La democrazia è a rischio quando abbandona “il popolo” e coccola “la folla”

20 aprile 2018
Editoriale Open Society
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Da un paio di millenni e una manciata di secoli continuiamo a ripetere retoricamente, sulla scorta di Pericle, che Atene fu scuola dell’Ellade, culla della democrazia, patria dell’Occidente, la prima comunità antica (Benjamin Constant lo dice chiaramente) a godere della libertà dei moderni. D’altro canto, con la stessa retorica continuiamo a rappresentare Sparta come poco meno di una caserma, grigia, tetra, spenta, dove le arti non erano ammesse e i commerci e le attività economiche soffocate sistematicamente sul nascere; un esempio, per usare l’aggettivo con cui Karl Popper ha bollato Platone, che a Sparta guardava con interesse (insieme al fiore dell’intellighenzia ateniese), di uno Stato totalitario nell’antichità. Ebbene, se così stanno le cose, se Atene è l’archetipo della società aperta e Sparta la matrice di tutte le società chiuse e se le società aperte sono ontologicamente superiori alle società chiuse, come la storia del XX secolo ha dimostrato, perché consentono che i singoli possano liberamente concretizzare gli infiniti mondi che hanno dentro di sé, allora perché Sparta sconfigge Atene?

Quando Polibio inizia a scrivere le sue Storie dichiara apertamente il proprio intento. Cercare di capire come sia stato possibile che Roma in soli cinquantatré anni sia riuscita a conquistare l’intero bacino del Mediterraneo. Eppure nessuno sottolinea il fatto che Polibio era un greco, della città di Megalopoli che dopo la sconfitta della Lega Achea a Pidna fu deportato come ostaggio a Roma. E’ un dettaglio? Forse, ma se si guarda alla sua opera da questo diverso angolo visuale, le cose appaiono molto diverse e si potrebbe sostenere che, se la domanda apparente che Polibio si pone è quella di cui sopra, sotto, nascosta, c’è un’altra domanda: come è stato possibile che i greci – potrebbe chiedersi il greco colto deportato a Roma -, che in tutto furono i precursori, siano stati sconfitti da una piccola città che cinquantatré anni fa nessuno conosceva?

Polibio la risposta a questa domanda la dà in poche righe nel libro VI. Roma riuscì a fare quello che fece grazie alla sua struttura costituzionale, la vera sorgente della forza e della prosperità di un popolo: “Per ogni stato si deve ritenere che la causa più importante di una riuscita felice o di un esito contrario sia la struttura costituzionale: non solo, infatti, scaturiscono da questa, come da una sorgente, tutti i progetti e i disegni d’imprese, ma da questa essi sono portati a compimento”. Dunque Roma (come Sparta), sostiene Polibio, riuscì, dopo tentativi ed errori, a mettere in piedi la migliore struttura costituzionale possibile (il governo misto), al contrario di Atene: “La fortuna, infatti, rese subito chiaro a tutti che non la struttura costituzionale fu allora causa dei successi dei Tebani, ma il valore degli uomini che li guidavano: non c’è dubbio, infatti, che le fortune dei Tebani crebbero, fiorirono e cessarono di pari passo con le vite di Epaminonda e Pelopida. Di conseguenza, si deve ritenere che non la costituzione, ma gli uomini siano stati la causa dello splendore allora raggiunto dalla città di Tebe. Un giudizio analogo merita la costituzione degli Ateniesi. Questa infatti, che certo fu spesso fiorente, e nel modo più splendido grazie alle virtù di Temistocle, presto sperimentò il mutamento in senso contrario, per la sua natura instabile. Il popolo ateniese, infatti, risulta essere simile alle navi senza comandante”. Conclude Polibio: “Perciò non è il caso di aggiungere altro su questa costituzione e su quella dei Tebani, nelle quali la folla regola tutto secondo i propri impulsi, in un caso distinguendosi per veemenza e asprezza, nell’altro per violenza e passionalità”.

A governare, dunque, non era il popolo ma la folla. Infatti, scrive Polibio: “Non si deve chiamare democrazia quel sistema nel quale la massa è padrona di fare quel che vuole e ha in animo di fare”. E difatti, se folla prende il potere “tutte le decisioni sotto la spinta della passione, non vorrà più obbedire, né avere gli stessi diritti dei capi: vorrà avere per sé tutto, o il più possibile. Una volta che ciò sarà avvenuto la costituzione assumerà il più bello dei nomi – libertà e democrazia –, ma la peggiore realtà, l’oclocrazia”. Ecco dunque la risposta. Atene viene sconfitta da Sparta perché da democrazia si era tramutata in una oclocrazia.

I limiti di certe critiche a Platone

Se ora con questa diade ben presente si va a leggere Platone, ci si rende conto che egli, come tanta parte dell’intellighenzia ateniese, e come la gran parte dei grandi liberali del futuro, non fu il critico della democrazia (in questo Popper sbaglia) ma il feroce nemico dell’oclocrazia e di quegli uomini politici che la allevarono e la blandirono. Di quella folla che volle la disastrosa spedizione in Sicilia e che uccise Socrate. L’assenza di una parola così chiara come, per l’appunto, oclocrazia, ha generato non poca confusione, tanto da far passare Platone per un cantore della tirannide. Eppure il problema è quasi terminologico. Se infatti la distinzione tra la monarchia e la sua forma degenerata, vale a dire la tirannide, è chiara; così come è chiara la distinzione tra aristocrazia e oligarchia, meno chiara (a prima vista) la distinzione che Platone fa nel Politico tra il governo del popolo “secondo la legge” e la sua forma degenerata, vale a dire la il governo del popolo “senza la legge”, che altro non è che, ora lo sappiamo, che l’oclocrazia. Scrive Platone: “Quanto alla democrazia, sia che la moltitudine tenga il potere con la violenza sui detentori della ricchezza, sia che questo potere si fondi sulla libera accettazione, osservando con rigore le leggi o non osservandole, il suo nome non cambia”. Tuttavia anch’essa si suddivide in due distinte forme, infatti, come Platone scrive più oltre: “Governare con le leggi o contro le leggi, queste sono condizioni che si verificano anche in questa come nelle altre (forme di governo)”.

La stessa cosa, sebbene con qualche distinzione, accade con Aristotele per il quale è la democrazia il termine con il quale si intende la forma degenere del governo dei più. La democrazia, infatti, per lo Stagirita è quella forma di governo dove “sovrana è la massa”, “non la legge”. Ciò si verifica, scrive Aristotele nella Politica, quando “sono sovrane le decisioni dell’assemblea e non la legge; e ciò accade per opera dei demagoghi”. “In realtà – continua Aristotele – negli Stati democratici conformi alla legge non sorge il demagogo ma i cittadini migliori hanno una posizione preminente. Invece dove le leggi non sono sovrane, ivi appaiono i demagoghi, perché allora diventa sovrano il popolo la cui unità è composta di molti, e i molti non sono sovrani non come singoli, ma nella loro totalità”. Si comprende allora perché Mario Vegetti possa scrivere, commentando le Leggi di Platone, che là “l’aristocrazia è resa coincidente con la democrazia” (Un paradigma in cielo, p. 94).

Senza le leggi, la massa “governa a caso – scrive Isocrate nel Panegirico – e ritiene la licenza libertà e la facoltà di fare ciò che si vuole felicità”.

Peccato che il testo non sia giunto a noi nella forma completa, ma Cicerone, come Polibio, vede nella folla la causa della sconfitta ateniese: “Gli Ateniesi – scrive nella Repubblica – in certi momenti, tolto di mezzo l’Areopago, non trattavano nulla se non per messo di decreti e di leggi del popolo, dal momento che non avevano più specifiche distinzioni di dignità, la loro città non conservava più il proprio decoro”. E più oltre “le plebi d’Atene (…) tennero tutto il proprio potere, convertito in furore di folla ed in licenza”… (il testo qui è mancante).

Tutto ciò era perfettamente chiaro ai padri fondatori americani, i quali, rivolgendo gli occhi al passato, alla ricerca di qualche esempio che potesse indicare loro la strada, si tennero alla larga da Atene e volsero lo sguardo a quella costituzione mista – con quei freni alla volontà popolare, pesi e contrappesi che già erano stati individuati da Platone nelle Leggi – che aveva fatto la grandezza di Roma. A tal proposito mi pare che un’ottima prova in tal senso vada individuata nel fatto che a Washington ci siano un Senato e un Campidoglio e non una Pnice e un Areopago.

La folla è una massa che ha paura del futuro

Conviene ora, dopo aver chiarito che la folla è la degenerazione del popolo, chiedersi che cos’è la folla. Qui non c’è lo spazio per argomentare come di dovrebbe, ma in prima battuta può dirsi che la folla è una massa che ha paura del futuro. Una paura che può essere accentuata dalla mancanza di mezzi propri di sostentamento (o dalla percezione di un impoverimento relativo) e dalla assenza di strumenti intellettuali in grado di razionalizzare i problemi che l’affliggono. Per dirla brutalmente, la folla è una massa che ha paura del futuro, che si sente povera e che si sente vittima di forze oscure che ne rovinano l’esistenza (qualsiasi capro espiatorio va bene). Ecco perché è manipolabile da chiunque sia in grado di individuare chiari e ben definiti “nemici del popolo” e, data la sua forza numerica ha la forza di manipolare tutti, imponendo l’agenza politica e spazzando via chiunque cerchi di riportarla a più miti consigli tentando di impostare i problemi in maniera razionale.

Alla luce di ciò, si comprende l’avversità dei grandi liberali del passato nei confronti della democrazia e la forza con cui le masse furono tenute, grazie al voto limitato per censo o per istruzione, al di fuori della cittadella liberale. Constant a tale proposito è chiarissimo, quando nei Principi di politica insiste sul fatto che “la proprietà sola rende gli uomini capaci di esercitare i diritti politici. Solo i proprietari possono essere cittadini” e questo perché “quando i non proprietari hanno dei diritti politici accade una di queste tre cose: o non traggono impulso che da se stessi e allora distruggono la società, o lo traggono dall’uomo o degli uomini al potere e sono strumento di tirannide, o lo traggono da coloro che aspirano al potere e sono strumento di una fazione”.

È evidente dunque che lasciare che la folla faccia irruzione nella cittadella liberale significa spalancare le porte alla tirannide. Non a caso i grandi despoti del XX secolo, da Mussolini a Hitler, non hanno certo occupato il potere nottetempo con un colpo di mano. Ma anzi tra gli applausi di folle osannanti. La folla è reazionaria e irrazionale (come Napoleone III che si fece Imperatore con un plebiscito o il Cardinale Ruffo di Calabria ben sapevano)

Eppure questo significa anche altro. Significa che c’è bisogno del popolo perché ci sia democrazia. E se la folla è una massa che ha paura del futuro, si sente povera ed è manipolabile come un bambino, allora, per converso, il popolo è un insieme di individui che guarda con fiducia al futuro, non teme di diventare povero per mano di qualcuno, e ha gli strumenti intellettuali per comprendere il mondo nel quale vive e affrontare in maniera razionale i problemi della res pubblica.

A ben riflettere questi tre beni pubblici – la libertà dalla paura, la libertà dalla miseria e la libertà dall’ignoranza – sono le grandi conquiste che si sono ottenute attraverso lo Stato sociale e la costituzionalizzazione, come nell’ordinamento italiano, dei diritti sociali, allo stesso livello (se non superiore) rispetto alle libertà liberali. Ciò vuol dire che il popolo è una costruzione politica e tale costruzione è un’opera costantemente in fieri.

L’importanza della fede nel futuro per le società aperte

C’è un’ultima osservazione da fare. Nella società tradizionale a regolare la vita delle persone sono i miti e i riti del passato, la sacra tradizione, per l’appunto, che tutto regola e tutto sostiene, come una vis a tergo. Al contrario la società aperta vive costantemente proiettata sul futuro, vive nella fede di poter, grazie al lavoro umano, fare in modo che il domani possa essere migliore rispetto al passato. È la società dell’Homo Faber, del costruttore di futuri. Si può anche dire che la società aperta è come una trottola che gira su un perno, quel perno è la fede nel progresso e cioè la fiducia nel futuro. Quando questa fede nel futuro crolla, anche la società aperta rischia il collasso.

Ora, ci possono essere eventi traumatici in grado di rompere la fede nell’Homo Faber e far collassare la fede collettiva nel progresso, nelle umane sorti e progressive. A quel punto la fiducia nel futuro si trasforma in paura del futuro. In quel preciso momento il popolo si trasforma in folla.

Ciò vuol dire che solo le società aperte rischiano di cadere vittime della tirannide della folla, perché solo le società aperte vivono del culto del progresso e nella costante proiezione sul futuro.

Ora, lo straordinario progresso tecnologico degli ultimi decenni sta imponendo un repentino cambio di paradigma. Il discorso è lungo e complesso e qui conviene solo accennarlo: le logiche (alto costo dei trasporti e delle comunicazioni) che hanno plasmato la fabbrica fordista e la società fordista costruita intorno a essa sono svanite, evaporate, non hanno più senso. Se Henry Ford avesse voluto produrre una Model-T come oggi si producono tutte le auto, sfruttando una catena globale di produzione, l’utilitaria che ha motorizzato l’America sarebbe costata come una Ferrari.

Le nuove logiche della produzione (Intelligenza Artificiale, Big Data, algoritmi che apprendono da soli, eccetera) stanno già plasmando il mondo della produzione, che ormai è del tutto post-fordista mentre la società (scuola, sanità, urbanistica) che su di essa è stata costruita continua ad essere quella fordista. Di qui attriti, frizioni, ansie collettive. Di qui infatti sorgono due fonti di angoscia per il cittadino medio: la mutazione repentina di una macchina della produzione che i più non comprendono; e nel contempo l’incapacità delle strutture sociali e politiche di adattarsi al cambiamento e portare la maggioranza nei cittadini nell’era post-fordista. Di qui la paura nei confronti di un futuro che, per dirla con Paul Valery, agli occhi di tanti, non è più quello di una volta.

Ciò vuol dire che non solo le società aperte sono quelle più esposte al rischio di incappare dell’oclocrazia che, come scriveva Constant, può farsi essa stessa tirannide o essere strumento di tirannide, proprio perché solo le società aperte occidentali vivono nel culto benefico del futuro. C’è di più, solo le società aperte che sugli altari della fede pubblica hanno messo l’Homo Faber e professano ogni giorno la loro fede nel progresso, stimolano costantemente il cambiamento attraverso la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. Quella ricerca scientifica e innovazione tecnologica che sta producendo quel cambio di paradigma che genera paure ed angosce tali da offuscare le aspettative collettive.

Se così stanno le cose, allora vuol dire che la crisi dell’Occidente è tutta qui, nell’aver prodotto un cambiamento scientifico, tecnologico, economico così straordinario che le strutture politiche e sociali pensate per l’era fordista non sono in grado di curare e prevenire gli effetti collaterali dannosi che tale progresso ha provocato su ampi strati dei cittadini delle società aperte occidentali. Cittadini che ora hanno paura. Il che vuol dire che la crisi politica dell’Occidente è tutta qui: nell’aver consentito, senza intervenire, che il popolo si trasformasse in folla. È la folla che ha votato la Brexit, è la folla che ha votato Trump, è la folla che ha votato i populisti italiani.

Ed è qui la sfida, vitale, che le società aperte occidentali dovranno affrontare: ricreare una macchina sociale (sanità, università, una nuova idea di città) in grado di produrre di nuovo un cambiamento positivo, trasformando nuovamente la folla in popolo, e creando le condizioni perché i futuri cittadini possano vivere senza paura in un mondo dove gli algoritmi intelligenti hanno preso il posto delle catene di montaggio.

L'autore

Docente a contratto di Sociologia politica, LUISS Guido Carli


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