12 aprile 2018

Banche, crediti deteriorati e investimenti

Nel nuovo numero della rubrica “Vista da Bruxelles”, Daniel Gros analizza l’effetto dei crediti deteriorati sul sistema creditizio e bancario in Italia, con particolare riferimento a Francia e Germania, concludendo che i crediti deteriorati non compromettono comunque le possibilità di crescita

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Le banche europee sono ancora in possesso di molti crediti deteriorati, per un ammontare (secondo alcune stime) di 1000 miliardi di euro. Particolarmente rilevante è la situazione in Italia, che ha crediti deteriorati pari a un terzo del totale dell’eurozona. Tutto ciò è visto come un grande problema, che secondo alcuni analisti deve essere risolto prima che si possa pensare a un’unione bancaria. Altri ritengono che sistemare i crediti deteriorati sia una precondizione necessaria per una ripresa stabile, in quanto – così dicono – le banche non presteranno denaro finché avranno a bilancio questi crediti. Ma tale interpretazione potrebbe essere sbagliata.

Facciamo chiarezza. È vero che i prestiti tendono a crescere poco nelle economie in cui le banche hanno a registro molti crediti deteriorati. Ma questa associazione tra crediti deteriorati e crescita debole dei prestiti non equivale a dire che i crediti deteriorati generano una riduzione del credito. Il caso del Giappone (speso usato per sostenere che i crediti deteriorati creano le cosiddette “banche zombi” che non prestano denaro) è rivelatore in tal senso: una volta terminato il boom creditizio, le banche si trovano ovviamente in possesso di molti crediti deteriorati. Al tempo stesso, l’economia è debole e la richiesta di prestiti è bassa. È normale pertanto trovare crediti deteriorati insieme a una crescita creditizia scarsa, come confermato dalla ricerca accademica disponibile in merito. Per contro, è molto difficile dimostrare che un alto numero di crediti deteriorati conduca a politiche creditizie più restrittive da parte delle banche; alcuni anzi sostengono che quelle banche, che sono indebolite da crediti deteriorati, potrebbero essere tentate dalla cosiddetta “scommessa per la risurrezione”, che consiste nel prestare denaro con una certa facilità, nella speranza di recuperare le perdite del passato.

L’argomento per cui i crediti deteriorati sono forse meno importanti di quanto normalmente accettato si applica in modo particolare all’Italia, la cui crescita è in declino da quasi venti anni ormai, ma in cui gli investimenti hanno mantenuto livelli relativamente buoni, almeno fino a quando il Paese non è stato colpito dalla crisi. I numerosi crediti deteriorati nei portafogli delle banche italiane sono pertanto dovuti anche a investimenti troppo alti per troppo tempo: gran parte dell’eccesso di investimenti è risultato essere uno spreco. Potrebbe sembrare strano sostenere che troppi investimenti nel periodo precedente la crisi siano parte del problema oggi, dal momento che si crede spesso che l’Italia abbia sofferto, negli ultimi anni, per un’assenza di investimenti. La recente crescita conferma invece questa tesi: il tasso di crescita sta finalmente crescendo, non per un boom di investimenti, ma perché le banche stanno adottando politiche creditizie più commerciali, il che significa che il Paese sta guadagnando di più, da meno investimenti.

Infine, se osserviamo i dati con attenzione, troveremo che gli investimenti produttivi in Italia non sono stati soffocati. Ad esempio, se compariamo il tasso di investimenti in attrezzature (centrale per la crescita industriale) italiano con quello francese, vedremo che tale tipologia di investimenti è stata costantemente maggiore (di circa 1-2 punti percentuali del Pil) in Italia rispetto alla Francia, dove non c’è stata crisi bancaria. Tuttavia, se prendiamo in considerazione gli investimenti nel settore delle costruzioni, allora troviamo che nell’ultimo decennio il divario è di circa 4 punti percentuali del Pil. Questo indica che, mentre gli investimenti per l’industria vengono finanziati, c’è poco interesse a costruire nuove case. Un confronto con la Germania rivela una dinamica simile: gli investimenti in attrezzature in Italia ammontano ora a circa la stessa percentuale di Pil che in Germania, ma gli investimenti nelle costruzioni sono più deboli di circa il 2% del Pil

Naturalmente, molti imprenditori si lamentano di non avere accesso al credito, e questo è verosimile, perché le banche italiane sono diventate più caute. Ma non ci sono prove che la stretta del credito abbia avuto un forte impatto sugli investimenti in attrezzature.

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Fonte: European Commission AMECO database

L’autore

Daniel Gros

Daniel Gros è direttore del Centre for European Policy Studies (CEPS), Senior Fellow della LUISS School of European Political Economy e Member dell’Advisory Board del LUISS Center of Italian Mezzogiorno Studies


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