Facebook e il futuro della privacy

17 aprile 2018
Editoriale Open Society
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Chris Hughes, uno dei cofondatori di Facebook, ha osservato di recente che il controllo pubblico di Facebook arriva “molto in ritardo”, aggiungendo che “trovo sorprendente che [Zuckerberg e gli altri dirigenti] non abbiano dovuto rispondere prima alle domande che oggi vengono loro poste”. I leader del settore IT, soprattutto in Europa, hanno denunciato per anni gli abusi compiuti da Facebook e da altri portali, e c’è oggi urgente bisogno della loro esperienza e dei loro consigli.

La testimonianza di Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, davanti al Senato degli Stati Uniti non sembra aver avuto grande efficacia nel ricostruire la fiducia pubblica in un’azienda che  fa commercio dei dati dei suoi utenti. Il momento più emblematico della testimonianza è stato quando Richard Durbin, senatore dell’Illinois, ha chiesto se Zuckerberg fosse a suo agio nel condividere i dati relativi all’albergo in cui alloggiava e alle persone con cui si era scambiato messaggi nell’ultima settimana – proprio il genere di dati tracciati e utilizzati da Facebook. Zuckerberg ha risposto che no, non sarebbe stato a suo agio. “Ecco il punto”, ha commentato Durbin: “Il suo diritto alla privacy”.

Sono anni che le stesse cose vengono sostenute dai critici di Facebook: Stefano Quintarelli, uno dei maggiori esperti europei di IT e tra i maggiori sostenitori della privacy online (nonché parlamentare, fino a poco tempo fa), ha denunciato in modo persistente e profetico l’abuso compiuto da Facebook della sua posizione di mercato e il suo utilizzo scorretto dei dati degli utenti. Da lungo tempo Quintarelli si è fatto sostenitore di un’idea forte, e cioè che nessuno dovrebbe rinunciare alla proprietà del suo profilo online, che dovrebbe essere trasferibile a piacimento da un portale online all’altro. Non ti piace più Facebook? Bene, puoi trasferirti presso un competitor senza perdere collegamenti e contatti con chi rimane su Facebook.

Secondo Quintarelli, l’abuso compiuto da Cambridge Analytica con i dati comprati da Facebook è stata la conseguenza inevitabile del modello di business irresponsabile dell’azienda di Zuckerberg. Facebook ha ammesso che quello di Cambridge Analytica non è il solo caso di sfruttamento di profili personali acquistati da Facebook. A chi scrive, Quintarelli ha detto che il Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali che, dopo sei anni di preparazione e discussione sarà pienamente attivo dal prossimo 25 maggio, “può in qualche misura servire da guida.” Secondo il Regolamento, egli aggiunge, “le organizzazioni non adempienti rischiano pesanti sanzioni, fino al 4% dei loro ricavi. Se il Regolamento fosse già applicato oggi, Facebook, per evitare multe di questo tipo, avrebbe dovuto segnalare alle autorità il leak dei dati non appena ne fosse venuta a conoscenza, molto prima cioè delle ultime elezioni statunitensi.”

Quintarelli sottolinea che “la concorrenza effettiva può essere uno strumento potente per l’aumento e la conservazione della biodiversità nello spazio digitale.” E proprio su questo punto il Regolamento può essere utile, dal momento che “esso introduce il concetto della portabilità dei profili, sulla base del quale ogni utente può spostare il proprio profilo da un provider all’altro, come si fa con il proprio numero di cellulare”.

“Tale forma di proprietà sui dati personali”, prosegue tuttavia Quintarelli, “di certo, da sola, non basta”. Di uguale importanza è la “interconnessione: l’operatore al quale trasferiamo il nostro profilo deve essere interconnesso con quello di provenienza, così che i contatti con i nostri amici online non vadano persi. Ciò oggi è realizzabile grazie a tecnologie quali IPFS e Solid, sviluppate da Tim Berners-Lee, l’inventore del web”.

Sarah Spiekermann, professoressa alla WU – Vienna University of Economics and Business, dove dirige l’Institute for Management Information Systems, è a sua volta da lungo tempo sostenitrice della privacy online, ed è stata tra i primi a mettere in guardia dal tipo di abusi che abbiamo poi visto con Facebook. Spiekermann, autorità internazionale in materia di traffico delle nostre identità online per fini di pubblicità mirata, propaganda politica, sorveglianza pubblica e privata e altri scopi illeciti, sottolinea il bisogno di una stretta sui “mercati dei dati personali”.

“Da quando, nel 2011, il World Economic Forum ha iniziato a discutere di dati personali come di una ‘nuova classe di  beni’”, ha dichiarato a chi scrive, “i mercati hanno prosperato sull’idea che i dati personali potessero essere il ‘nuovo combustibile’ dell’economia digitale così come – a quanto pare – della politica”. Il risultato è stato che “oltre mille aziende sono oggi implicate nella catena del valore dell’informazione digitale che miete dati dalle attività online di qualsiasi tipo e, nel giro di 36 secondi circa dal loro ingresso nel ‘reame digitale’, consegna contenuti mirati agli utenti online o mobile”. E non è tutto qui: “non sono solo Facebook e Google, Apple e Amazon a raccogliere e utilizzare i nostri dati per qualsiasi scopo immaginabile”, aggiunge Spiekermann. “Le piattaforme di gestione dei dati, come quelle gestite da Acxiom o Oracle BlueKai, sono in possesso di migliaia di attributi personali e profili socio-psicologici di centinaia di milioni di utenti”.

E se Spiekermann ritiene da una parte che “i mercati di dati personali e l’uso dei dati nel loro ambito dovrebbero essere proibiti nella forma attuale”, dall’altra pensa che “il Regolamento europeo può essere un buon motivo perché le aziende di tutto il mondo si interroghino sulle proprie pratiche di condivisione dei dati”. Spiekermann aggiunge anche che “Un ecosistema ricco di servizi online privacy-friendly è già in una certa misura esistente”. Lo studio di un gruppo di dottorandi della WU ha messo a confronto le pratiche di raccolta dati dei top service online (Google, Facebook, Apple e simili) e le ha paragonate con quelle dei nuovi competitor privacy-friendly. “Lo studio”, dice Spiekermann, “dà a tutti la possibilità di cambiare servizio da un momento all’altro.”

L’immenso potere di lobbying di Facebook è stato finora in grado di respingere la maggior parte delle idee pratiche di Quintarelli, Spiekermann e altri sostenitori di idee affini. Il recente scandalo, tuttavia, sembra aver aperto gli occhi dell’opinione pubblica di fronte ai rischi per la democrazia stessa che l’inazione comporta.

L’UE ha assunto il ruolo di guida nel reagire, grazie ai nuovi standard di privacy e alle proposte di maggiore tassazione per Facebook e gli altri “spacciatori” di dati online. Eppure c’è ancora molto che si può e si deve fare. I sostenitori dell’etica online ci offrono un percorso pratico verso un web più trasparente, equo, democratico e rispettoso dei diritti personali.

 

© Copyright Project Syndicate 2018. Riprodotto per gentile concessione

Facebook and the Future of Online Privacy

L'autore

Jeffrey Sachs è professore di Sviluppo sostenibile e di Politica e gestione della salute, nonché direttore del “Center for Sustainable Development” presso la Columbia University di New York. Il suo ultimo libro è “America 2030”, pubblicato da LUISS University Press


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