiva che sarà pubblicata nelle prossime ore.  

Nel suo libro “America 2030. Sviluppo, sostenibilità e la nuova economia dopo Trump”, che esce in queste ore in italiano per la LUISS University Press, lei indica le ricette per un’economia che definisce “smart, giusta e sostenibile”. Il Presidente Donald Trump si è mosso in questa direzione nel suo primo anno alla Casa Bianca?

Il Presidente Donald Trump, in questo suo primo anno alla Casa Bianca, si è comportato molto peggio del previsto. Subito dopo la sua elezione ero preoccupato, ma ora posso dire che la situazione è davvero terribile. Il taglio delle tasse che Trump e i Repubblicani hanno approvato è profondamente ingiusto. Si tratta di una manovra che farà lievitare il deficit del bilancio pubblico, creando problemi enormi in futuro. Inoltre la maggior parte delle scelte di Trump – dalle guerre commerciali ai tagli alle spese sociali, dall’ingiustizia delle sue politiche agli attacchi al multilateralismo – va nella direzione errata.

Nel libro lei compie qualche apertura di credito alle critiche che Trump rivolge al commercio internazionale. Ma i benefici del libero scambio non erano uno dei pochi argomenti rimasti su cui tutti gli economisti potevano concordare?

L’idea fondamentale che ho maturato nel tempo è che il commercio internazionale favorisce l’espansione di un’economia ma può alimentare anche un aggravamento delle diseguaglianze al suo interno. La risposta a ciò, però, non è l’imposizione di uno stop al commercio internazionale ma l’impegno per un’intelligente redistribuzione del reddito. Negli Stati Uniti i detentori del capitale hanno tendenzialmente beneficiato del libero scambio, mentre molti lavoratori ci hanno rimesso. Dovremmo dunque rimodulare i sistemi fiscali e fornire sostegno a chi ne ha bisogno, in modo che tutti possano beneficiare dell’apertura di un’economia. Nel libro spiego come ciò sia concretamente possibile. Ciò che invece Trump sta facendo con l’imposizione di dazi verso alcuni Paesi stranieri può avere effetti decisamente rovinosi. Questa linea di condotta protezionistica danneggerà l’economia americana, danneggerà le economie di altri paesi partner e probabilmente condurrà a una guerra commerciale da cui usciremo tutti in condizioni peggiori. Ciò che sostengo nel libro, dunque, è che occorre riconoscere che il commercio internazionale ha imponenti effetti redistributivi, il che vuol dire che alcune porzioni dell’economia ne saranno danneggiate, ma la risposta è quella che consiste nell’utilizzare la leva fiscale – tasse e trasferimenti – per condividere il più equamente possibile i benefici dell’apertura dell’economia.

Lei teorizza che l’America dovrebbe accrescere la sua quota di investimenti pubblici, ma allo stesso tempo pubblica previsioni inquietanti sull’andamento del debito pubblico a stelle e strisce. Washington può davvero sfuggire alla “trappola europea”, quella di un continente costretto a tagliare gli investimenti a causa di conti pubblici disastrati?

Dal 1981, cioè da quando Ronald Reagan è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, il mio Paese ha maturato una dipendenza patologica dai tagli delle tasse. Il nostro sistema politico è dominato dagli interessi degli Americani più ricchi: sono loro a finanziare le campagne elettorali con le donazioni, e sono sempre loro a reclamare riduzioni di imposte. E’ andata così per gli ultimi 37 anni. Il risultato è che non abbiamo un gettito fiscale all’altezza di quegli investimenti – di cui pure abbiamo bisogno – nell’economia verde, nell’educazione per tutti i nostri giovani, nella ricerca e nello sviluppo. I ripetuti tagli delle tasse hanno quasi reso impotente il nostro Stato. Noi americani ci siamo legati mani e piedi da soli! Ora dobbiamo tornare ad aumentare la raccolta di tasse, così da poter poi investire il ricavato in quelli che sono veri e propri “beni comuni”.

Lei sostiene che i teorici della “stagnazione secolare” e i pessimisti essenzialmente sbagliano nelle previsioni sul futuro della nostra economia. Se dovesse indicare una ragione per cui essere ottimisti, quale sceglierebbe?

Viviamo in un’epoca caratterizzata da un dinamismo tecnologico strabiliante. I computer, le macchine intelligenti, la robotica, l’intelligenza artificiale, il machine learning, la connettività in generale: tutte queste cose ci forniscono attrezzi incredibilmente potenti per tenere testa alle sfide ambientali, per migliorare la nostra Sanità e il nostro sistema educativo. Tuttavia tali innovazioni tecnologiche devono essere gestite secondo criteri di giustizia, assicurando che ci siano ricadute positive diffuse tra la popolazione e non flussi di denaro concentrati per esempio fra quei pochi magnati che sono proprietari dei colossi tecnologici privati. Dunque esiste una validissima ragione per essere ottimisti: la nostra capacità di confrontarci con i problemi che ci circondano non è mai stata così grande. Prima però dovremo vincere una sfida politica di fondo: si tratta di puntare al bene comune e non al vantaggio per poche persone affluenti che tra l’altro tentano di controllare il sistema politico.

Nelle prossime ore, sempre su LUISS Open, sarà pubblicata la nostra intervista video integrale all’economista Jeffrey Sachs.

L'autore

Jeffrey Sachs è professore di Sviluppo sostenibile e di Politica e gestione della salute, nonché direttore del “Center for Sustainable Development” presso la Columbia University di New York. Il suo ultimo libro è “America 2030”, pubblicato da LUISS University Press


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