Caso Moro, i rischi di una legittimazione postuma delle Br da parte dei media

18 marzo 2018
Editoriale Open Society
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Qual è la differenza principale che esiste fra l’efficacia e gli effetti della comunicazione? Proviamo a dare una risposta a questo interrogativo. L’efficacia è l’esito di tecniche utilizzate per perseguire obiettivi specifici. Gli effetti (che possono essere intenzionali o non, a breve, medio e lungo termine) producono invece conseguenze dirette o indirette sul destinatario del messaggio. Si tratta delle ricadute del nostro agire comunicativo, per dirla con Habermas, sull’emisfero cognitivo e su quello emozionale dei riceventi, fino al punto di determinare in essi un comportamento conseguente: ciò che in gergo scientifico viene denominato effetto conativo. Il più importante fra gli effetti, rappresentando l’unità di misura per valutare soprattutto l’efficacia della comunicazione.

Ad analizzare con piglio semiotico le molte ricostruzioni effettuate dai media in occasione del quarantennale del sequestro di Aldo Moro e del barbaro omicidio dei suoi uomini di scorta, si ha la sensazione che la ricerca di quell’equilibrio dinamico fra significanti verbali e non verbali, secondo la classificazione di de Saussure, il mix fra le diverse tipologie di effetti con l’intento di generare la ricostruzione storica di quei giorni, sia un po’ sfuggita di mano. Non si può generalizzare, poiché abbiamo letto, visto, ascoltato molti racconti equilibrati ed ispirati dalla logica della segnalazione delle luci e delle ombre dell’affaire Moro e dalla ricerca appassionata della verità, almeno di quella possibile e probabile. In alcuni casi, tuttavia, il desiderio di originalità e creatività mediale, l’esigenza di muoversi nell’offerta editoriale secondo i parametri della concorrenza diversificante (che è uno dei criteri del newsmaking) e un’impostazione ancora troppo ideologica hanno prodotto una riproposizione non sempre accettabile della figura di Moro, del contesto politico, economico sociale e culturale maturato alla fine degli anni settanta, della natura delle Brigate Rosse, delle motivazioni del sequestro e dell’eccidio di via Fani e dell’esecuzione di Moro, cinquantacinque giorni dopo. Il segmento che nelle diverse sequenze narrative ha fatto più discutere è stato il diffuso e ampio ricorso alla testimonianza diretta degli ex brigatisti. Quasi tutti coloro che abbiamo rivisto in tv hanno proposto una chiave interpretativa autoreferenziale e, ciò che è più grave, mai incline al reale pentimento, all’ammissione piena e incondizionata delle proprie responsabilità, alla presa in carica del dolore causato negli altri. Essi sono apparsi nella loro vita quotidiana, nei salotti di casa, nei parchi delle città in cui vivono da uomini e donne liberi, in pratica in una situazione di assoluta normalità. I protagonisti delle azioni più violente e sanguinose di quella stagione hanno comunicato, in alcuni casi senza contradditorio, più con i codici della politica che con quelli a disposizione di chi aveva il compito di fornire, da protagonista di quelle vicende, un contributo alla verità che -come ha ricordato Giovanni Moro, uno dei figli dell’ex presidente della Dc- si fonde in un tutt’uno con le ragioni della giustizia. Essi hanno sì assolto alla funzione di testimonianza diretta, assai utile peraltro nel genere del docufilm, ma senza rinunciare alla rivendicazione delle proprie idee politiche. Nel racconto prodotto in questi ultimi giorni gli ex brigatisti sono stati equiparati ai familiari delle vittime. Si sono sostituiti agli inquirenti, ai rappresentanti delle istituzioni, secondo una simmetria vissuta dal pubblico con non poco disagio. In alcuni casi sono stati elevati a rango di opinion maker ed opinion leader, con posture, orientazioni, intonazioni (prosodia e cinesica, insomma) di chi, uscito dall’angolo solo grazie al trascorrere del tempo, ha esercitato il proprio diritto di parola, ma senza provare vergogna e imbarazzo. Anzi, essi hanno persino attaccato ancora, offeso ancora, com’è avvenuto con Barbara Balzarani che ha definito quello dei familiari delle vittime di terrorismo addirittura un “mestiere”. Ed è qui che si registra il pericolo più grande di questa modalità narrativa, che ad alcuni è apparsa incline addirittura all’epica: la legittimazione postuma delle Br come soggetto politico, come interlocutore dello Stato che all’epoca rifiutò invece ogni forma di trattativa. Assai elevato è Il rischio della confusione di ruoli e posizioni, se si scambia – sia pur involontariamente – un’organizzazione terroristica e criminale, che ha impugnato armi spargendo per terra sangue e proiettili intrisi di piombo e di delirio di onnipotenza, con un movimento politico intento a promuovere le proprie idee di uguaglianza ed equità sociale. Una situazione che può persino attenuare la percezione delle responsabilità penali, morali, umane di chi ha voluto mettere in atto una strategia del terrore. Strategia che non ha più alcun senso continuare a immaginare come radicata in culture politiche spendibili in ambito democratico e come esperienza, seppur estrema, di rappresentanza degli interessi delle classi sociali più deboli e oppresse.

Pur senza voler riproporre in modo nostalgico gli elementi che fondavano il modello della paleotelevisione (così Umberto Eco definiva la fase coincidente con la condizione monopolista del servizio pubblico radiotelevisivo), e cioè la sua articolata missione pedagogica, informativa e d’intrattenimento, occorre ricordare che grande è la fetta di popolazione italiana che ha maturato consapevolezza di quanto avvenuto dal 16 marzo al 9 maggio del 1978 attraverso la sola fruizione di contenuti audiovisivi. E ciò a maggior ragione se consideriamo che le lezioni di storia contemporanea a scuola di solito non oltrepassano il periodo della fine del fascismo e che viviamo in un’era in cui non c’è più solo la neo-televisione a dettar legge, ma un sistema complesso, operante secondo le logiche della rivoluzione digitale, della multicanalità e della crossmedialità. Difficile separare, dunque, la funzione pedagogica della televisione da quella informativa nella produzione di quei contenuti che si muovono a metà strada fra la rievocazione e la ricostruzione, come è avvenuto appunto con il caso Moro. Difficile, soprattutto se siamo disposti a riconoscere al giornalismo un ruolo specifico nella creazione di processi identitari e nel trasferimento della conoscenza di generazione in generazione, con l’opportunità di andare ad integrare le fonti formali, come l’istruzione secondaria e la formazione universitaria. Provoco e dico che non vorrei che qualche giovane, anche a seguito della debolezza di alcuni corpi intermedi, pensasse che gambizzare e uccidere giornalisti, sequestrare e assassinare uomini politici, magistrati, imprenditori, sindacalisti, vivere nella clandestinità, continuare ad essere reticenti e omertosi sia un’opzione fra le tante per far valere le proprie idee e soprattutto per contrastare quelle altrui.

La televisione, specie quella della Rai, ha assolto bene alla sua funzione, ma qualche forma di distorsione è stata ravvisata dal pubblico. La televisione ha sfruttato i suoi codici narrativi e si è predisposta a forme di adattamento linguistico in ragione del consolidamento di generi e formati. I documentari si differenziano dalle fiction, del resto, perché il racconto non deroga mai alla realtà. Anzi, si nutre di elementi espressivi che, pur nell’inevitabile soggettività della rappresentazione, pur nel ricorso ad archetipi, figure retoriche, eroi ed anti-eroi, soggetti ed oggetti di valore, restituiscono il senso di ciò che si può e si vuole ri-costruire, più che costruire. Lo storytelling insegna. La differenza fra history e story lo certifica.

Nel paradigma del sapere e della conoscenza di Elie Wiesel è scritto che la comunicazione e l’informazione servono a gratificare il bisogno antropologico della conoscenza. Bisogno che consente di approcciare alla verità, unico presupposto della libertà e a sua volta condizione esclusiva affinché possano esistere resistere comunicazione e informazione. Per garantire questa circolarità ermeneutica e funzionale, però, c’è bisogno di fare esperienza non saltuaria di quell’etica della responsabilità, sollecitata anni fa da Max Weber. C’è bisogno di farlo oggi, più di ieri. Con l’attualità e con la storia, che a volte non sono troppo distinte e distanti fra loro. L’efficacia della comunicazione non è tutto. Bisogna porsi il problema degli effetti. Specie quando le ferite sono ancora aperte. E quando in palio c’è la verità storica.

L'autore

Francesco Giorgino è giornalista e caporedattore in Rai, dove conduce il Tg1. È docente di Newsmaking and Brand Storytelling alla LUISS


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