23 aprile 2018

Trattativa Stato-mafia? Non può esistere fine morale capace di emendare l’immoralità

La Corte d’Assise di Palermo con una sentenza conferma l’esistenza della “trattativa Stato-mafia” che avrebbe coinvolto uomini delle istituzioni e affiliati a Cosa Nostra. Gianfranco Pellegrino si domanda: esiste un presupposto fine “morale” che possa giustificare un comportamento “immorale”? Tesi e antitesi filosofiche

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Per iniziare un ragionamento sulle questioni di filosofia morale implicate nella vicenda della cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”, sulle prime pagine negli ultimi giorni per la sentenza della Corte d’Assise di Palermo, ci è utile partire da una vicenda immaginaria:

La trattativa – Re Giorgio I regna su Cacània da nove anni. È stato costretto a indire nuove elezioni, ad appena due anni dalle ultime. Il governo di coalizione è ormai paralizzato e il paese è turbato da un’ondata di attentati dinamitardi di origine oscura.

In Cacània ci sono tanti partitini minori e due grandi partiti, i Bianchi e i Viola. Anche per altre cose il paese è doppio. A settentrione un’economia disordinata ma attiva, fatta di piccole e medie imprese. A mezzogiorno agricoltura e turismo prevalenti, alti tassi di disoccupazione. Qui inoltre le mafie gestiscono una fiorente economia sommersa, che assicura la sopravvivenza a molti e una certa ricchezza ad alcuni. Da un po’, i boss sono in fermento: la crisi economica e l’inasprirsi della lotta alla criminalità da parte del governo cacàno hanno turbato equilibri che duravano da vent’anni. A questo si devono probabilmente gli attentati. I boss si sono spinti fino a mettere una bomba nel più famoso monumento nazionale, la reggia neoclassica dove viveva la dinastia cacàna nel XIX secolo.

Il giovane capo dei Bianchi, Arcibaldo Foro, è un raffinato docente di teologia, il più pulito (o il meno implicato nella corruzione) rimasto dopo la bancarotta morale della vecchia classe dirigente, sommersa dall’indignazione popolare dopo continui scandali. Il segretario dei Viola, Manrico Valadier, è economista d’idee progressiste, cresciuto nella tradizione d’opposizione intransigente del suo partito, storicamente specializzato nella denuncia della corruzione e delle pratiche clientelari dei Bianchi e dei loro alleati. Valadier ha rinnovato la dirigenza del partito all’insegna del progetto di portare al governo i Viola, facendone una forza riformatrice e non solo rivoluzionaria.

I due hanno lo stesso problema. Per andare avanti debbono vincere le elezioni. Per vincerle, debbono prendere i voti del popoloso sud della Cacània – voti saldamente controllati dai boss. Ma Foro non può trattare, perché tutta la sua strategia punta alla moralizzazione del partito (che di trattative ha vissuto fin lì). Invece, Valadier non può non trattare, se vuole portare i suoi al governo. D’altra parte, se Foro non tratta, il suo posto lo perderà presto, e i maggiorenti del partito, adesso silenziosi per l’evidenza della loro indegnità, riprenderanno il sopravvento e riproporranno i vecchi metodi. Ugualmente, se Valadier tratta andrà a governo, ma solo fino al prossimo voto. I puristi del suo elettorato non gli perdoneranno mai d’essersi sporcato le mani.

La contraddizione vale anche per gli elettori. Tanto chi vota per Foro quanto chi preferisce Valadier lo fa innanzitutto perché sono onesti. La loro onestà è ragione per votarli. Ma non c’è ragione di votare per chi non andrà mai al governo. Per cui, tutto sommato, gli elettori dovrebbero volere che i due leader trattino con chi gestisce i voti che servono a fare in modo che nessuna trattativa del genere sia più necessaria. Ma, se lo faranno, Foro e Valadier perderanno il loro status prezioso di politici onesti e non c’è ragione di votare chi è disonesto. Insomma, l’onestà dei due è motivo per votarli, ma se l’onestà si spinge fino al punto di perdere le elezioni pur di non sporcarsi le mani, allora meglio votare altri candidati, meno puri.

In questa vicenda ci sono due tipi di ragioni in contrasto fra loro – le ragioni dell’onestà e le ragioni dell’opportunità. Trattare con la criminalità sembra la cosa più opportuna e più conveniente da fare – se non altro perché la trattativa coi boss parrebbe l’unico mezzo possibile per sconfiggere la mafia, una volta eletti. Si tratta dello strumento migliore per ottenere un fine evidentemente giusto – porre termine al predominio delle bande criminali nel sud della Cacània. Ma trattare con dei criminali, e comprare i voti di cittadini costretti a vendere i propri diritti politici per necessità, non sono certamente le condotte suggerite da ideali di onestà e trasparenza. Le ragioni dell’onestà suggeriscono di non trattare; ma le ragioni dell’opportunità consigliano di trattare. Che fare?

Di fronte a questo problema, gli elettori e i politici la potrebbero pensare diversamente. Alcuni potrebbero dire: “Mantenere la propria integrità personale è del tutto inutile in un paese come la Cacània. Salvare il meridione cacàno dalla criminalità è un fine troppo importante per badare all’onestà. È vero che una trattativa coi capi criminali è una manifestazione d’impotenza e, in quanto trattativa segreta, è anche un atto di disonestà. Ma le conseguenze che ne derivano sono giuste e buone: molte vite verranno salvate – vite di cittadini comuni e di funzionari dello Stato – e le condizioni generali del paese miglioreranno. Il sud potrà diventare un luogo civile, dove vivere senza criminalità e con uno Stato che assicuri giustizia e un miglioramento possibile del livello economico di tutti, e non solo dei pochi che approfittano dei commerci criminali gestiti dai boss. Un fine del genere giustifica l’uso di qualsiasi mezzo”.

Altri potrebbero disapprovare questo modo di vedere, e potrebbero ragionare così: “Non è vero che il fine giustifica sempre i mezzi. Ci sono cose che non si debbono fare mai, alleanze troppo pericolose e indegne per essere anche solo considerate, trattative che niente giustifica. Non c’è fine morale che emendi l’immoralità. E quindi non c’è obiettivo politico che ammetta condotte immorali. Se Valadier non esita a impiegare certi mezzi per ottenere il potere, è meglio che non l’abbia, perché non potrà che farne un uso immorale. Uno che manca di scrupoli a tal punto, è meglio non votarlo”. Secondo questo modo di pensare, il politico deve sapere che certe cose non si fanno, per nessun fine. Il politico che abbia chiaro tutto questo, pur sconfitto, manterrà la sua integrità e avrà le mani monde da crimini e misfatti.

 

 

Il pezzo proposto è un estratto dal libro “Etica Pubblica” di Gianfranco Pellegrino , edito da LUISS University Press.

 

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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