Il denaro esiste, se ci credete. Teorie e credenze collettive

16 aprile 2018
Libri Open Society
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Il denaro è un’istituzione economica fondamentale. È anche un’istituzione familiare, una parte del mondo sociale con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni, ma che resta per molti versi misteriosa e affascinante. I filosofi e gli scienziati sociali hanno elaborato teorie del denaro per secoli, e col passare del tempo esso è divenuto un test cruciale per l’ontologia sociale, al punto che nel dibattito filosofico contemporaneo una teoria che non sia in grado di spiegare il denaro in modo soddisfacente non viene neppure presa sul serio.

Alcuni filosofi sono convinti che gli scienziati sociali abbiano una scarsa comprensione dell’ontologia del denaro. John Searle, per esempio, ha criticato aspramente gli economisti per questo motivo: “È un errore trattare il denaro e gli altri strumenti del genere come se fossero dei fenomeni naturali come quelli studiati nella fisica, nella chimica e nella biologia. La recente crisi economica ci fa vedere che essi sono prodotti che richiedono una notevole fantasia. Finché tutti condividono la fantasia e hanno fiducia in essa, il sistema funziona alla grande. Ma, appena alcune delle fantasie smettono di essere credute, come è successo con gli strumenti dei mutui subprime, allora l’intero sistema inizia a disfarsi”.[1]

Queste critiche meritano di essere prese sul serio. Gli economisti non sanno davvero che cosa sia il denaro? Davvero non sono consapevoli dell’importanza delle credenze collettive (o “fantasie”) e del ruolo che queste svolgono nella finanza? Se così fosse, le loro teorie sarebbero gravemente inadeguate […].

Gli economisti hanno studiato l’ontologia del denaro almeno a partire dal diciannovesimo secolo e, di fatto, non hanno soltanto una teoria del denaro, ma ne hanno addirittura molte. Queste teorie affrontano questioni come la creazione del denaro, la sua persistenza e il suo fondarsi su sistemi di aspettative reciproche. Le analisi degli economisti solitamente iniziano con una definizione funzionalista del denaro: il denaro è ciò che il denaro fa. La definizione funzionalista suggerisce che gli economisti siano consapevoli del carattere convenzionale del denaro: è denaro tutto ciò che svolge le varie funzioni del denaro, a prescindere da quale mezzo specifico sia utilizzato in un particolare contesto: conchiglie, pellicce, pezzi di metallo, pezzi di carta, byte elettronici, possono tutti essere denaro se svolgono le funzioni del denaro.

Quali sono, dunque, queste funzioni? La maggior parte dei manuali ne riporta tre. Il denaro serve come mezzo di scambio, misura di valore e riserva di valore. Queste funzioni sono interconnesse: se una valuta viene usata come mezzo di scambio, per esempio, la si può usare anche come misura di valore (se per ottenere A si deve pagare il doppio che per ottenere B, allora il valore di mercato di A è il doppio del valore di B). Inoltre, una valuta può essere usata come mezzo di scambio solo se il suo valore non diminuisce troppo velocemente nel tempo che intercorre tra la vendita del bene A e l’acquisto del bene B. La funzione di mezzo di scambio, quindi, presuppone una certa capacità di funzionare come riserva di valore. Si noti l’importanza del tempo, che suggerisce che le aspettative future (vale a dire le credenze) svolgono un ruolo importante nelle teorie economiche del denaro.

Le teorie scientifiche del denaro sono solitamente classificate in due macro-categorie, chiamate teorie delle merci e teorie dei titoli. Le teorie delle merci si richiamano al lavoro di Carl Menger, uno dei pionieri dell’approccio marginalista che sta alla base di gran parte dell’economia contemporanea. Il suo saggio Denaro[2] è una ricostruzione teorica e al tempo stesso storica dell’emergere dell’istituzione del denaro. Oggi si tende a considerarlo inadeguato dal punto di vista storico e lo si prende soltanto come una ricostruzione razionale di come il denaro potrebbe evolversi, o di come si sarebbe evoluto in circostanze idealizzate. In ogni modo, la storia raccontata da Menger è ancora considerata utile per capire che cosa sia e come funzioni il denaro, anche se non è in grado di dirci come sia nato […].

La spiegazione di Menger è una storia della “mano invisibile”: il denaro non viene inventato da un’autorità centrale, ma emerge spontaneamente dalle interazioni individuali, per agevolare gli scambi di mercato. Sebbene le storie della mano invisibile siano il pane quotidiano delle scienze sociali (e anche della biologia) diversi studiosi ritengono che la storia di Menger sia lacunosa, per due ragioni. La prima, come ho già detto, è storiografica: non sembra che il denaro sia emerso in questo modo […]. La seconda ragione è che le storie della mano invisibile hanno grossi problemi a spiegare una fase in particolare di sviluppo del denaro, quella in cui l’oro viene eliminato del tutto e sostituito dalla moneta legale (fiat money). Le banche centrali rilasciano dei certificati che non garantiscono il possesso di una certa quantità di oro, ma si riferiscono solo a una valuta astratta (sterlina, dollaro, franco, euro, lira). Ciononostante, sorprendentemente, le persone usano i certificati – il denaro cartaceo – come mezzo di scambio: li accettano per il pagamento, e li scambiano con beni materiali anche se essi non garantiscono il possesso di alcun bene materiale.

Questo passaggio costituisce un problema per Menger, perché la moneta legale non ha alcun valore in sé: perché mai la gente dovrebbe volerla? La risposta è che credono di poterla usare per procurarsi altri beni in futuro. Essi devono inoltre credere che altri in futuro accetteranno la moneta legale, e credere che costoro credano che altri ancora lo accetteranno in seguito, e così via. Bisogna che esista un sistema di credenze coerenti che si sostengono a vicenda.

Ma da dove vengono queste credenze? E come si riproducono? Non rischiano di essere troppo fragili? In effetti sembra che se solo qualcuno iniziasse a dubitare della sostenibilità della valuta, l’intero sistema di aspettative crollerebbe. Il problema principale di una storia della mano invisibile è spiegare come mai questo genere di crisi sistemiche sono l’eccezione, e non la norma, come ci si aspetterebbe invece quando la valuta cessa di essere sostenuta da una quantità corrispondente di oro […].

A questo punto dobbiamo abbandonare la teoria pura delle merci e considerare la sua rivale principale, la cosiddetta teoria dei titoli (detta anche teoria cartalista o teoria dello Stato). L’idea fondamentale è che il denaro è creato e sostenuto da un’autorità statale […]. Ciò che fornisce valore è il timbro dello Stato, che raccoglie [il denaro ] in seguito attraverso la tassazione. Ma una precondizione chiave per il funzionamento di questo meccanismo è la credibilità dello Stato come fonte di potere.

Se lo Stato vacilla, potrei non avere più interesse a possedere della moneta legale: nell’arco di sei mesi lo Stato potrebbe essere sostituito da un’altra autorità, che mi potrebbe chiedere di pagare le tasse con un’altra valuta. Si noti che lo Stato deve essere anche un garante credibile della quantità e della qualità del denaro. I politici potrebbero avere la tentazione di stampare una quantità crescente di moneta per assumere impiegati statali. Ma se questi ultimi non producono una quantità sufficiente di beni o servizi, la crescente massa di denaro genera inflazione. A sua volta, l’inflazione scoraggia le persone dal risparmiare valuta, e nel lungo periodo può portare l’intero sistema monetario al collasso. Solo uno Stato forte, stabile e serio può tenere in piedi un sistema di credenze che si sostengono reciprocamente, con sufficiente credibilità da rendere possibile l’esistenza di una moneta legale.

Secondo gli storici e gli antropologi questa è una storia più esatta della nascita del denaro. La teoria dei titoli ha anche un vantaggio dal punto di vista teorico, perché spiega in che modo le credenze che fanno del denaro un’istituzione robusta possano persistere nel tempo […].

La teoria dei titoli e la teoria delle merci di Menger vengono spesso considerate alternative perché usano stili di spiegazione diversi: una è una teoria della mano invisibile, l’altra si richiama a un’autorità centrale. In effetti le due teorie forniscono delle spiegazioni molto diverse della nascita del denaro, ma l’ontologia sottostante è la stessa. Ma per i nostri scopi le somiglianze sono più significative delle differenze: entrambe enfatizzano il ruolo delle credenze reciproche, ed entrambe si richiamano a un tipo di spiegazione basata sull’equilibrio – ogni cittadino ha un incentivo a usare una particolare valuta, purché gli altri facciano lo stesso.

Non è vero quindi che gli economisti contemporanei ignorano le sottili questioni ontologiche sollevate dall’esistenza del denaro. Essi hanno una concezione del tutto plausibile della natura del denaro che è […] inoltre compatibile con quello che dicono i filosofi. La dipendenza del denaro dalle credenze collettive non è certo una novità, e gli scienziati sociali non meritano di essere rimproverati per aver ignorato una teoria che in realtà adottano da decenni, o forse addirittura da secoli.

 

[1] John Searle, Creare il mondo sociale (Raffaello Cortina: Milano, 2010), p. 268.

[2] Karl Menger, On the Origins of Money, «Economic Journal», 2, 1892, pp. 239-255.

 

Un estratto dal libro di Francesco Guala Pensare le istituzioni. Scienza e filosofia del vivere insieme, in uscita ad aprile per LUISS University Press

L'autore

Francesco Guala insegna filosofia dell’economia, logica e teoria dei giochi all’Università Statale di Milano


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