Perché Trump non si fida di Kim

2 maggio 2018
Editoriale Open Society
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Le nostre analisi sulla Corea del Nord non sono equilibrate. Siamo passati dal processo di demonizzazione di Kim Jong-un alla sua normalizzazione, in pochi giorni. Questa mancanza di equilibrio produce interpretazioni fuorvianti. La conseguenza è che non riusciamo a comprendere Kim. In primo luogo, perché distorciamo il contenuto dei suoi discorsi. In secondo luogo, perché gli attribuiamo intenzioni non sue. Quando il dittatore nordcoreano affermava di volere la pace e di sviluppare il programma nucleare per impedire di essere rovesciato come Saddam o Gheddafi, i media occidentali gli attribuivano l’intenzione di voler lanciare la bomba atomica contro le città europee. Alcune trasmissioni televisive mostrarono, in prima serata, i rifugi anti-atomici in Svizzera. Dopo avere completato il programma nucleare ed essersi reso inattaccabile, Kim si è fatto promotore della pace.

Dunque, dobbiamo riconoscere che voleva la pace e non la guerra. Il che significa riconoscere che l’analisi complessiva era sbagliata. Le mosse di Kim sono sempre state razionali. La ragione è presto detta: l’ottimo politico, per un capo di Stato, è rappresentato dalla combinazione di sicurezza e ricchezza. Dopo essersi reso inattaccabile (sicurezza), Kim promuove la pace per ottenere il ritiro delle sanzioni e favorire la crescita economica del suo Paese (ricchezza). Non è vero che agisce così perché è spaventato dalle minacce di Trump, il quale si attribuisce molti meriti in vista delle elezioni per il congresso americano.

Nonostante la normalizzazione, la nostra capacità di comprensione non è migliorata. Kim non ha dichiarato di volersi liberare di tutte le bombe atomiche costruite con fatica e grande rischio per la sua stessa vita. Ha detto che si batterà per la denuclearizzazione. La distanza tra ciò che gli attribuiamo e ciò che ha detto è notevole. Esprimersi in favore della denuclearizzazione significa che Kim si pone sullo stesso piano delle potenze nucleari ovvero Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Israele, Pakistan e India. Il discorso implicito di Kim è il seguente: “Quando tutte le potenze nucleari avranno distrutto le proprie bombe atomiche, distruggerò le mie”. Essendo il capo di uno Stato che possiede la bomba atomica, perché dovrebbe ragionare come il capo di uno Stato privo di armi nucleari? In questo senso, è quanto mai utile la lettura del testo sottoscritto dai due leader coreani e pubblicato venerdì.

Il documento stabilisce una data per completare un accordo di pace – la fine del 2018 – ma non vi è nessuna data circa il processo di denuclearizzazione. Parlare di denuclearizzazione non è denuclearizzare. È una differenza che pone in difficoltà la Casa Bianca. Trump ha sempre detto che, prima di avviare qualunque colloquio con la Corea del Nord, compreso quello sul ritiro delle sanzioni, Kim avrebbe dovuto eliminare dal Paese tutte le bombe, i missili e qualunque traccia di uranio e plutonio. Se Kim accettasse, potremmo affermare che ha agito da “pazzo”, andando contro tutte le leggi della razionalità politica. La struttura delle relazioni internazionali, che governa l’Asia, impone a Kim di ragionare come il capo di uno Stato inattaccabile. La Corea del Nord è tale non soltanto perché possiede la bomba atomica, ma anche perché gode della protezione di Cina e Russia, contrarie a qualunque ipotesi di guerra, proprio come il leader sudcoreano, Moon. Se fosse possibile scommettere sui comportamenti dei capi di Stato, scommetteremmo che Kim non distruggerà le bombe atomiche.

La ragione è stata già chiarita: l’ottimo politico, per un capo di Stato, è la combinazione di sicurezza e ricchezza. Nel momento in cui uno Stato raggiunge l’ottimo nella sicurezza, non distrugge le sue fatiche perché uno Stato nemico gli promette che, forse, lo aiuterà ad arricchirsi. D’altra parte, quale ricchezza è duratura, se è affidata agli aiuti stranieri o alla benevolenza dei nemici? Nessuno Stato, essendo inattaccabile, si pone nella condizione di poter essere attaccato. Tutto questo pone gli Stati Uniti davanti a un drammatico salto nel buio. La ricchezza derivante dal ritiro delle sanzioni potrebbe essere utilizzata da Kim per accrescere la forza del suo esercito convenzionale, come sta facendo l’Iran. Se è razionale che Kim non si fidi di Trump, è razionale che Trump non si fidi di Kim.

 

 

Quest’articolo è apparso precedentemete sulle pagine de “Il Messaggero”. Riprodotto per gentile concessione 

L'autore

Alessandro Orsini è professore associato di Sociologia del terrorismo e Direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS. È anche Research Affiliate al Center for International Studies del MIT di Boston e membro della Commissione per lo studio della radicalizzazione istituita dal Presidente del Consiglio


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