Perché ora l’Africa crede nel libero commercio più di noi occidentali

30 marzo 2018
Editoriale Open Society
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La maggior parte dei Paesi membri dell’Unione Africana – 44 Paesi su 55 – ha firmato la scorsa settimana a Kigali l’accordo per la creazione di un’area di libero scambio su base continentale, l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), di fatto il maggiore accordo commerciale dalla creazione dell’Organizzazione mondiale del Commercio negli anni 90. L’accordo entrerà in vigore dopo la ratifica da parte dei singoli Paesi firmatari. Si prevede che il processo sia abbastanza veloce, data la chiara volontà politica dominante.

L’accordo fu lanciato nel 2012 e le negoziazioni sono iniziate nel 2015. Esso riguarda tutti i paesi parte dell’Unione Africana, ossia una popolazione totale di oltre 1,2 miliardi di persone, con un pil aggregato di oltre 3.000 miliardi di dollari. L’età media del continente è di appena 27 anni e circa 400 milioni di persone formano la classe media, quindi un bacino economico molto interessante sebbene frammentato su scala nazionale.

L’accordo riguarda la rimozione delle tariffe sul 90% dei prodotti e includerà anche i servizi e le cosiddette barriere non tariffarie. In un secondo momento si discuterà anche di investimenti, politiche di competizione e proprietà intellettuale. In qualche modo tale intesa apre le porte alla liberalizzazione del movimento delle persone e anche in prospettiva alla creazione di una singola moneta e di una unione doganale.

Le conseguenze sociali e politiche dell’intesa

L’obiettivo è aumentare in primis lo scambio commerciale intra-africano, al quale finora si sono preferiti i vecchi legami che direzionano i flussi commerciali più con i paesi europei e ora con Stati Uniti, Cina e India che tra di loro. La Commissione Economica sull’Africa delle Nazioni Unite prevede entro il 2022 un aumento nel commercio intra-continentale del 52% rispetto a quello del 2010.

Con la crescita economica che potrebbe derivare dall’esportazione dei manufatti (e non solo per lo più di materie prime, come è ora), i Paesi africani potrebbero vedere un processo di stabilizzazione economica e quindi anche politica, con chiari effetti sui flussi migratori. Una delle criticità che tuttavia rimane palese è quella legata ai ritardi infrastrutturali del continente africano e ai conseguenti alti costi di spostamento dei beni.

Il vantaggio complessivo è evidente, ma come in tutti gli accordi ci saranno vinti e vincitori. È proprio alla distribuzione dei benefici nel tempo che bisogna guardare per capire le resistenze. È chiaro che i paesi maggiormente sviluppati potranno, almeno in una prima fase, avvantaggiarsi maggiormente dell’apertura dei mercati interni, con la simmetrica difficoltà delle economie meno sviluppate che potrebbero vedere una diminuzione dell’occupazione.

Ci sono quindi tensioni. Alcuni stati rimangono sospettosi, il caso della Nigeria, ritenendo l’accordo un passo di stampo neo-liberale che produrrà nocumento alle economie nazionali. Altri, come il Sud Africa, hanno firmato la dichiarazione ma non ancora l’accordo in quanto devono prima completare le procedure interne.

 

Una valutazione dal punto di vista dell’Italia

Che valutazione fare dell’accordo da un punto di vista italiano ed europeo? Tre sono gli aspetti interconnessi che risultano particolarmente rilevanti a questo riguardo: lo sviluppo economico, la stabilizzazione politica e i flussi migratori.

Lo sviluppo economico potrebbe consolidare la già significativa crescita africana e offrire interessanti opportunità, per esempio per la costruzione delle infrastrutture, a ditte straniere.

Con la crescita economica, la classe media potrebbe espandersi e portare maggiore stabilità politica.

Infine maggiori opportunità economiche potrebbero disincentivare i flussi migratori, anche se in un primo momento la prospettiva (ancora solo in fase di discussione) della libera circolazione delle persone potrebbe certamente facilitare i flussi migratori, così come già avviene nel caso della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS).

 

 

Di tutto ciò si parlerà alla conferenza su Africa-Europe Relationships: A Multi-stakeholder Perspective, prevista in LUISS il 14 – 15 giugno, la quale prevede la partecipazione di studiosi sia africani sia europei, insieme alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e dell’attivismo italiano ed europeo.

L'autore

Raffaele Marchetti è docente di Relazioni Internazionali alla LUISS


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